Meet me in the bathroomIl nuovo documentario sul canto del cigno della scena rock newyorkese

Nonostante il montaggio disastroso e i filmati di fine anni Novanta-inizio anni Zero (quindi di bassa qualità), il prodotto illustra e valorizza le storie scalcagnate e disordinate dei protagonisti dell’ultimo periodo di gloria del genere musicale

Courtesy of Festival dei Popoli

All’inizio ci sono Julian, Paul, Karen-O e Fabrizio, James e Kyp: sono giovani e imbarazzati di fronte alla telecamera, ma con un talento che illumina la scena notturna e musicale di una città, New York, che ha un suo ruolo da coprotagonista nel racconto di un miracoloso momento nella storia contemporanea, nel quale la musica (indie) rock è tornata di tendenza. C’è tutto questo in “Meet me in the bathroom”, documentario tratto dall’omonimo libro del 2017, scritto dalla giornalista musicale Lizzy Goodman, e divenuto caso letterario di cui nessuno si aspettava il successo, e poi lungometraggio che chiude il Festival dei Popoli a Firenze, dove è stato presentato in anteprima nazionale. 

Non se lo aspettava neanche Lizzy Goodman, che saluta in videomessaggio la platea fiorentina, raccontando di come la gestazione di quel libro sia durata sette anni, e sia stata capace di raccontare il momento nel quale gli astri si sono allineati e hanno illuminato alcuni scalcagnati locali newyorchesi che, durante le loro serate open-mic, si sono trovati ad accogliere nomi poi entrati nella storia, gli Strokes in primis, ma poi anche le stelle cadenti dei Moldy Peaches e gli Yeah Yeah Yeahs, i Rapture e gli Interpol, gli LCD e i Tv on The radio. 

Un incrocio di variabili impazzite tra le quali spicca quella psicologica post nine-eleven, quell’11 settembre 2001 che spariglia le carte e le prospettive: ci sono spezzoni di un Paul Banks, il cantante degli Interpol, ventitreenne che passeggia senza meta tra le strade di Manhattan ingrigite dalla cenere, in una perfetta giornata di sole di fine estate, vivisezionando con i piedi migliaia di fogli sparsi sull’asfalto, documenti e cancelleria crollati insieme alle Twin Towers, mentre il suo voice-over spiega «pensavamo, chissà perché, che le torri fossero vuote, che in fondo non si fosse fatto male nessuno». 

E invece la portata della tragedia convince in molti non solo ad un trasferimento di massa da Manhattan a Brooklyn, con affitti mai così bassi, per affittare case e garage da usare come rifugi e studi di registrazione, ma anche a sfidare il sogno americano. Un sogno fatto di stabilità economica, di sicurezza, di lavoro in colletto bianco, di televisioni a molteplici pollici (lo stesso che irrideva già molti anni prima Mark Renton in Trainspotting). Un sogno che è crollato con le torri, e allora perché non mandare tutto al diavolo, lasciare il proprio odiato e banale lavoro d’ufficio, gli internship fatti senza passione, ma per senso del dovere, e dedicarsi alla musica a tempo pieno?

Nonostante il montaggio disastroso di un documentario composto di filmati dell’epoca, e quindi di bassa qualità, e che aumenta la sensazione di mal di testa, il prodotto prova a spiegare le storie scalcagnate e disordinate dei protagonisti di questa new-wave del rock, l’ultimo momento nel quale questo genere sarà di tendenza, passato alla radio in loop, ricordandoci anche cosa ci fosse prima, cosa il “sistema” di Mtv considerasse, o premiasse come rock. 

Scorrono le immagini degli award sul finire degli anni Novanta, con i Nirvana già preistoria e gli Alice in Chains, e i Soundgarden considerati troppo disperatamente cinici e poco inclini ai sorrisi a favore di telecamera, per essere su quel palco: a vincere i premi come miglior gruppo rock, nel 1999, sono gli Offspring. Nel 2000 sono candidati i Limp Bizkit (metal-rap), ma vinceranno i Red Hot Chili Peppers, già lontani dalle leggende di Californication e più vicini ad una parodia di loro stessi, tra John Frusciante che esce dal gruppo, ma poi torna e riesce come se fosse al Grand Hotel. Non che oggi vada meglio, con i Muse che hanno festeggiato il premio omologo, nel 2022, e hanno smesso di essere rilevanti per qualunque scena rock da più di un decennio.

Julian Casablancas, il mastermind degli Strokes e l’uomo del miracolo del garage rock, appare da subito nei ricordi dei Moldy Peaches, che lo incontrano a una festa in casa di sconosciuti, ovviamente con una ragazza, ovviamente chiuso in bagno, mentre fa uso di droghe (il nome del documentario e del libro arrivano proprio dalla canzone omonima degli Strokes, nel secondo album, Room on Fire, quello con la Reptilia e il suo giro di basso iniziale che fa salire ancora urla da stadio appena parte). Connessioni e serate insieme, gli Strokes che diventano opening act per i White Stripes a Londra – per andare adesso ad un concerto del genere, si pagherebbero diverse mensilità di stipendi working class – i Moldy Peaches che aprono per gli Strokes. 

Ragazzi vissuti in America, e che però, ognuno per motivi diversi, vedono nell’Inghilterra, la patria di tutti gli eclettismi musicali possibili, il paese dei balocchi nel quale confrontarsi con un pubblico che ha un’autorevolezza pari, se non superiore alla loro, in termini di rock and roll. Gli Interpol ci vanno forse troppo presto, e pur nell’entusiasmo di confrontarsi con il paese dei Joy Division (grande stella polare di ogni loro contributo alla storia della musica) a Manchester li vanno a vedere in cinque. 

Gli Strokes avranno una vita apparentemente più facile, ma l’ansia da prestazione rispetto al secondo disco, dopo il primo mirabile successo, non è un ostacolo facile da superare. Il carico da novanta è il perfezionismo ossessivo di Casablancas, all’epoca un ventiduenne abituato a ordinare il mondo – nella sua maniera disfunzionale – per difendersi da un passato complesso, che nelle interviste definisce «la parte più strana della mia vita». E la parte più strana della vita di Casablancas è nel suo cognome, figlio di quel John Casablancas, fondatore dell’agenzia di modelle Elite, al quale sembra cucita addosso la canzone di un altro Julio, Iglesias (Sono un pirata, sono un signore). 

Gli Strokes (ph. Wikimedia Commons)

Uomo privo di scrupoli e delicatezza, e però di immenso successo, Casablancas senior si separa dalla madre di Julian (ovviamente una modella della sua agenzia, la Miss Danimarca Jeanette Christensen) molto presto. L’erede vivrà con la madre fin quando poi non conoscerà l’amico e compagno di band Albert Hammond Jr in un prestigioso collegio svizzero, Le Rosey. Come facciano dei rampolli cresciuti nelle migliori scuole europee a suonare come l’evoluzione dei Velvet Underground è l’interrogativo che ci poniamo tutti, e trova risposta definitiva solo nella reale amicizia che univa Casablancas, Hammond Jr, e poi gli altri Fabrizio Moretti (che all’apice della popolarità si fidanzerà con Drew Barrymore, presenza fissa ai concerti), Nikolai Fraiture e Nick Valensi. 

«Una democrazia guidata da un dittatore», irrisero i critici all’epoca, sottolineando il ruolo decisionale assoluto che aveva Casablancas, e che però il gruppo era disposto a concedergli, anche perché il cantante esagerava, con droghe e alcool, ma non ha mai rischiato davvero il cosiddetto “effetto Pete Doherty”. Ai concerti ci arrivava ubriaco nella maggior parte dei casi, ma mai abbastanza da impedirgli di suonare o cantare dignitosamente.

A guardarlo oggi, questo documentario che è anche spaccato di un’epoca, saltano all’occhio le differenze e le similitudini con la scena musicale attuale, non solo rock. Mondi difficili e complessi da navigare per dei post-adolescenti, seppur per motivi diversi. Se per i giovanissimi pop idol di oggi la sovraesposizione sui social (a volte prescritta dalle major) è un pericolo reale per la salute mentale, per quelli di vent’anni fa, che si esibivano guardando le persone negli occhi, e non attraverso un cellulare dal quale sono ripresi, a pesare è un maschilismo talmente normalizzato da apparire inscalfibile, insuperabile: in questo senso è importante la storia di Karen O, cantante degli Yeah Yeah Yeahs, oggetto di maniacali attenzioni maschili, con gli organizzatori del tour che portano di preferenza gli uomini sotto il palco, con i fotografi che cercano in maniera ossessiva di riprenderla sotto la gonna. 

Che il rock non sia mai stato roba da signorine, Karen O ne è consapevole – a ispirarla, d’altronde, sono le pioniere Joan Jett, Chrissie Hynde delle Pretenders, Debbie Harry dei Blondie e Siouxsie Sioux, donne che hanno dovuto lottare, decadi prima di lei, con una società ancora più tossica nel suo patriarcato – ma viverla sulla propria pelle è un altro paio di maniche. Ancora, se oggi gli idoli delle folle vedono il loro percorso musicale deciso a tavolino dalle major e dagli uffici stile con i quali collaborano, quelli di ieri, affiliati a case discografiche indipendenti e alle prime armi, così come loro, si trovano di fronte il disastro di Napster (annus horribilis 1999) precursore di tutti i software di download illegale di musica, vedendo andare in fumo potenziali guadagni. 

A colpire in positivo, però, è la disomogeneità di volti e storie che sono nate e cresciute durante questo veloce viaggio su Memory lane, e sulle tracce del rock. Venendo da dieci anni di formule inglesi per ribadire con un certo moralismo di facciata delle sacrosante necessità di rappresentazione, che poi raramente sono messe in pratica dalle major così come dalle maison della moda (vedere alla voce inclusivity), è al tempo stesso rinfrescante e triste vedere quanto, vent’anni fa, senza movimenti social e gogne istantanee, il garage rock fosse un catalizzatore di personalità tra le più disparate. 

Non solo gli Strokes figli di (Albert Hammond Jr è figlio dell’omonimo senior, un cantautore londinese che ha scritto brani per Aretha Franklin e Julio Iglesias, tra gli altri), ma anche Karen O, con delle origini per metà coreane e per metà polacche, così come Kimya Dawson, metà dei Moldy Peaches, a suo agio con una femminilità non binaria, che nessuno degli uomini e sodali del documentario, dal suo partner sul palco Adam Green agli Strokes, sembra mai anche vagamente irridere, pur con un grado diverso, e primitivo, di consapevolezza in merito (è del 2019 il suo coming out con la scelta dei pronomi she/her, they/them).

Ci sono anche i Tv on the Radio, con il cantante Tunde Adebimpe americano di origini nigeriane, mentre il polistrumentista Kyp Malone è afro-americano; ci sono gli Interpol, in fissa con il punk e la new wave a più di quindici anni dalla fine di quell’epoca, gli elegantoni della combriccola, che si esibiscono con completi affilati che sembrano powered by Hedi Slimane – ma in realtà sono quelli dei Kraftwerk, con i volumi adeguati all’epoca – e le cravattine strette «dei mafiosi sulla strada per andare a un funerale» come li definirà Highsnobiety

Un concerto dei Tv on the Radio (ph. Wikimedia Commons)

Un’attenzione alla moda antitetica rispetto ai jeans slavati e ai biker di tutti gli altri, e che però non porterà certo gli Strokes o gli Yeah Yeah Yeahs ad accusarli di essere meno rock (intanto la moda li ama assai tanto che l’anno scorso il cantante Paul Banks ha curato una selezione di vinili nello store losangelino di Dries Van Noten). E poi c’è James Murphy, il fondatore degli LCD Soundystem, gruppo ancora oggi attivo e iscritto nel pantheon di giovani nati quando Murphy campionava i brani degli altri. Lievemente fuori forma, già over trenta agli inizi e immagine vivente dell’amico sempre a disagio, ovunque lo si porti, affetto da un’incapacità da lui stesso dichiarata ad avere rapporti di amicizia autentici, sinceri e soprattutto sani: è il manifesto perfetto di un “anti rockstar”, e nessuna major, oggi, avrebbe l’ardire di scritturarlo, pur rifacendogli il look. 

Eppure, è stato il genio capace di creare melodie che «facessero ballare chi di solito non lo fa», come predice egli stesso, un viaggio musicale immaginifico che fa sperimentare deliri lisergici pur senza prendere l’ecstasy (la cui assunzione, in tarda età e spinto dagli amici, farà decidere a Murphy di pubblicare suo materiale, invece che fare da ingegnere del suono a quello degli altri). 

Una molteplicità, appunto, di voci ed esperienze, che cozza con la perfezione plastica di oggi, nella quale, a parte alcune mirabili eccezioni, l’iniziazione al successo globale arriva solo se si risponde a precise caratteristiche fisiche. Alla fine, ci sono Julian, Paul, Karen-O, Fabrizio, James e Kyp, c’è quel momento fugace nella storia dei millennial disgraziati, nel quale ci si è sentiti giovani e ribelli: è durata pochissimo, ma nel frattempo, si è suonato per l’ultima volta il rock, consegnandolo, di nuovo, alla storia.