Via della Seta PolareIl riscaldamento globale ha rafforzato la presenza della Cina nell’Artico

Le acque un tempo ghiacciate sono diventate percorribili a causa del cambiamento climatico. Pechino, quindi, non sta perdendo l’occasione per consolidare una nuova rotta, utile a scopi commerciali, energetici e strategici. Ma l’invasione russa in Ucraina potrebbe complicare i piani di Xi Jinping

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1925. Il governo cinese aderisce al trattato delle isole Svalbard. Cinque anni prima diversi Paesi europei più Stati Uniti e Giappone avevano siglato l’accordo in grado di stabilire la sovranità della Norvegia sull’arcipelago, prevedendone la demilitarizzazione e concedendo ai firmatari la possibilità di avviare attività commerciali nei suoi pressi. È il primo passo della Cina verso il cuore dell’Artico.

Febbraio 2019. A Kirkenes, cittadina norvegese affacciata sul mare di Barents, sui segnali stradali appare la lingua cinese accanto a quella locale. D’altronde, Kirkenes è la sede della Chinatown più a nord del mondo e ogni anno ospita un festival per celebrare i rapporti con la Cina.

Nei quasi cento anni che intercorrono tra queste due date è cambiato il mondo. Le acque polari, un tempo ghiacciate e inaccessibili, sono diventate percorribili a causa del cambiamento climatico. Nuove rotte si sono aperte, si stanno aprendo e si apriranno, attirando l’attenzione delle grandi potenze. Anche la Cina è cambiata tanto in questo secolo. Quando nel 1925 aderisce al trattato delle Svalbard, il Paese si chiamava Repubblica di Cina e non Repubblica Popolare Cinese. Alla sua guida c’era il Kuomintang, il partito nazionalista di Sun Yat-sen e Chiang Kai-shek riparato a Taiwan nel 1949 dopo la sconfitta nella guerra civile contro Mao Zedong.

Oggi, invece, le acque polari si stanno aprendo e il Partito comunista cinese vede la possibilità di una nuova rotta da percorrere a scopi commerciali e strategici. Già nel 1994 entra in servizio la prima nave rompighiaccio, la Xue Long (letteralmente “Dragone delle nevi”), costruita come la prima portaerei dell’Esercito popolare di liberazione in Ucraina a Kherson. Sì, proprio una delle città teatro dell’invasione russa. Corsi e ricorsi di una storia che vede Pechino rafforzare il suo interesse sull’Artico in concomitanza dell’avvento di Xi Jinping.

Nominato segretario generale nell’autunno del 2012, pochi mesi dopo Xi lancia la Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta. Da subito si capisce che si tratta di un progetto con ambizioni colossali: non solo un mero binario di collegamento tra la Cina e l’Europa, come lascerebbe intendere il riferimento romantico all’antica Via della Seta, ma un nuovo modello di sviluppo che mira a costruire sulla sua strada un ecosistema di cooperazione commerciale e diplomatica a caratteristiche cinesi. Alle rotte terrestri annunciate in Kazakistan si aggiungono quelle marittime presentate in Indonesia. Sempre nel 2013 la Cina entra nel Consiglio artico in qualità di membro osservatore.

Nel 2014, dall’Australia, Xi definisce per la prima volta la Cina un «grande potere polare». Di lì a poco si inizia a parlare di Via della Seta polare. All’inizio sembra un qualcosa di lontano nel tempo, realizzabile in un momento indefinito nel futuro. Ma non è così, e il futuro assomiglia sempre più rapidamente al presente, complice lo scioglimento dei ghiacci che apre nuove rotte che farebbero risparmiare molto tempo alle navi commerciali cinesi per arrivare dalla metropoli di Shanghai al cruciale porto di Rotterdam, nei Paesi Bassi. 

Rispetto al passaggio classico per gli oceani Pacifico e Indiano e successivamente il canale di Suez, i giorni necessari per arrivare a destinazione scendono da quarantotto a trentatré. Già nel 2017 il primo carico di gas naturale liquefatto diretto in Cina trasportato da una rompighiaccio russa ha percorso la rotta polare, guadagnando sedici giorni rispetto al passaggio meridionale.

Più si aprono le rotte e più Pechino si proietta nella zona, forte anche di un rapporto sempre più stretto con la Russia. Nel 2018 viene promulgata la strategia ufficiale cinese per l’Artico, con la Cina che si definisce in maniera inedita uno “stato semi-artico”, nonostante tra Pechino e il Polo Nord intercorra una distanza di circa cinquemila chilometri. Con la pubblicazione di un nuovo libro bianco sulla regione, Pechino si guadagna il diritto di svolgere ricerca scientifica, navigazione, sorvolo, pesca e installazione di cavi sottomarini e tubi. 

Rapidamente la Belt and Road arriva sul Polo. Nel 2018 viene inaugurato il ponte di Narvik, il secondo più lungo della Norvegia, grazie a fondi cinesi. Nel 2019 apre un istituto di ricerca polare cinese in Islanda, mentre nel 2020 entra in servizio la Xue Long 2, la prima autoctona. Già in costruzione una terza rompighiaccio, che sarà a propulsione nucleare. Una tecnologia disponibile finora sulle omologhe navi russe.

Le motivazioni dell’interesse cinese per l’Artico sono molteplici. A livello economico, la presenza nella zona è propedeutica allo sviluppo delle sue province nord orientali come l’Heilongjiang e lo Shandong. Tra il 2012 e il 2021 la Cina ha investito 89,4 miliardi di dollari nella regione artica. Le ambizioni sono forti, visto che la Via della Seta Polare è stata citata anche tra gli obiettivi strategici del piano quinquennale 2021-2025 del Partito comunista. Grande importanza è ricoperta dall’aspetto energetico.

L’enorme domanda cinese trova una fonte cruciale non solo nella Russia, ma anche nella Norvegia. Entro il 2035 Pechino mira d’altronde a far sì che il gas naturale rappresenti il quindici per cento del suo paniere energetico. I territori artici offrono inoltre accesso a una grande quantità di risorse naturali. Non solo i giacimenti di gas russi, ma anche terre rare come uranio, zinco, nickel, grafite e palladio: tutti utili ad applicazioni per lo sviluppo tecnologico, capitolo fondamentale della contesa tra Cina e Stati Uniti.

I risvolti sono però anche strategici. Passare dalla via artica significa per Pechino costeggiare la Russia di Vladimir Putin, con la quale è legata da una «amicizia senza limiti» secondo quanto dichiarato dai due leader lo scorso 4 febbraio quando si sono incontrati per l’inaugurazione dei giochi olimpici Invernali di Pechino, a poco più di due settimane dall’invasione. Ciò consentirebbe di evitare il celeberrimo “dilemma di Malacca”, lo stretto tra Indonesia e Malesia dal quale passano la stragrande maggioranza delle merci esportate e importate dalla Cina. 

Mettere radici nell’Artico può portare alla Cina vantaggi anche diplomatici. La partecipazione a progetti multilaterali di ricerca scientifica può rafforzare un’immagine di “potenza responsabile” che Pechino è riuscita a costruirsi presso diversi Paesi in via di sviluppo, in primo luogo quelli africani, ma non in Occidente e in Europa dove anzi la pandemia e la militarizzazione cinese in Asia-Pacifico hanno creato una frattura retorica difficilmente colmabile. 

Già negli anni dell’avvio della guerra commerciale con gli Usa, diversi Paesi artici hanno iniziato a guardare con maggiore diffidenza alle manovre cinesi nella regione. La Svezia chiude le porte, la Danimarca respinge l’offerta per la gestione di una base navale in Groenlandia e la riedificazione di tre aeroporti locali. L’Islanda ha allontanato le mire di esplorazione ed estrazione di idrocarburi al largo delle sue coste.

La guerra in Ucraina e l’ulteriore frattura tra Occidente e Russia rischiano di porre nuovi ostacoli alle manovre cinesi sull’Artico. Gli Stati Uniti e la Nato hanno messo nei radar le attività sinorusse nella regione. Dall’altra parte, Pechino può far valere presso la Russia i rapporti bilaterali sempre più sbilanciati a suo favore. Oltre a esercitazioni congiunte, Mosca non ha ancora aperto la rotta più interna ai mezzi navali cinesi. Questo potrebbe presto cambiare, visto che dopo l’invasione dell’Ucraina Putin ha sempre più bisogno del sostegno cinese. Xi non ha fatto mancare il suo aiuto retorico e politico, rispettando però ampiamente le sanzioni occidentali. 

Allo stesso tempo, ha fatto pesare il suo ruolo sempre più manifesto di senior partner dell’amicizia asimmetrica, guadagnando posizioni in Asia centrale. Il recente summit di Samarcanda della Shanghai Cooperation Organization ha mostrato Xi muoversi da padrone di casa in un consesso nel quale Putin ha sempre esercitato maggiore influenza. La Cina, pur con la vicinanza all’amico russo “indisciplinato”, riesce a presentarsi in Asia centrale come “garante di stabilità”. Col placet di Putin, che non può più permettersi di eccepire di fronte al partner più influente che gli è rimasto. Prevedibile aspettarsi che Xi sfrutti le sue carte anche sull’Artico. Dove il ghiaccio, prima di scomparire del tutto, potrebbe diventare bollente.