Il complesso del ghettoLa debolezza di Meloni si vede proprio dal suo aggressivo vittimismo post-missino

Il governo continua a collezionare errori, aprendo sempre nuovi conflitti all’esterno e all’interno, ma la vera prova della sua fragilità è in alcune battute rivelatrici della presidente del Consiglio

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Ci sono molte ragioni per rivedere al ribasso quotazioni, pronostici e profezie sulla lunga durata e i grandi successi del nuovo governo e della nuova presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Alla già non breve serie di gaffe, false partenze e autentiche marce indietro, culminate nella crisi diplomatica con la Francia, proprio quando più se ne aveva bisogno e la si voleva attrarre dalla propria parte, si potrebbero aggiungere i non pochi episodi di conflitto incontrollato nella maggioranza, a cominciare dall’indimenticabile carambola del voto per l’elezione del presidente del Senato, Ignazio La Russa: caso più unico che raro di crisi di governo apertasi prima ancora della formazione del governo. Per finire con il giudizio non proprio entusiasta con cui un influente esponente di Forza Italia come il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ha definito la legge di Bilancio appena uscita dal Consiglio dei ministri: «Una tisana».

A tutte queste ragioni per dubitare del luminoso futuro del governo se ne deve aggiungere però un’altra, solo apparentemente minore, di carattere culturale e psicologico, che è emersa in modo nettissimo in tutti gli interventi pubblici della nuova presidente del Consiglio.

Da un lato, si nota in lei una certa inclinazione a tributarsi da sola continue attestazioni di coraggio, sin dal suo primo intervento in parlamento da capo del governo per il voto di fiducia del 25 ottobre – «Perché il coraggio, di certo, non ci difetta», scandì con voce stentorea in quell’occasione – fino alla conferenza stampa di martedì, dove si è spinta a definire «coraggiosa» persino la legge di bilancio (laddove l’unico giudizio su cui sono tutti d’accordo, tanto i critici quanto i lodatori della manovra, è proprio la sua «prudenza»).

Dall’altro lato, in contrasto solo apparente con tanto coraggio, spicca una certa tendenza al vittimismo, a lamentare continuamente un diverso trattamento che a lei sarebbe riservato da ogni sorta di potentato, categoria o circolo da cui si sente evidentemente esclusa e disprezzata.

Anche questa tendenza è emersa clamorosamente nell’ultima conferenza stampa, in particolare quando, alle proteste dei giornalisti per il poco tempo lasciato alle domande, prima ha replicato: «Mi ricordo che in altre occasioni siete stati molto meno assertivi, mettiamola così…». E poi, quasi a mezza bocca: «Siete stati così coraggiosi in altre situazioni…». E subito dopo, dinanzi alle richieste di spiegazione: «Eh, lo so io a cosa mi riferisco… andiamo avanti, dai… sì, sì… andiamo avanti…». Dove l’elemento davvero rivelatore non è tanto l’accusa ai giornalisti di essere assertivi con lei e pavidi con gli altri (i veri potenti, si presume), quanto il «lo so io a cosa mi riferisco…». Come sarebbe «lo so io»? Tanto coraggio per nulla?

Non c’è bisogno di avere studiato approfonditamente la storia della destra missina per riconoscere in questo atteggiamento un tratto caratteristico di quella tradizione. Potremmo chiamarlo il complesso del ghetto, in omaggio a quel celebre filosofo svedese secondo il quale «puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo». Un atteggiamento che non va confuso con il normale impasto di vittimismo e aggressività che caratterizza tutti i leader populisti del mondo (e diversi altri prima di loro, in tempi più cupi). Pure Donald Trump, ad esempio, si presenta sempre come vittima dei complotti delle élite e della «stampa mainstream», ma anche nell’improbabilissimo caso in cui qualcuno sentisse mai il bisogno di chiedergli di dire chiaramente con chi ce l’abbia, certo non risponderebbe biascicando una sfilza di «lo so io» e «dai, andiamo avanti».

Non penso onestamente che il comportamento di Meloni tradisca la volontà di attentare alla libertà di stampa o alla democrazia. Semmai mi sembra tradire un senso di fragilità, una rabbia impotente che si traduce nel modo di fare di chi tira il sasso e nasconde la mano, particolarmente incongruo nelle attuali circostanze. Il capo del governo, in conferenza stampa, non può prendere seriamente l’aria di chi dice: «Ah, se potessi parlare!». È la presidente del Consiglio, è al vertice del potere esecutivo, e sta parlando in diretta tv: può dire esattamente tutto quel che vuole, più di chiunque altro in Italia. È lei, adesso, il potere.

Continuare a nascondersi dietro la narrazione vittimistica del politico ostaggio di chissà quali poteri forti, di quelli che comandano davvero, di quelli con cui i giornalisti sono «meno assertivi», non è solo una scusa da quattro soldi che rivela la percezione della propria scarsa preparazione (percezione, fondata o meno che sia, che è probabilmente il vero motivo per cui tenta di ridurre il più possibile lo spazio delle domande), è proprio una strategia suicida.

Un conto, infatti, era recitare quella parte finché stava all’opposizione, e tanto più quando all’opposizione ci stava praticamente da sola. Ma adesso che è al governo, ed è a capo del primo partito del paese, con il triplo dei consensi dei suoi alleati, alimentare questo racconto della minoranza perseguitata e reietta può portarle solo danni.

Affermare o lasciare intendere ogni giorno che i veri potenti sono altri equivale a dire che tu non conti niente: un pessimo messaggio da mandare agli italiani, non solo perché alle loro orecchie potrebbe suonare come una scusa; ma anche e forse soprattutto perché, a lungo andare, potrebbero crederci.

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