Il decreto delle due bandiereTutti gli equivoci che spiegano il fallimento del reddito di cittadinanza e dei navigator

I beneficiari della misura assistenziale di solito non hanno una esperienza recente di lavoro e hanno qualifiche molto basse: chi avrebbe dovuto trovargli un impiego, di fatto, non è riuscito a compiere una missione impossibile

LaPresse/Claudio Furlan

Negli ultimi anni, chiunque, in buona fede, ha potuto rendersi conto dei danni profondi, spesso difficilmente rimediabili, provocati da scelte politiche dettate non solo da un’impostazione ideologica, ma persino da un puntiglio o da una mossa di mera propaganda.

Una volta che iniziative legislative sbagliate entrano a far parte degli ordinamenti, nel circuito economico e nel corpo sociale di un Paese, ne dirottano gli itinerari e continuano a far parte anche della realtà.

Un governo che si accorgesse degli errori compiuti in precedenza, dovrebbe comunque affrontare la situazione per quello che è divenuta. Il governo giallo-verde nella trascorsa legislatura ha disseminato, in molti settori, errori e paradossi che sono rimasti come un macigno sul percorso degli esecutivi successivi.

Prendiamo, per esempio, il caso di quota 100: una modifica di carattere sperimentale e di durata triennale, piovuta come una meteora sul tragitto delineato dalla riforma Fornero, per ritrovarsi alla fine a dover gestire il rientro in quei binari, sulla base di complessi marchingegni che sono allo studio anche adesso in vista della legge di bilancio (riusciranno i nostri eroi ad evitare il ricorso all’esercizio provvisorio?).

Lo stesso discorso vale per il cosiddetto decreto dignità che ha introdotto pesanti condizionali nella possibilità di prorogare i contratti a termine; salvo doversi accorgere che questa norma, soprattutto durante la pandemia, creava più problemi all’occupazione di quanti non li risolvesse mediante la trasformazione in contratti a tempo indeterminato.

Se volessimo allargarci oltre il perimetro del lavoro e del welfare potremmo citare altre misure in tema di giustizia e di ambiente che stanno ancora alla ricerca di una soluzione, non perché non esista (si pensi alla trivellazioni nell’Adriatico), ma perché continuano a permanere incomprensibili veti politici. Ma il grand guignol della legislazione a perdere va cercato nel Reddito di cittadinanza (RdC) di cui al decreto n.4/2019 dove stava in buona compagnia con quota 100 e le altre misure in materia di pensioni.

Potremmo chiamarlo il «decreto delle due bandiere». Sappiamo come è nato questo istituto assistenziale. Una mattina Beppe Grillo si è svegliato, al pari di Zeus con un dolore alla testa. Il capo degli dei falsi e bugiardi se ne liberò liberando Athena dalle sue meningi; Grillo inventandosi una formula (il reddito di cittadinanza) che avrebbe fatto tendenza di lì a poco, soppiantando, dopo la vittoria nelle elezioni del 2018, quel reddito di inserimento (ReI) entrato in vigore da pochi mesi, ma la cui impostazione corrispondeva già allora a quella che viene dibattuta oggi in un quadro di profonda revisione del Reddito di cittadinanza.

Le prime vittime di questa revisione sono quei navigator a cui non sarà rinnovato il contratto. E qui sta un vistoso paradosso: questi giovani furono assunti, sulla base di una selezione frettolosa e in polemica con le Regioni, quando non erano in grado di svolgere le mansioni loro affidate e vengono licenziati quando, dopo tre anni, hanno imparato sicuramente a svolgere quanto meno un lavoro d’ufficio nei centri per l’impiego. Tutto ciò in attesa dell’assunzione nei centri per l’impiego di migliaia di persone le quali, ovviamente, dovranno imparare il mestiere daccapo.

I navigator pagano il fio di tutte le assurdità con cui è nato il Reddito di cittadinanza. Il difetto più grave è stato quello di tenere insieme l’obiettivo di fornire un sostegno alle famiglie povere e nello stesso tempo avvalersene come strumento di politica attiva, affidata appunto ai cosiddetti navigator privi, oltre all’improvvisata competenza, di adeguati strumenti poter svolgere il loro compito.

Eppure si tratta di giovani: l’età media è pari a trentacinque anni; solo il ventiquattro per cento ha superato i quaranta anni; il quarantuno per cento si colloca tra i trenta e i quaranta anni; il trentacinque per cento ha meno di trent’anni. Il cinquantaquattro per cento è formato da donne.

Il governo di allora chiamò dal profondo Sud degli Stati Uniti un signore che assicurava di avere a disposizione una piattaforma informatica talmente perfezionata da poter mettere in rete persino i dati dei passeri e degli usignoli (salvo accorgersi poi che i dati devono essere conosciuti per poterli raccogliere). Poi venne il momento dei riti, della beatificazione della yellow card sotto teca e quant’altro.

In sostanza, questi giovani furono ingaggiati e divennero i protagonisti di uno spettacolo surreale, dando luogo a tutti gli sfoghi dell’invidia sociale che era allora (solo?) il sentimento dominante del vivere quotidiano. Così il modo sgangherato con cui vennero fatti entrare in scena con il compito di svolgere missioni impossibili, ha collocato i navigator nello stand da «tre palle a un soldo» in cui ogni tanto finisce qualcuno (persona o ente) sulla base del passaparola.

Poi, lo sappiamo, una volta che è stata affibbiata un’etichetta, nessuno si prende la briga di rimuoverla. In verità, per quanto riguardava le politiche attive, si mise di mezzo anche la pandemia, ma questa funzione del Reddito di cittadinanza è miseramente fallita (ancora peggio del venir meno delle attese di nuove assunzioni di giovani in conseguenza di quota 100).

Ed è su questo punto che intende intervenire il governo Meloni, anche se, in verità, non si è capito bene come, visto che non sarebbe sostenibile – almeno così parrebbe – dire ai beneficiari del Reddito di cittadinanza ritenuti in grado di lavorare, di arrangiarsi perché «la pacchia è finita» e che il governo deve reperire risorse, destinate a chi non ha lavoro, per finanziare il pensionamento anticipato di coloro ai quali il lavoro non è mai mancato.

Ma, qui casca l’asino del Reddito di cittadinanza: il duro dato della realtà è che i beneficiari ritenuti abili al lavoro non sono occupabili. Ciò non dipende dallo scarso impegno dei navigator o dalla crisi, giacché ormai è acquisito che il mercato del lavoro soffre di una grave situazione di mismatch ovvero l’offerta di lavoro non è in grado di soddisfare la domanda, non solo sul piano delle professionalità richiesta, ma anche per quanto riguarda il numero delle occupazioni disponibili che vengono rifiutate.

Perché allora il meccanismo dello scambio non ha funzionato? È responsabilità dei navigator come si fa trapelare in questi giorni? Naturalmente alla base di tutti i processi economici e sociali non vi è mai un solo motivo, ma il dibattito, nel caso dei percettori del Reddito di cittadinanza, gira attorno ad un problema, emerso in tutta evidenza dall’esperienza fino a ora compiuta, ma trascurato per motivi incomprensibili.

Forse perché la gente preferisce restare appesa alle sue percezioni piuttosto che andare alla ricerca della realtà dei fatti. Tutte le ricerche e gli studi compiuti sugli utenti del Reddito di cittadinanza ritenuti abili al lavoro, in verità non sono “occupabili”. La relazione del Comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza presieduto da Chiara Saraceno non esita a riconoscere, infatti, che i beneficiari di Reddito di cittadinanza, anche quando teoricamente “occupabili” spesso non hanno una esperienza recente di lavoro e hanno qualifiche molto basse.

Inoltre, i settori in cui potrebbero trovare un’occupazione – edilizia, turismo, ristorazione, logistica – sono spesso caratterizzati da una forte stagionalità. I criteri attualmente utilizzati per definire congrua, e quindi non rifiutabile, un’offerta di lavoro non tengono conto adeguatamente di questi aspetti mentre sarebbe prioritario favorire la costruzione di un’esperienza lavorativa.

Pertanto, anche la qualità del lavoro che viene offerto dovrebbe considerare almeno temporaneamente, congrui non solo contratti di lavoro che abbiano una durata minima non inferiore a tre mesi, ma anche quelli per un tempo più breve, purché non inferiori al mese, «per incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad iniziare ad entrarvi e fare esperienza».

Così – è scritto nel documento – «trovare un’occupazione a tempo indeterminato e con orario pieno rappresenta l’obiettivo ultimo dei percorsi d’inclusione lavorativa. Il mercato del lavoro, tuttavia, non sempre presenta queste condizioni, soprattutto all’ingresso, anche per chi non è, a differenza dei beneficiari di Reddito di cittadinanza, in situazione di particolare fragilità».

Sarebbe utile consultare anche un rapporto curato dall’Associazione nazionale dei navigator (Anna), dove, tra i tanti aspetti interessanti, vengono descritti i limiti principali per l’occupabilità dei beneficiari del Reddito di cittadinanza, ancorché ritenuti abili al lavoro.

Questa platea è caratterizzata da uno scadente livello di scolarizzazione, dalla mancanza di precedenti esperienze lavorative regolari, da una scarsa o inesistente alfabetizzazione digitale, dalla mancanza di patente di guida e di mezzo proprio, da una condizione psicologica rinunciataria che risente di lunghi periodi di inoccupazione: una condizione che si trasforma in una barriera da superare tra il beneficiario e il navigator.

Diventa quindi pretestuosa la motivazione alla base del mancato rinnovo del rapporto di lavoro: quella di aver fallito in una missione impossibile. Il problema allora – se il governo vuole affrontarlo e tentare di risolverlo – è ben più complesso dell’applicazione della regola del «chi non lavora non mangia».

Bisogna acquisire una concezione diversa dello stato di «cittadinanza» nel senso di individuare ed implementare quelle attività inclusive che trasformano una persona in un cittadino, capace di fare la sua parte in una comunità organizzata.

Il lavoro richiede disciplina, impegno, responsabilità, un minimo di conoscenze indispensabili per stabilire quella rete di rapporti umani che caratterizzano il lavoro.

Ai beneficiari del Reddito di cittadinanza, prima che il lavoro, manca la capacità di divenire un lavoratore. Solo superando questo handicap si possono diradare le nebbie degli equivoci insiti nel Reddito di cittadinanza. È una scelta molto più difficile di quella che si è limitata, come è avvenuto in generale fino a ora, a erogare un assegno e passare oltre. Ma è la sola utile a fare avanzare una società.