Tante primarie per nullaTutti si candidano a guidare il Pd, nessuno dice per fare che cosa

Sabato ci sarà l’Assemblea nazionale e i vari Nardella, Ricci, Bonaccini, De Micheli non hanno ancora spiegato se sono più vicini a Conte o al Terzo polo. Si spera che almeno Elly Schlein dica qualcosa

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Smarrito, il povero militante del circolo del Partito democratico dovrà scegliere tra Dario Nardella e Matteo Ricci, o tra Stefano Bonaccini e Paola De Micheli, o tra Bonaccini e Elly Schlein, o tra De Micheli e Ricci, o tra Schlein e Nardella. Tutti loro, nessuno escluso, vogliono ricostruire il Parito democratico e dargli un’anima evocando sostanzialmente gli stessi temi e le medesime ricette (in verità finora un po’ vaghe).

Le competizioni sono belle quando sono vere, basate sulle differenze, in questo caso, differenze politiche, non estetiche. Ma se tutti dicono le stesse cose si rischia di fare confusione.

Per quanto si vorrà spaccare il capello in quattro, attitudine della quale la sinistra è maestra, i discorsi saranno più o meno uguali ma soprattutto i profili politici di tutti i papabili alla segreteria del partito sono molto molto simili, con l’eccezione di Schlein che ha una storia autonoma tanto da non essere iscritta al Partito democratico. Tutti gli altri sono rodatissimi esponenti del partito, caratterizzatisi chi più chi meno come riformisti, di solito sono ex renziani (solo De Micheli, che pure è stata nel governo Renzi, è lettiana), ma insomma siamo lì.

Nessuno di loro è della sinistra filocontiana: ecco, ci vorrebbe qualcuno che si candidasse perorando l’alleanza strategica con il vecchio «punto di riferimento dei progressisti», alias Giuseppe Conte, per fare qualcosa di sinistra: dovrebbe essere Andrea Orlando a fare questa parte, vedremo se ci sarà. Ma gli altri rischiano di essere indistinguibili.

Prendiamo Dario Nardella. Il 26 novembre terrà un’iniziativa nazionale dove lancerà di fatto la sua candidatura (parentesi: questa cosa di far capire che ci si candida ma senza ufficializzarlo sta diventando sfiancante): «Sentiamo tutta la responsabilità di cambiare profondamente il partito, chiuso in se stesso, incapace di rigenerarsi, coniugando e rilanciando le diverse culture che trenta anni fa hanno dato vita al grande progetto e sogno dell’Ulivo. Laici e cattolici, riformisti e progressisti, nord e sud», ha detto il sindaco di Firenze.

Bello, chi può essere in disaccordo? Ma perché, Bonaccini non sottoscriverebbe queste parole? È tanto vero che infatti alcuni sostenitori di quest’ultimo stanno cercando di metterli insieme, il governatore emiliano e il sindaco fiorentino.

Per buona parte il discorso vale anche per Ricci e De Micheli, non – ripetiamo – per Schlein, dalla quale come abbiamo già scritto si attendono indicazioni politica più precise. Però tutti hanno lo stesso dovere di chiarezza. Cioè spiegare chiaramente se il Partito democratico deve scegliere la testimonianza degli ultimi o riprovare a candidarsi per un governo riformatore.

Questo è il congresso del Partito democratico che si aprirà di fatto sabato prossimo con l’Assemblea nazionale: Conte o Terzo polo, Mélenchon o Macron. Ecco cosa dovrebbero dire i candidati agli iscritti e poi dopo, quando saranno rimasti in due, alle primarie. Il resto sono chiacchiere, magari colte, suadenti, immaginifiche.

Ma davvero non si capirebbe il senso di una candidatura se si sfuggisse alla domanda che tutti si pongono, militanti, dirigenti, osservatori: dove va, il Pd? Se si girasse intorno a questa questione verrebbe il legittimo sospetto che questo decisivo appuntamento congressuale serve solo a contare le rispettive truppe attraverso candidature senza storia al fine di entrare automaticamente, ciascuno con la sua bella quota, nei futuri organismi dirigenti. Più che una tragedia sarebbe una farsa.

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