Automatismo emulativoIl misterioso successo nella lingua italiana di “combinato disposto”

La locuzione sostantivale tipica del legalese è esondata sulla bocca di politici e giornalisti rompendo gli argini del buon senso comunicativo

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Ci sono delle espressioni che corrono di bocca in bocca, del cui significato più o meno tutti hanno almeno una vaga idea, anche se non capiscono bene perché sia quello il significato. Una di queste è “combinato disposto”, che molto lato sensu, e con crescente, impropria frequenza, viene pronunciata per intendere un complesso di cose che si integrano, in genere originando qualche conseguenza. Ma perché questa formula criptica? Cos’è questo combinato? Combinato da chi? E cos’è questo disposto? Disposto a che?

Dal punto di vista grammaticale, “combinato disposto” è una locuzione sostantivale, ossia una unità linguistica formata da due o più parole che hanno la funzione di un sostantivo, e si distingue dalle locuzioni aggettivali che sono invece composte da due o più parole che messe insieme hanno la funzione di un aggettivo. Ma qual è qui il sostantivo? Sia combinato sia disposto si presentano in primo luogo come aggettivi, più precisamente participi passati aggettivali (dai verbi combinare e disporre), ma, per quanto meno immediato, possono essere pure participi nominali, ossia sostantivi. Nel nostro caso, il sostantivo è disposto, nel senso di ciò che è “stabilito, ordinato, prescritto” o, per dirlo con una parola sola e più piana, “disposizione”. Il che ci riporta alle origini della locuzione, perché stabilire, ordinare, prescrivere e insomma emanare disposizioni compete a chi ne ha l’autorità, tipicamente alla legge: “combinato disposto” è infatti una formula del gergo giuridico che sta per “principio di diritto risultante dall’applicazione congiunta di due o più norme” (dizionario Zingarelli). E in questa accezione il sintagma ricorre normalmente in frasi come “ai sensi del combinato disposto della legge n…, articolo… comma…, e della legge n…, articolo… comma…”.

Senonché dal linguaggio togato – la prima attestazione scritta, secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana di Zanichelli, risalirebbe alle Instruzioni ai Cancellieri dei Comuni e Università del dominio fiorentino del 1635 – negli ultimi anni il “combinato disposto” è esondato in tutte le direzioni, dalle bocche dei politici di ogni livello alle tastiere di giornalisti e blogger, ai post sui social. Invariabilmente fuori luogo, senza alcun riferimento a disposizioni di legge, rompendo gli argini del buon senso comunicativo. E, per inevitabile imitazione, riversandosi nel parlato informale di tutti i giorni. Dove però, almeno per ora, compare prevalentemente all’interno di un registro ironico-brillante che gioca con la finta seriosità: “Il combinato disposto della mia abitudine di messaggiare mentre cammino e dell’imbecille che ha buttato una buccia di banana sul marciapiede dha fatto sì che adesso mi trovi a casa con una gamba ingessata”. È come se la locuzione fosse pronunciata “tra virgolette”, con ricercato effetto. Ma quando delle virgolette non c’è neppure l’ombra – nel linguaggio più formale dei discorsi pubblici, delle dichiarazioni, dei testi scritti – dall’ironia si passa al nonsenso. Qualche esempio, ricavato dai giornali degli ultimi mesi.

Sul Corriere della Sera, lo scorso settembre, a proposito dei rincari delle bollette del gas veniva chiamato in causa “il combinato disposto dell’incidente che ha colpito le due linee del Nord Stream nel mar Baltico e il nuovo metodo di calcolo mensile scelto da Arera”. Intervenendo in agosto sulla Stampa, un illustre clinico e docente universitario citava “il combinato disposto di questi due elementi (mercificazione dell’atto medico, di fatto spesso disgiunto dalla sua reale indicazione/necessità, e medicina difensiva)”. Sul Sole 24 Ore, a ottobre, “il combinato disposto [che] ha obbligato l’industria a rinunciare alla sua filosofia basata sui massimi volumi” veniva individuato nello “shock [che] parte a marzo 2020 quando il Covid forza a una presenza digitale” e nelle “strozzature varie nelle catene logistiche e di produzione, con la carenza di microchip, di alluminio, di cablaggi”. E pochi giorni fa, sulla Repubblica, era la volta del “micidiale combinato disposto di un’inflazione giunta al record quarantennale […] e di una recessione che molti segnalano in arrivo”.

Combinato? Disposto? “Ma de che!”, direbbero a Roma. È un automatismo emulativo gratuito, disorientante, ai limiti del ridicolo. Neppure i giornali sportivi si tirano indietro. Commentando una vittoria della Juventus contro il Bologna, lo scorso gennaio, la Gazzetta dello Sport scriveva che “a destra c’è Weston McKennie, nel combinato disposto di energia, corsa e adrenalina sulla fascia insieme a Cuadrado”, mentre a settembre, su Tuttosport (attenzione, qui anche la grammatica è andata a pallino), i meriti del Napoli eversore del più quotato Liverpool venivano ascritti al “combinato disposto tra il mercato attuato da Cristiano Giuntoli con la gestione (tattica e di gruppo) messa in atto da Luciano Spalletti”.

Sarebbe bastato, sarebbe stato più semplice (troppo?),  in ognuno di questi casi, sostituire il terribile sintagma con “l’effetto combinato/congiunto/coordinato di”, “la combinazione/congiunzione”, “l’incrocio”, “l’intreccio”, “la coincidenza”, “la somma”, “l’insieme”. Se il traslato non viene dosato con cognizione di causa, di traslazione in traslazione il linguaggio si allontana da ciò che vuole significare e sfuma nell’evanescenza dell’antilingua, quella forma di (non) comunicazione denunciata negli anni Sessanta da Italo Calvino (in questa rubrica se ne è già fatta menzione) che invece di semplificare complica e invece di chiarire confonde. Ma che farci, li disegnano così… È il combinato disposto dell’assuefazione al “così dicon tutti” e dell’irresistibile vocazione a straparlare.