Le nuove regole economicheCosa prevede la riforma del Patto di Stabilità proposta dalla Commissione europea

Bruxelles propone agli Stati membri di abbassare l’ammontare delle sanzioni per i Paesi che sforeranno i parametri Ue, in modo da renderle più efficaci e attuabili. In ogni caso, l’Italia avrà margini ridottissimi sulla propria politica economica

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L’Unione europea è viva e batte un colpo. C’è del pragmatismo illuminato dietro la proposta di modifica del Patto di stabilità e crescita presentata ieri mattina dalla Commissione europea, che dovrà essere approvata entro il primo trimestre 2023. Una data importante che segna il ritorno dell’operatività del Trattato Ue e delle sue regole economiche dopo la sospensione decisa in seguito alla pandemia per dare modo agli Stati di spendere più liberamente i propri budget in aiuti a famiglie e imprese. 

Il motivo che ha spinto la Commissione a proporre delle modifiche all’accordo fondativo dell’Unione monetaria europea e della governance economica è quello di razionalizzare una serie di meccanismi sanzionatori che non avevano mai avuto effetti reali. I vecchi parametri di vincolo del debito, infatti, negli anni erano stati aspramente criticati da diversi Paesi proprio per la loro eccessiva rigidità. Questo aveva reso di fatto inapplicabile – come sosteneva anche l’allora presidente della Commissione Romano Prodi – la procedura per deficit eccessivo, ovvero lo strumento sanzionatorio principale del Patto di stabilità. 

Ora si andrà in una direzione differente. Pur mantenendo i noti parametri del 3 per cento per il deficit e del 60 per cento per il rapporto debito/Pil, le linee guida per la riforma prevedono un Patto più flessibile, in grado di adattarsi alle condizioni di ogni Stato. Ma al contempo rendendo più semplice l’intervento di controllo della Commissione europea, per sanzionare più efficacemente chi esce dalla rotta delle regole Ue. 

In pratica la Commissione propone un rafforzamento dei meccanismi di controllo e sanzionatori, abbassando l’ammontare delle sanzioni in modo da renderle più efficaci. 

Sono previste anche sanzioni reputazionali più forti, che prevedono audizioni parlamentari a livello europeo dei ministri dei Paesi sotto procedura per eccesso di deficit o debito, al fine di presentare i piani di aggiustamento dei conti pubblici. Mentre l’erogazione dei fondi strutturali e dei fondi sui piani di ripresa e resilienza verrà condizionata, e nel caso sospesa, se i Paesi membri non assumeranno le iniziative necessarie per correggere i deficit eccessivi.

Come ha dichiarato il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, «Molto è cambiato dai tempi dal trattato di Maastricht». Nuove sfide come la transizione verde e quella digitale e le questioni relative all’approvvigionamento energetico rendono necessario fare grandi riforme e investimenti per gli anni a venire. «I paesi dell’UE ora devono far fronte a livelli di debito e disavanzo significativamente più elevati che variano ampiamente». Per questo motivo è di vitale importanza mantenere in ordine i conti, in questo periodo di crisi ed incertezza.

Queste linee guida, ora, vanno discusse con i Paesi membri e poi tradotte in vere e proprie proposte legislative europee. Per Bruxelles è auspicabile il raggiungimento di un accordo tra gli Stati membri entro l’autunno del 2023 e prima delle procedure di bilancio per il 2024.

Sarà interessante capire l’orientamento del governo Meloni, che invece ha come obiettivo quello di cercare di rendere ancor meno vincolanti gli obblighi di bilancio per i Paesi europei. L’Italia si trova in una difficile situazione, visto il suo altissimo debito, il deficit previsto per il prossimo anno ancora sopra il 4 per cento e le prospettive di recessione. In questo senso, se la riforma del Patto di Stabilità andrà realmente in porto, le cose potrebbero mettersi male per l’Italia che rischierebbe di dover ricevere, questa volta per davvero, sanzioni e procedure d’infrazione. 

In ogni caso, comunque, con l’applicazione rigorosa di queste nuove linee guida, l’Italia avrà margini ridottissimi sulla propria politica economica: i soldi a disposizione saranno pochi e andranno spesi con estrema attenzione per stimolare effetti virtuosi di bilancio.

Il piano 
In generale l’atteggiamento della Commissione europea si fa più flessibile per i Paesi con debito e deficit eccessivi, in cambio però di una maggiore controllo sull’operato economico dei governi.

L’obiettivo di Bruxelles è «rafforzare la sostenibilità del debito e migliorare la crescita sostenibile e inclusiva attraverso investimenti, riforme e la riduzione dei debiti elevati in modo realistico, graduale e sostenuto». E soprattutto “personalizzato”. 

Ogni Paese, quindi, farà storia a sé e Bruxelles avrà cura di esercitare su ognuno una vigilanza annuale con un metodo simile a quello previsto per l’assegnazione dei soldi del Recovery: obiettivo per obiettivo, traguardo per traguardo. 

Inoltre si pensa di introdurre una sorta di nuovo parametro: la rigidità di questa procedura riguarderebbe non tutti quelli che sforano il tetto del 60 per cento nel rapporto debito/pil, ma solo quelli oltre il 90 per cento. Infatti chi sarà in grado di rimanere sotto il 90 come la Germania (o la Francia, che è vicina a quell’obiettivo), verrà esentato. Ma certo non chi ha il 150 per cento come l’Italia e la Grecia.

Nel concreto il piano introdurrebbe un percorso di riferimento per l’aggiustamento dei conti per i singoli Paesi da presentare su un periodo di 4 anni. La procedura punterà ad assicurare che gli indebitamenti vengano messi su una traiettoria discendente e che «i deficit restino credibilmente al di sotto della soglia del 3 per cento del Pil fissata nel Trattato» di Maastricht.

A quel punto i paesi membri sottoporranno a Bruxelles i piani di medio termine sui conti pubblici in cui potranno anche «proporre un periodo di aggiustamento più lungo, fino a 3 anni in più, se il percorso sarà sostenuto da un insieme di riforme e investimenti che supportino la sostenibilità dei debiti, e rispondano agli obiettivi e alle priorità comuni europee».

La Commissione, a quel punto, valuterà i piani e fornirà un parere positivo se riscontrerà che il debito viene indirizzato su una traiettoria discendente «o se permane a livelli prudenti» e se il deficit di bilancio resterà «credibilmente al di sotto del 3 per cento del Pil sul medio termine». Successivamente il Consiglio Ue ratificherebbe i piani.

Infine, la Commissione «monitorerà continuamente l’attuazione dei piani» mentre i paesi membri saranno tenuti a riportare i progressi ottenuti ogni anno sulla loro attuazione, per facilitare il monitoraggio e la trasparenza. Rispetto alla problematica regola del debito, verrà eliminato l’obbligo di ridurre ogni anno il debito per un ventesimo l’anno sulla parte eccedente il 60% del Pil, ritenuto non praticabile. 

Nella riforma, inoltre, vengono cancellate le misure di rientro dal debito e dal deficit eccessivo ormai inattuabili: un ventesimo del debito ogni anno – per l’Italia voleva dire oltre 50 miliardi l’anno – e lo 0,5 per cento del disavanzo per il deficit. Sanzioni inattuabili, che infatti non sono state mai attuate.

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