Crediti di carbonioQuando la compensazione di CO2 sfocia nell’ipocrisia del greenwashing

Si tratta di uno dei grandi temi del calderone della finanza climatica al centro della Cop27. Un’azienda, per essere credibile, deve sfruttare questi meccanismi come ultimo step della sua strategia, e la stessa cosa vale per i Paesi maggiormente responsabili delle emissioni di gas climalteranti

Una protesta alla Cop27 (AP Photo/LaPresse)

Vi è mai capitato, di fronte a una schermata di ricerca voli, di chiedervi se avesse senso scegliere l’offerta più cara, ma che comprende la compensazione di emissioni di anidride carbonica e di altri gas climalteranti? Cosa significa che le emissioni prodotte da un volo vengono compensate in mio favore? E soprattutto, è qualcosa che ha una sua utilità reale oppure è l’ennesimo specchietto per le allodole utilizzato dalle aziende per mostrarsi più green di quello che in realtà sono? 

Come prima cosa è necessario fare un passo indietro e specificare bene cosa si intende per compensazione, che è un argomento cardine della Cop27 attualmente in corso a Sharm el-Sheikh. Sul tavolo delle trattative, infatti, c’è anche l’articolo 6 degli accordi di Parigi, dedicato ai sistemi nazionali e internazionali per comprare e vendere certificati di emissioni di gas che alterano il clima. Al centro dei negoziati c’è, in particolare, il punto 2 dell’articolo, che consente agli Stati di mettersi d’accordo per “scambiarsi” le riduzioni e gli assorbimenti delle emissioni.

Il tema si è scaldato ulteriormente dopo che John Kerry, inviato speciale degli Usa per il clima, ha presentato l’Energy transition accelerator. Questo piano, fondato sulla collaborazione tra la Rockefeller Foundation e il Bezos Earth Fund, ha l’obiettivo di espandere la vendita di crediti di carbonio per promuovere la transizione energetica nei Paesi in via di sviluppo. Si tratta di una sorta partenariato pubblico-privato che ha ricevuto parecchie critiche dagli osservatori e degli attivisti presenti a Sharm (e non solo). 

John Kerry, inviato speciale degli Usa per il clima, alla Cop27 (AP Photo/LaPresse)

Andando alla radice della questione, compensare le emissioni significa bilanciare la quantità di anidride carbonica generata da una qualsiasi attività attraverso progetti che, se opportunamente realizzati e certificati, producono dei crediti di carbonio che poi è possibile scambiare nel mercato dedicato. Ora: come avviene lo scambio? Un credito di carbonio, in poche parole, è un’unità di carattere finanziario che rappresenta la riduzione o la rimozione di una tonnellata di CO2 equivalente dall’atmosfera attraverso lo sviluppo di progetti di mitigazione certificati. Questa unità finanziaria ha un valore di scambio: è in grado di cancellare il debito di produzione di CO2 dato dall’attività che si vuole compensare ma, per essere qualitativamente valida, deve corrispondere a progetti che devono seguire precise metodologie e standard internazionali. 

Non solo: questi progetti devono anche venire certificati da programmi di accreditamento esterni come Verified Carbon Standard o The Gold Standard, e non dalla stessa società che si occupa della realizzazione del progetto. «Il credito di carbonio è uno strumento che viene venduto e scambiato: ha una sua valenza perché ci sono dei mercati di riferimento e degli standard da rispettare, ma se non viene inserito all’interno di una strategia aziendale virtuosa lascia il tempo che trova», spiega a Linkiesta Andrea Maggiani, founder and managing director di Carbonsink, società di consulenza che aiuta le aziende a ridurre e compensare le loro emissioni (e unico membro italiano dell’International emissions trading association e dell’International carbon reduction offset and alliance). 

Ecco il punto: quanto sono effettivamente utili i progetti di compensazione? 
«I progetti fatti bene e con tutti i crismi del caso sono sempre utili, ma un’azienda, per essere credibile, deve inserirli come ultimo step della sua strategia, quello che adotta soltanto dopo aver fatto tutto quello che è possibile fare per ridurre al minimo le proprie emissioni».

Ma come si può stabilire se un’azienda ha fatto tutto quello che è in suo potere per portare al minimo le emissioni?
«In passato non era possibile farlo, ma oggi ci sono degli approcci tecnici, come quelli di Science Based Targets: ci sono delle metodologie che ci dicono esattamente cosa dovrebbe fare un’azienda per essere considerata virtuosa che, detto in parole semplici, significa allinearsi agli impegni che il mondo ha preso durante gli accordi di Parigi». 

Ovvero ridurre le emissioni, puntare alle neutralità carbonica entro il 2050…
«Molte aziende ci metteranno dieci o vent’anni, a seconda del settore e della sua complessità: è in questo lasso di tempo che entra in gioco la compensazione, che viene utilizzata per contrastare le emissioni che per il momento non si riesce ad abbattere. L’azienda che invece di operare così mantiene costanti le sue emissioni, senza provare a ridurle, ma semplicemente compensandole, non sta facendo nessun tipo di azione virtuosa, anzi, le sue emissioni continueranno ad aumentare». 

Quali e quanti tipi di compensazione ci sono?
«Si parte dai più classici progetti di riforestazione alle nuove tecnologie di rimozione della CO2, che stanno crescendo moltissimo e che rappresentano un po’ la speranza di poter raggiungere gli obiettivi di Parigi. Nel mezzo poi ci sono tantissime tipologie di progetti, da quelli che coinvolgono le comunità, alle iniziative di accesso all’energia e all’acqua. Però attenzione: la compensazione può essere fatta in due modi: semplicemente mettendo in piedi un progetto, ad esempio piantando alberi e poi dichiarando personalmente quanta CO2 queste piante stoccano, oppure affidandosi a progetti che seguono gli standard accreditati a livello internazionale».

C’è una differenza sostanziale tra queste due modalità.
«Nel primo caso la compensazione è svolta in maniera arbitraria e senza dei meccanismi di accounting, nel secondo, che si affida a protocolli molto precisi, mi permette di ottenere la certificazione di quanti crediti di carbonio posso cancellare attraverso il mio intervento. Questa seconda tipologia di progetti presenta delle complessità sicuramente maggiori perché i requisiti da rispettare sono moltissimi, a partire da quello dell’addizionalità: io non posso beneficiare del fatto che sono proprietario di una foresta che già esiste, ad esempio». 

La compensazione attraverso i crediti di carbonio è anche più credibile, quindi? 
«La strategia di compensazione oggi è totalmente volontaria, quindi le aziende sono libere di prendere una strada o un’altra, ma è chiaro che se andiamo a vedere cosa ci dicono le migliori pratiche internazionali bisognerebbe scegliere la strada dei crediti di carbonio certificati. Per discutere in modo sensato della questione, però, bisogna distinguere tra due fattori distinti: da una parte la qualità della compensazione in sé, ovvero cosa la caratterizza dal punto di vista tecnico e se lo sviluppo del progetto di compensazione è certificato da protocolli internazionali, e dall’altra come l’impresa utilizza il credito di carbonio all’interno della sua strategia. Io potrei avere un progetto che genera crediti di altissima qualità, ma venire criticato perché non è inserito in un pattern di comportamenti adeguati, al contrario ci possono essere aziende molto virtuose che utilizzano crediti di bassissima qualità».  

Può fare degli esempi?
«Quello che molto spesso succede nell’oil & gas, ad esempio, è che le aziende di questo settore vengano criticate moltissimo quando ricorrono alla compensazione perché a monte c’è una mancanza di strategia. Se la mia azienda non ha dei target di riduzione e una strategia di decarbonizzazione molto forte, è chiaro che utilizza offset di altissima qualità per sviare l’attenzione: la critica non è sul progetto, ma sul comportamento dell’azienda nell’utilizzare la compensazione per mascherare che è carente sul resto. Quello che avviene in questi casi è che, grossolanamente, quello che viene criticato è l’aspetto della compensazione, che probabilmente però è l’unica cosa fatta bene». 

A parità di credibilità dei progetti e di strategia? Ce ne sono alcuni migliori di altri?
«Io ho sempre pensato che i progetti di compensazione migliori siano quelli che vanno oltre i semplici crediti di carbonio, ma puntino anche al raggiungimento di altri asset, come la protezione della biodiversità, la riduzione della povertà e il favorire lo sviluppo economico». 

E nel caso dei voli? Ha senso scegliere l’opzione che prevede la compensazione?
«Tecnicamente succede questo: io compro un biglietto aereo, al quale corrisponde un quantitativo di CO2 emessa, la compagnia aerea, che registra tutte le transazioni e quindi tutti i clienti che scelgono la compensazione, somma i chilogrammi di CO2 corrispondenti e poi, mensilmente, trimestralmente, annualmente o in real time, va a cancellare i crediti di carbonio corrispondenti da un progetto che ha in essere. È come se spendesse a nostro nome dei crediti di carbonio, in modo tale che quegli stessi crediti non possano essere riutilizzati. Se io pianto degli alberi e decido di utilizzare questi crediti per compensare i voli di Carbonsink, poi non posso domani utilizzarli per compensare i voli di Linkiesta: la certificazione della cancellazione garantisce che questi crediti non vengano utilizzati più volte: esistono dei registri dove i crediti vengono inizialmente caricati e poi cancellati una volta spesi, come se fosse un conto corrente bancario». 

Quindi, per tornare al nocciolo della questione, la compensazione è utile?
«Intraprendere azioni di compensazione in maniera assoluta è un’azione virtuosa ma, soprattutto se la pensiamo sulle persone fisiche, è un’azione che deve essere integrata all’interno di tutta una serie di comportamenti con una logica di sostenibilità. Io privato dovrei cercare di minimizzare il più possibile i voli che prendo in un anno e, lì dove non ne posso fare a meno (magari per lavoro), fare la scelta che comprende anche la compensazione: deve essere un modo per prendersi la responsabilità delle emissioni generate dai propri voli, non un incentivo a volare. Dal punto di vista delle società, invece, se io azienda non faccio niente di niente, emetto cento ma decido di compensare e poi racconto di essere a emissioni zero, ecco in questo caso sto facendo greenwashing. Mentre se io oggi emetto cento ma il mio obiettivo è di arrivare a zero, mi impegno per questo e nel frattempo compenso allora sto facendo un’azione virtuosa. Anche perché bisogna entrare nell’ottica di idee che la transizione deve essere ordinata, non è che possiamo pensare ad esempio di smettere di utilizzare il gas dall’oggi al domani: semplicemente non è possibile. Quello che è possibile, e che deve essere fatto, è che, con il tempo, andremo a ridurre e ad efficientare i nostri consumi». 

I privati possono compensare in maniera autonoma?
«Noi abbiamo sempre più richieste di player del campo della logistica, degli acquisti online e della grande distribuzione per fornire degli strumenti ai consumatori per far prendere loro coscienza di quanto emettono i prodotti che acquistano. Quello che in gergo si chiama “Carbon neutral checkout”, ovvero lo strumento che conteggia l’emissione equivalente di un carrello virtuale di acquisti e che serve a far prendere ai consumatori delle scelte ragionate anche in base all’impatto dei prodotti». 

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