Sovranisti su MarteL’esordio maldestro del governo Meloni apre un campo larghissimo all’opposizione (se solo ci fosse)

Tra provocazioni no vax e mezze marce indietro sulla norma anti-rave, la nuova destra si rivela assai più fragile del previsto. Ma serve un’alternativa, e serve adesso, non tra cinque mesi (o quanti ne impiegherà il Pd a montare i gazebo)

di Aaron Chavez, da Unsplash

La nuova norma «anti-rave», la prima decisione con cui il governo voleva dare subito di sé un’immagine di fermezza, si è già trasformata in una maldestra marcia indietro, che ora la maggioranza tenta di nascondere sotto il velo della disponibilità a «miglioramenti» da parte del parlamento.

Al riguardo, però, la lingua italiana è chiara: se vado a sbattere con l’auto, non pago qualcuno per apportare dei miglioramenti alla carrozzeria, ma per aggiustarla. Avevano previsto sei anni di carcere, aprendo la strada all’ipotesi inquietante di ragazzini (e relative famiglie) intercettati in massa per il sospetto di raduno premeditato, tra varie altre distopiche assurdità degne di uno sketch di Corrado Guzzanti (titolo: Sovranisti su Marte). Ora fanno a gara nel prenderne le distanze, promettendo di abbassare le pene e togliere di mezzo simili scenari. Non è un miglioramento, è una ritirata.

Carlo Nordio, il ministro della Giustizia accreditato da giornali e avversari troppo compiacenti come un fior di garantista, assicura che la norma «non incide, né potrebbe incidere minimamente sui sacrosanti diritti della libera espressione del pensiero e della libera riunione, quale che sia il numero dei partecipanti», ma prontamente aggiunge che «la sua formulazione complessa è sottoposta al vaglio del Parlamento, al quale è devoluta la funzione di approvarla o modificarla secondo le sue intenzioni sovrane». Traduce giustamente il giurista, ed ex parlamentare del Partito democratico, Stefano Ceccanti: «Si sono sbagliati ma per fortuna il parlamento correggerà».

La posa inflessibile con cui Giorgia Meloni insiste a dichiararsi «fiera» della nuova norma, nel momento stesso in cui si appresta a smontarla pezzo per pezzo, aggiunge al tutto una nota di colore, ma anche una chiave di lettura politica e psicologica che non vale solo per il caso in questione. Vale anche per l’assurda proposta di portare a diecimila euro il tetto al contante (già precipitato a quota cinquemila).

Vale a maggior ragione per la scelta più grave e più ideologica, questa sì, compiuta finora dal governo, e cioè il via libera ai medici no vax. Scelta resa ancora più imbarazzante, anzitutto per l’attuale ministro della Sanità, Orazio Schillaci, dalle parole di Meloni sull’approccio «ideologico» e non sostenuto da «evidenze scientifiche» tenuto sulla pandemia dai governi precedenti e dai relativi tecnici, tra i quali l’attuale ministro, membro del comitato scientifico dell’Istituto superiore di Sanità.

Al riguardo, l’audace Schillaci ieri ha così spiegato la sua posizione al Corriere della sera: «Il mio coinvolgimento in questi anni di pandemia è stato solo a livello di ricerca e non nelle scelte che sono state prese dal Comitato tecnico scientifico per la gestione della pandemia». Alla successiva domanda su quali sarebbero state a suo giudizio le decisioni ideologiche, non sostenute da evidenze scientifiche, l’inflessibile ministro ha quindi stentoreamente replicato che se ne occuperà una commissione parlamentare e che «adesso dobbiamo guardare alla sanità del terzo millennio».

L’elenco potrebbe continuare e approfondirsi, tanto sul merito dei singoli provvedimenti quanto sul metodo con cui ministri ed esponenti della maggioranza provano a scaricarne la responsabilità, ma non c’è alcun bisogno di infierire. Da questi primi passi – direi dalla scelta dei presidenti delle Camere in poi – è evidente il carattere minoritario, l’atteggiamento fazioso e spesso gratuitamente provocatorio, quasi vendicativo, con cui la maggioranza ha già messo in crisi la sua stessa propaganda. Li aspettava una luna di miele coi fiocchi, con la narrazione di un rinnovamento rassicurante e responsabile, incarnato dalla prima donna presidente del Consiglio, che Meloni aveva sapientemente alimentato in campagna elettorale e all’indomani dei risultati elettorali. E invece eccoci qua.

Il paradosso di una maggioranza incapace di liberarsi da un atteggiamento psicologicamente e culturalmente minoritario spalancherebbe all’opposizione un campo larghissimo, se solo ci fosse qualcuno in grado di prenderne la guida con intelligenza, e cioè senza rispondere a Meloni con un atteggiamento specularmente minoritario e fazioso.

Il guaio è che l’opposizione appare irrimediabilmente divisa. C’è la corrente populista guidata da Giuseppe Conte e dai suoi numerosi amici di sinistra, che non si fa scrupolo di ripetere le veline di Vladimir Putin, pur di strappare al Partito democratico la guida dei movimenti di piazza; c’è la corrente immobilista (non) guidata da Enrico Letta (il quale ancora ieri, sul Corriere della sera, dopo aver spiegato che i tempi del congresso dipendono dallo statuto, continuava incredibilmente a parlarne al futuro: «Farò un appello… apriremo una consultazione… avremo una carta dei valori…»); c’è infine un con-corrente anche troppo mobile come Matteo Renzi, che nel frattempo non si fa scrupolo di fare da presentatore alle iniziative internazionali di Bin Salman. Ma è evidente che tra i sauditi di Renzi e la saudade di Letta sarà difficile costruire un’alternativa al governo Meloni minimamente credibile.

Eppure di questo c’è bisogno, e subito, non tra cinque mesi o quando mai il Partito democratico avrà finito di montare i gazebo. In questo momento, un’opposizione egemonizzata dal populismo grillino è il più bel regalo di Natale che la destra possa augurarsi, e anche il più immeritato.