Lega contro LegaNella finanziaria di Meloni e Giorgetti non c’è trippa per Salvini

La legge di bilancio è quella voluta dalla premier e del ministro dell’Economia: una manovra vecchio stile sotto l’occhio vigile dell’Europa. Il Capitano non ha spazio né voce in capitolo, ed è meglio che se ne faccia una ragione

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È la legge di bilancio di Giorgia Meloni e di Giancarlo Giorgetti, non quella di Matteo Salvini, pertanto quest’ultimo deve ingoiarsi una manovra nella quale di “rivoluzionario” non c’è niente, al massimo qualche specchietto per le allodole per venirgli incontro (in particolare una non enorme estensione della flat tax ai lavoratori autonomi: ma dov’è la mirabolante riforma fiscale?).

È una “finanziaria”, come si chiamava prima, che ricorda molto quelle del pentapartito a trazione democristiana, qualche mancia e diversi tagli e se non si fa debito è solo grazie alla vigilanza dell’Europa.

È bastato che Meloni facesse un salto a Bruxelles per capire l’antifona europea, se fate giochetti sui conti pubblici scordatevi il nostro appoggio – infatti chi l’ha detto che le prossime rate del Pnrr siano scontate? – ragione per cui Giorgia si è messa i panni della rigorosa nemica della finanza creativa, salvo la solita “tremontiana” attitudine al condono fiscale per fare cassa, che comunque sembra non bastare al Capo leghista, da sempre fautore del colpo di spugna per chi evade.

Il guardiano dei conti è quel Giancarlo Giorgetti che qualcosina avrà imparato da Mario Draghi, conosce l’intransigenza di Bruxelles e segue più Meloni che Salvini. Per questo ieri mattina il capo della Lega è andato personalmente a via XX Settembre, un po’ col cappello in mano, per capire se fosse possibile scucire qualche euro in più, si sono fatti e rifatti i conti fino a tardi per arrivare a un Consiglio dei ministri “col favore delle tenebre” come ai tempi di Giuseppe Conte.

Il risultato a quanto pare è che la manovra da trenta miliardi conterrà ben poco sulle pensioni e altrettanto ben poco sulla flat tax, i due cavalli di battaglia di un Salvini stritolato tra la premier e il ministro dell’Economia. Così come ne esce male l’ex socio di Salvini, cioè Giuseppe Conte al quale il governo tocca il Reddito di cittadinanza, cioè il passepartout che ha consentito a Conte di non tracollare alle elezioni.

La Lega si è segnalata giusto per la strampalata proposta sul bonus a chi si sposa in chiesa, “allargata” poi a chi si sposa e basta, soldi per le bomboniere e i fiori. Una scemenza presto mandata in soffitta dopo il rigetto unanime, e intanto la rivoluzione leghista può aspettare: il segno di Salvini sulla manovra non c’è e nemmeno è chiaro se potrà esserci un domani in cui le cose andassero bene, il che pare escluso, ne è convinta anche la premier che conosce il pericolo di restare senza un euro in cassa se Bruxelles sentisse puzza di bruciato.

Salvini, bloccato dal “guardiano” Giorgetti, non ha spazio né voce in capitolo sulla politica economica, ed è meglio che se ne faccia una ragione. Ma era chiaro che dovesse andare così. Non si è capito se tra lui e Meloni fosse stato stipulato un vero e proprio patto – l’economia a Meloni-Giorgetti, il fronte migranti a Salvini-Piantedosi – ma quello che è certo è che il Capo leghista soffre la “mollezza” del ministro dell’Economia.

Il quale per la verità era stato chiaro da giorni: «Confido nella responsabilità delle forze politiche», un monito a non fare capricci quando la manovra approderà in Parlamento dove come al solito ci sarà il solito assalto alla diligenza. Sul fronte dei migranti Salvini ha già fatto una figuraccia, sulla legge di Bilancio resta con un pugno di mosche in mano. Niente bomboniere gratis, niente flat tax. Il primo mese per lui è andato così così, e non ha nemmeno fatto un bel viaggio a Bali per stringere la mano ai Grandi della Terra.

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