Triste Solitario y final/6Mario Oliverio e il silenzio del Pd sul «populismo penale» calabrese

L’ex presidente della Regione Calabria, dopo l’ennesima assoluzione nei processi aperti contro di lui dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, racconta di esser stato «lasciato solo» dal partito in questi anni. «Pur essendo membro della direzione non sono stato mai convocato», dice. «La verità è che il Pd è subalterno all’ala giustizialista dei pm per codardia o perché qualcuno, come si dice dalle mie parti, ha i “carboni bagnati”, cioè ha qualcosa da temere»

Foto LaPresse - Adriana Sapone

«Sono stati per me anni di amarezza, personale e politica. Mi sono sentito offeso nella ragione stessa di tutta la mia vita, isolato, maltrattato, tradito dagli stessi compagni delle mie lotte, immerso in un mondo capovolto». Mario Oliverio, 69 anni, parla dopo l’ennesima assoluzione nei processi aperti contro di lui dal Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri.

Una vita spesa prima nel Pci e poi nel Pds, nei Ds e nel Pd, Oliverio è stato uno dei più importanti leader della sinistra calabrese: consigliere comunale e poi sindaco di San Giovanni in Fiore, presidente della provincia di Cosenza, consigliere regionale, parlamentare, presidente della Regione.

Nel dicembre del 2018, nell’ambito dell’Inchiesta “Lande Desolate”, l’allora presidente della Regione Calabria è accusato di corruzione e abuso d’ufficio nella realizzazione di alcune opere pubbliche. Per lui scatta l’obbligo di dimora nel comune di San Giovanni in Fiore, revocato da una sentenza della Corte di Cassazione nel marzo del 2019 che motiva la sua decisione parlando di un “pregiudizio accusatorio”. L’anno successivo Oliverio ottiene l’assoluzione con formula piena, «perché il fatto non sussiste». E per altri due esponenti del Pd, il vicepresidente della Regione Nicola Adamo e la deputata Enza Bruno Bossio, viene decretato «il non luogo a procedere». La Dda di Catanzaro diretta allora da Nicola Gratteri non oppone ricorso alla sentenza, che così passa così in giudicato. Nel secondo procedimento, relativo alla sponsorizzazione (95mila euro) di un evento nell’ambito del Festival dei due mondi a Spoleto (un’intervista con il giornalista Paolo Mieli, al fine di promuovere l’immagine della Calabria in una strategia di sostegno al turismo nella regione), viene accusato di peculato. Malgrado l’accusa chieda la condanna a quattro anni, il 10 novembre il tribunale lo assolve perché «il fatto non sussiste».

«In questi anni di enorme sofferenza sono stato lasciato solo dal Pd», racconta Oliverio, che nel 2019 contribuì all’elezione di Zingaretti a segretario con il 70% dei voti in Calabria, ma che oggi è fuori dal partito. «Pur essendo membro della direzione non sono stato mai convocato, nessuno del Pd ha aperto bocca neppure dopo la sentenza della Corte di Cassazione che annullò l’obbligo di dimora con motivazioni chiarissime, parlando di “chiaro pregiudizio accusatorio” e di provvedimento “abnorme”. Non parlò nessuno neppure dopo l’assoluzione con formula piena e nessuno ha profferito parola dopo l’ultima assoluzione. Ringrazio i tanti che mi hanno espresso la loro solidarietà in forma privata, mi aspetto che lo facciano in forma pubblica. La verità è che il Pd è subalterno all’ala giustizialista dei pm per codardia o perché qualcuno, come si dice dalle mie parti, ha i “carboni bagnati”, cioè ha qualcosa da temere».

Il fatto è che l’accanimento giudiziario contro Oliverio ha avuto risvolti politici rilevanti, che hanno cambiato la storia politica recente della Calabria. «È stato interrotto dall’azione giudiziaria un processo di rinnovamento che avevamo avviato, un processo di bonifica della regione dal verminaio degli interessi illeciti, abbiamo sciolto enti inutili e consigli di amministrazione, centri di malaffare e sottratto alla Regione la gestione di imponenti risorse e di appalti attraverso il trasferimento di funzioni ai Comuni, alle Province, alle Università. La Calabria aveva smesso di essere ultima in tutte le graduatorie a partire dalla utilizzazione dei fondi europei dove era giunta prima tra le regioni del sud», sostiene Oliverio.

«In Calabria viviamo sotto una dittatura giudiziaria», si sfoga Enza Bruno Bossio, parlamentare Dem non rieletta nell’ultima tornata. «C’è il caso Oliverio, ma anche quello del senatore Giancarlo Pittelli», dice.

La vicenda dell’ex presidente della Regione Oliverio è particolarmente significativa. Ma al neo ministro della Giustizia Carlo Nordio, il Comitato per Pittelli ha chiesto se non sia meritevole della sua attenzione anche la condizione dell’ex parlamentare della Repubblica, «avvocato penalista incensurato, ormai sulla soglia dei settant’anni, in condizioni di salute precarie, privato della libertà ormai dal lontano dicembre 2019, con l’accusa infamante ma mai provata di essere “l’anello di congiunzione fra Ndrangheta e massoneria”, ben prima di qualunque processo o sentenza, il quale in questi tre anni di attesa di giustizia ha collezionato ben tre sentenze della Cassazione che hanno cancellato o ridimensionato i capi d’imputazione originari e accolto le richieste della difesa su questioni parallele al giudizio principale». Lo scorso 15 novembre, Nordio ha inaugurato il nuovo palazzo di giustizia a Catanzaro, indicandolo a modello, ma che prima di assumere la carica di Guardiasigilli aveva firmato un appello a favore dell’ex senatore.

«L’ultima motivazione per revocargli i domiciliari è stata giustificata per il fatto che si era rivolto ad alcuni parlamentari, tra cui c’ero anche io, che hanno presentato un’interrogazione parlamentare sul suo caso», racconta Bruno Bossio. Che denuncia: «Questo è il clima e il Pd non si ribella ma anzi vi si sottomette. E così abbiamo avuto leggi come la Severino che ha abolito la presunzione d’innocenza per gli amministratori locali, la spazzacorrotti che equipara i reati di corruzione a quelli di terrorismo e mafia, e la definizione del traffico d’influenze impossibile da tipizzare. Ma io non mi arrendo, anche se mi calpestano e farò fino alla fine questa battaglia nel Pd».

Non è solo la vicenda giudiziaria in sé a sconcertare. È che “Il caso Oliverio” è il paradigma di una sottomissione culturale al “populismo penale”, che uno dei massimi giuristi italiani, Luigi Ferrajoli, ha definito così: «Alimenta e interpreta il desiderio di vendetta su capri espiatori. Configura l’irrogazione di pene come nuova e principale domanda sociale e perfino come risposta a gran parte dei problemi politici».

«Io penso che la sinistra si sia sempre battuta per i diritti, per la libertà, per la garanzia delle persone. E penso che il garantismo sia lo strumento per combattere con efficacia mafia e corruzione. I polveroni, l’azione inquisitoria, in assenza di fatti e persino di indizi, utilizzata a scopo mediatico, politico, nel medio lungo periodo indebolisce la stessa credibilità della magistratura», dice Oliverio. Che cita Falcone: «“A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nella assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano conseguenze incalcolabili. Il sospetto non è l’anticamera della verità ma del khomeinismo”». Il magistrato ucciso nella strage di Capaci, a cui spesso Gratteri viene associato da parte dei suoi sostenitori, pronunciò queste parole nella sua deposizione davanti al Csm per rispondere all’accusa di nascondere le prove dei delitti politico-mafiosi.

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