Sinistra ipocrisiaIl vero scandalo è il condono di Conte (non quello fatto da lui, quello fatto su di lui)

Nessuna ricostruzione del Pd sarà possibile finché dirigenti e intellettuali non si decideranno a lottare seriamente contro l’abusivismo politico di chi ha indebitamente occupato il campo progressista

Lapresse

Come dimostrano le sue ampollose argomentazioni per convincerci che il condono da lui varato non era un condono, che la politica dei porti chiusi e dei decreti sicurezza del suo governo non aveva niente a che fare con la politica dei porti chiusi e dei decreti rave del governo attuale, che si poteva benissimo esultare per la liberazione di Kherson da parte della resistenza ucraina un minuto dopo aver chiesto di interrompere la fornitura di armi alla resistenza ucraina, su Giuseppe Conte non c’è più niente da dimostrare.

Niente, perlomeno, che non fosse chiaro fin dal primissimo apparire sulla scena politica di un uomo capace di dirsi pubblicamente populista e sovranista nel 2018, ma cattolico-democratico e progressista nel 2019, in perfetta coincidenza con il variare delle maggioranze parlamentari dei suoi due governi, e tutto questo senza tradire il minimo imbarazzo, anzi, con la stessa nonchalance con cui oggi accusa Giorgia Meloni di avere fatto «un’opposizione di comodo» a un governo da lui sostenuto e di cui il Movimento 5 stelle faceva parte. C’è veramente poco da aggiungere alle sue parole, tanto più nel momento in cui il leader dei Cinquestelle, a proposito delle polemiche sul terremoto di Ischia, ha persino il coraggio di parlare di «sciacallaggio» contro di lui.

Questo sommario e assai carente riepilogo non serve ad altro che a ribadire un’ovvietà, e cioè che il condono di Conte è imperdonabile, ma non quello fatto da lui. Quello fatto su di lui.

Non c’è manifesto dei valori, carta dei principi, fase costituente che tenga, fino a quando nel Partito democratico non si avrà il coraggio di denunciare apertamente l’abusivismo politico del Movimento 5 stelle, fino a quando dirigenti e intellettuali non si decideranno a liberare la strada di una possibile sinistra di governo dalle pericolanti costruzioni grilline, che nessuna sanatoria e nessun super bonus potrà mai rendere abitabili per una politica autenticamente progressista.

Dai condoni al reddito di cittadinanza, dal superbonus alla battaglia contro i termovalorizzatori, l’esito effettivo di quelle politiche è stato il più grande incentivo alla corruzione, alla deresponsabilizzazione, al degrado urbano e ambientale, alla truffa, al lavoro nero e all’economia illegale che si sia mai visto da almeno trent’anni a questa parte (a tenersi bassi). Un esito tanto più intollerabile perché prodotto da chi nel frattempo avvelenava il dibattito pubblico con campagne giustizialiste e anti-istituzionali, con vere e proprie campagne di odio online e offline, da quella sul caso Bibbiano a quella sul crollo del ponte Morandi (a proposito di «sciacallaggio»).

Tutto questo non è riformabile, non è migliorabile, non è un problema tecnico di questa o quella norma. Una misura che si chiama «reddito di inclusione» è riformabile, una misura che si chiama «reddito di cittadinanza», che come tale è stata propagandata e imposta, no. E continuare a far finta di non vedere il gigantesco problema di lavoro sommerso, distorsione della concorrenza e degrado alimentati da quelle norme e da quella retorica, nascondendosi dietro le tante famiglie povere che ovviamente vanno sostenute, dietro le tante famiglie cui il bonus fa comodo e i tanti cantieri che così sono ripartiti, non significa solo compromettere il futuro dell’Italia e in particolare del sud, ma anche quello della sinistra.

Ed è ancora niente in confronto al significato politico e morale della campagna grillina per il ritiro del sostegno militare all’Ucraina. Un cedimento dei riformisti del Pd anche su questo terreno sarebbe davvero l’ultima e definitiva abiura di una storia certo piena di errori e contraddizioni, ma che era ancora e nonostante tutto una storia dotata di senso, che descriveva un’evoluzione, un percorso in cui le tradizioni della sinistra post-comunista e post-democristiana si incontravano con il socialismo democratico e trovavano infine nel Partito del socialismo europeo la loro naturale collocazione.

Nessuna regressione è più grave e irrimediabile del ritorno alla peggiore demagogia di un tempo, ma senza nemmeno le radici autenticamente popolari di allora, sostituendo la radicalità della lotta di classe con il peronismo casalinista di chi pretendeva di governare in diretta Facebook, ovviamente dalla sua pagina personale, persino nel pieno di una pandemia (sempre a proposito di «sciacallaggio»).

Se davvero i dirigenti del Partito democratico vogliono costruire qualcosa di nuovo, a sinistra, per prima cosa dovranno liberare il campo dai suoi occupanti abusivi.