Codice di disonoreUna anzi due proposte di legge per evitare altri casi-Iene (sì, sono anche legislatrice)

Ogni volta che qualcuno denuncia i servizi del programma Mediaset, gli autori rispondono che non hanno conservato il filmato integrale e la vittima fatica a difendersi. È una scusa che fa anche ridere, ma bisognerebbe obbligarli a consegnare il girato. E poi anche fare chiarezza sull’Associazione che riceve i soldi degli sponsor e paga i risarcimenti

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Del caso-Iene non si devono occupare zelanti editorialisti che abbandonano la nave che affonda subito dopo i topi ma molto prima delle puttane. Del caso-Iene non si devono occupare cronisti televisivi che, in conferenze stampa organizzate dalla proprietà della rete televisiva, proprio non possono astenersi dal chiedere conto: mi scusi, dottore, vi si è ammazzato un intervistato, qualcosa dobbiamo dire. Del caso-Iene non si deve occupare Piersilvio Berlusconi, che non può certo chiudere l’unico programma non di Maria De Filippi che ancora racimoli un po’ di pubblico – pubblico analfabeta, ma tanto ormai gli inserzionisti son perlopiù medicinali per la prostata e va bene così.

Del caso-Iene si deve occupare la politica. C’è una voragine legislativa, nella gestione delle troppissime repliche del caso-Iene, nella gestione delle mille volte diverse ma uguali in cui un inviato televisivo italiano, forte d’una telecamera e d’un montaggio, ha inscenato una caccia alla volpe e l’ha chiamata intervista. Possiamo (io e pochi altri volenterosi) fargli tutte le cause del mondo (e vincerle), ma c’è un buco normativo.

Ci sono due cose che succedono, quando fai causa alle Iene; della seconda potrebbe già occuparsi il fisco, ma per la prima serve una legge. La prima cosa che succede, quando Le iene vengono a casa tua e ti filmano senza il tuo consenso, e poi montano come gli pare le immagini – perché la tv fa la tv, e il suo ruolo è falsificare la realtà, mica riportarla: lo è anche quando è tv fatta dai giornalisti, figuriamoci quando è un varietà coi costumi e i balletti – la prima cosa che succede è che tu o il tuo avvocato chiedete il filmato integrale.

Coi tempi della giustizia italiana, che non sono quelli degli sceneggiati televisivi in cui l’Fbi farebbe immediatamente irruzione a casa dell’inviato violatore di domicilio a sequestrare la scheda di memoria della telecamera, i carabinieri vanno a bussare alla redazione del programma dopo settimane, mesi, anni. Quando ti convocano e ti dicono che hanno ottenuto sì e no le immagini messe in onda, e tu dici ma l’avete chiesto l’integrale, rispondono: dicono che non ce l’hanno, dicono che l’hanno buttato. E tu dici: vabbè, ma lo sappiamo tutti che non è vero.

Lo sappiamo tutti che non è vero perché abbiamo prima o poi lavorato tutti in tv, e sappiamo che si teneva tutto persino quando le immagini erano su nastro, su quei Betamax grandi mezzo metro quadro che servivano intere stanze per conservare. Lo sappiamo tutti che non è vero perché viviamo su questo pianeta: non eliminiamo i filmati innocui dai nostri telefoni noi, figuriamoci un programma che potrebbe un domani dover dimostrare la liceità di quelle immagini.

Nel mio caso e in molti altri, casi in cui l’oggetto dei reati delle Iene si è suicidato o si è limitato a far causa al programma, lo sappiamo anche perché abbiamo istantaneamente diffidato la rete dal mettere in onda le immagini. E l’ufficio legale di Italia 1 non sarà composto da fulmini di guerra, ma sento di poter escludere che lascerebbe distruggere agli imputati prossimi venturi prove a discarico: se non hai il girato, posso sostenere che m’hai stuprata in una parte che non hai mandato in onda. È ovvio che non l’hai buttato, ma siccome si vedrebbe meglio la tua turpitudine è altrettanto ovvio che cerchi di non consegnarlo: perché dovresti, se nessuno può costringerti a farlo?

Tu dici «ma non è vero», e i carabinieri impotenti ti dicono: eh, ma nessuna legge dice che sono obbligati a conservare i filmati, e quindi noi non possiamo costringerli a consegnarceli. Nessuna legge stabilisce che far sparire le prove di com’è andata davvero sia un’ammissione di colpa, in questo settore. Ecco: perché una legge così non c’è?

Quando, in tribunale, l’autore del servizio che mi riguardava rispose alla domanda sul girato non conservato, ho capito che in Italia non si potrebbe mai girare Codice d’onore. Codice d’onore, qualcuno se lo ricorderà, era il film in cui Jack Nicholson era un colonnello che aveva fatto ammazzare un soldato inetto nella base americana di Guantanamo, e ovviamente sul banco dei testimoni mentiva: diceva che lui era dispostissimo a rimandare il soldato a casa, che sarebbe proprio dovuto partire la mattina dopo, ma ops era morto. Tom Cruise è l’avvocato che sa che Nicholson sta dicendo delle svergognate balle e quindi insiste, ma come mai non aveva preparato la valigia, come mai non aveva chiamato la mamma per dire che tornava, finché quello sbotta e confessa.

Ricopio quel che sostenne l’autore delle Iene dai verbali dell’udienza: «Abbiamo degli hard disk che tengono quello che tengono. A tre o quattro anni di distanza non ho neanche più l’intervista esclusiva che avevo fatto ad Arafat, nel senso che la cancello. Non abbiamo lo spazio». Nel ventunesimo secolo un autore televisivo sostiene una cosa che ci si sarebbe vergognati di dire anche quando i Betamax, i metri quadri, gli archivi; sostiene che una rete televisiva non abbia abbastanza hard disk per conservare i filmati (lavoreranno sui Vic20), e nessuno nell’aula di tribunale gli dice: «Ma la smetta di raccontarci stronzate».

Ora, non possiamo sperare in avvocati e pubblici ministeri e giudici che abbiano il piglio di Tom Cruise, neanche trovandosi davanti testimoni che certo non hanno la statura di Jack Nicholson, ma possiamo invocare una legge che regolamenti questo deserto di decenza. C’è una persona perbene, in questo parlamento, in grado di proporre una legge di civiltà che dica che non puoi mandarmi in onda montato come pare a te senza conservare l’integrale che, in un tribunale, dimostri com’era andato davvero il nostro incontro?

Non ci si può certo aspettare che le tv si regolamentino da sole: com’è scappato detto a Piersilvio Berlusconi nella conferenza stampa in cui gli hanno chiesto del morto, «dire basta a un certo tipo di giornalismo sarebbe come tornare indietro invece che andare avanti». Ovvero: se alla tv italiana levi l’agguato e l’inseguimento e le domande scomode strillate perché conta sentir quelle, mica le risposte, devi chiudere tutti i talk-show, che sono l’unico prodotto abbastanza a basso budget da andare ancora in onda nella squattrinata tv del 2022.

Non ci si può certo affidare ad autori televisivi che il morto lo fatturano. Davide Parenti, ideatore delle Iene, l’altroieri ha scritto che il servizio su quello che poi s’è suicidato «ha spopolato sui social»: cosa contano i morti, quando hai i like. Ha scritto anche: «Quello che facciamo può non piacere […] La nostra libertà di farlo non è negoziabile col gusto di una platea, per quanto ampia». Per quel che s’intuisce del claudicante italiano di Parenti, il senso sembra essere: ’sti cazzi che adesso gli opinionisti s’indignino tardivamente, io o continuo a fare come mi pare, o mi porto gli inserzionisti altrove.

Ci vuole una legge, perché il rispetto della dignità personale di chi viene preso di mira dalla tv disposta a tutto per fare ascolti deve venire tutelato in un modo semplice: costringendo la tv a mostrare a un tribunale la verità integrale, non la versione falsificata dal montaggio; e perché «faccio come mi pare» può essere accettabile per Mediaset ma non può esserlo per il codice penale.

La seconda cosa che succede, facendo causa alle Iene, è che il risarcimento lo paga l’Associazione Le Iene, in cui vengono versati i soldi degli sponsor. Cioè: l’azienda di occhiali da sole crede di comprare uno spazio pubblicitario in tv, e invece paga la libertà d’un varietà di compiere reati. Inquadrano gli occhiali che indossano introducendosi a forza in casa mia o molestando una persona fragile che poi s’ammazza, e coi soldi che vale quell’inquadratura pagano il risarcimento per aver violato la legge. Le associazioni non sono tassate: ha senso che le sponsorizzazioni delle Iene siano detassate perché essi sanno già che violeranno la legge e con quei soldi dovranno pagarci i risarcimenti? Non mi pare urgente quanto una legge che costringa le televisioni a non nascondersi dietro la scusa degli hard disk piccini, ma sarebbe sensato che il fisco se ne occupasse.