Gna ’a faNel Pd in cerca d’autore l’unica certezza è la continuità delle sconfitte

Ormai il partito nemmeno cerca più di lottare, come in Lombardia, dove poteva puntare su Letizia Moratti. È tutto fermo in attesa di un congresso che forse non cambierà niente

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Come dicevano in quella lontana trasmissione di Serena Dandini e Corrado Guzzanti, il Partito democratico gna ’a fa. Appena si intravede (i francesi usano un bel verbo, apercevoir) la possibilità non diciamo di vincere ma di combattere onorevolmente, pur pagando qualche prezzo di coerenza, si tira indietro. Lascia il campo. Al massimo gioca per il gol della bandiera. Non combatte più per vincere, come se l’aspirazione a governare fosse storia di ieri, una roba troppo difficile nella costrizione della fatica della politica, meglio coltivare l’orticello che ambire a coltivare l’orto, in questo caso, di una grande regione come la Lombardia provando a dare un colpo a Matteo Salvini.

Resta così l’alternativa minore e impolitica della testimonianza di un’esistenza sempre più tribolata e sempre meno attrattiva com’è destino di una forza minoritaria: però un grande partito non dovrebbe ragionare così, gli “antenati” del Partito democratico facevano politica in altro modo, sfruttavano qualunque spazio l’avversario lasciasse. Invece no.

Letizia Moratti ha rotto con la destra rendendola più debole e con un cavallo non eccezionale come Attilio Fontana. Ma non è una persona di sinistra, e questo al Partito democrratico basta e avanza: «Non ci rappresenta», dice persino una riformista autentica come Lia Quartapelle. E così tanti saluti all’epoca in cui D’Alema candidava Lamberto Dini prima come premier e poi come parlamentare dell’Ulivo, quel Dini che aveva appena rotto con Silvio Berlusconi e cercava un’altra strada. Lo stesso vale, anche se la vicenda più discutibile, per Antonio Di Pietro. O per Pierferdinando Casini candidato per due volte nella rossa Bologna.

Normalmente uno/a di destra che rompe con la destra è quantomeno meritevole di attenzione tanto più se sei debole come debole è il Partito democratico in Lombardia. Invece con tono offeso il partito di Enrico Letta, che evidentemente vuole chiudere la sua segreteria con due sconfitte in Lombardia e nel Lazio, è irritato con Carlo Calenda che si è mosso per primo («Lo ha fatto per spaccare il Pd», dice Peppe Provenzano) come se avesse dovuto chiedere prima il permesso ai dem, quando è chiaro che non essendoci da tempo una coalizione tutti sono liberi di muoversi.

Il punto è proprio questo: i dem si sentono doppiamente assediati dal movimentismo di Giuseppe Conte e dall’iniziativa di Calenda e Matteo Renzi e non tollerano di essere bypassati. Ma tanto più stanno fermi, tanto più quegli altri si muovono, e via così.

In realtà siamo dinanzi a un nuovo psicodramma perché in fondo l’idea di perdere e perdere pure male non piace, ma al Nazareno non c’è nessuno che abbia uno straccio di idea per venir fuori dal dilemma: meglio provare a vincere con una candidata “lontana” o perdere in solitudine? Qualcuno dice che personaggi un po’ più esperti di politica come Dario Franceschini e Lorenzo Guerini (ma quest’ultimo ce lo ha smentito) sarebbero dell’avviso di fare almeno una riflessione, anche perché, come detto, il Partito democratico non ha nemmeno una carta in mano dato che vista la mala parata, comprensibilmente, anche Carlo Cottarelli si sta sfilando e l’idea di fare le primarie sarebbe ridicola se non fosse drammatica: ma chi andrebbe ai gazebo per scegliere un candidato che se va bene arriverà terzo? Si cerca ora un “civico”, si ritenterà con Beppe Sala (che ha già detto un primo no) e comunque sia ormai il Partito democratico ha scelto e fa mostra di essere assolutamente determinato ad andare avanti per la sua strada in solitaria – poco conteranno gli appoggi di formazioni di sinistra radicale o del Movimento 5 Stelle che in Lombardia non pesa niente.

È come se al Nazareno avessero già metabolizzato la sconfitta del 25 settembre, quella certa aria imbronciata ne è una prova, si tira dritto e si apre la fase congressuale confermando l’iter complesso che era stato deciso dalla direzione (forse le primarie saranno qualche settimana prima del 12 marzo stabilito, ma cambia poco) a partire dall’apertura ai non iscritti – la gran massa di bersaniani in primo luogo… – per poi arrivare alla scesa in campo formale dei candidati alla successione di Letta.

Secondo alcune indiscrezioni non confermate, quest’ultimo starebbe pensando di mandare in campo una dirigente a lui vicina, Anna Ascani, già promossa vicepresidente della Camera, che in caso di sconfitta potrebbe poi pretendere una quota “lettiana” nei futuri organismi. Voci malevole. Sarà il congresso della «discontinuità», ha assicurato Letta. Nella continuità delle sconfitte.

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