I negoziati di MontréalLuci e ombre dello «storico» accordo alla Cop15 sulla biodiversità

La mancanza di un fondo ad hoc per la diversità biologica (separato dal Global environment facility) preoccupa i Paesi africani, che parlano di «frode» e di «colpo di Stato» all’interno della conferenza. In più, le comunità indigene temono i costi umani del patto che trasformerà il trenta per cento del pianeta in un’area protetta

AP Photo/LaPresse

Dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al ministro dell’Ambiente del Canada, Steven Guilbeault (ex attivista): sono molti i personaggi politici ad aver definito «storico» l’accordo raggiunto alla Cop15 sulla biodiversità di Montréal, in Canada, dopo una plenaria di sette ore che si è conclusa alle 3:30 del mattino (ora locale) del 19 dicembre. 

Il pilastro del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, il nome del testo finale, è senza dubbio il cosiddetto “30×30” (che la Cina, prima della Cop15, non voleva adottare): le aree protette (terrestri e marine) dovranno coprire il trenta per cento del pianeta entro il 2030. Oggi siamo al diciassette per cento di quelle terrestri e al dieci per cento di quelle marine. Dalla conferenza delle parti, presieduta da Pechino, è emerso anche l’impegno a ripristinare la biodiversità in almeno il trenta per cento degli ecosistemi marini, terrestri e costieri degradati. Le aree sotto i riflettori sono le foreste pluviali, le zone umide, le praterie e la barriera corallina, che andranno difese non più solo sulla carta. 

Per raggiungere questi obiettivi, i Paesi ricchi dovranno portare i loro aiuti internazionali per la biodiversità a venti miliardi annui entro il 2025 e a trenta miliardi annui entro il 2030 (duecento miliardi totali). Parliamo rispettivamente del doppio e del triplo delle cifre stanziate attualmente per proteggere la diversità delle specie animali e vegetali presenti sulla Terra. Tuttavia, secondo An Lambrechts, capo della delegazione di Greenpeace alla Cop15, «non è sufficiente perché la biodiversità ha un deficit di finanziamento di settecento miliardi di dollari, e non è nemmeno chiaro da dove proverrà il denaro». La finanza, aggiunge Lambrechts, «è anche una questione di velocità» di erogazione dei fondi. 

La presidenza cinese ha spinto per la creazione di un nuovo fondo – da rendere operativo entro il 2023 fino al 2030 – nell’ambito dell’attuale Global environment facility (Gef), l’organizzazione che amministra i finanziamenti a sostegno dei progetti dedicati alla biodiversità. Il testo mostra anche l’obiettivo – fissato al 2030 – di «eliminare, eliminare gradualmente o riformare» i cinquecento miliardi di dollari annui di sussidi dannosi per l’ambiente. 

I Paesi dell’Onu si impegneranno a ridurre di almeno il cinquanta per cento entro il 2030 il rischio dovuto ai pesticidi e a tutte le sostanze chimiche che possono danneggiare la biodiversità. Il documento parla poi di una riduzione del cinquanta per cento – sempre entro il 2030 – del tasso di introduzione e insediamento di specie aliene invasive, tra le principali minacce della diversità biologica sul nostro pianeta. 

L’accordo prevede inoltre di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030, di attuare azioni più concrete per la conservazione delle specie in via di estinzione e di abbassare il rischio di trasmissione di malattie dovute al traffico illegale di specie selvatiche. Da non dimenticare l’obiettivo numero 15, in cui si chiede ai governi di garantire che le multinazionali tengano traccia del loro impatto sulla biodiversità. Se implementato a livello globale, potrebbe essere l’inizio di un cambiamento significativo nelle pratiche commerciali. 

L’accordo non è legalmente vincolante, ma i governi dovranno mostrare i loro progressi attraverso l’approvazione di piani nazionali sulla tutela della biodiversità, costantemente minacciata dai cambiamenti climatici e intrinsecamente legata alla nostra sopravvivenza. L’accordo di Montréal ha gettato le basi: saranno le prossime conferenze delle parti (la Cop16 sarà in Turchia alla fine del 2024) a valutare l’impatto delle azioni dei singoli Stati, che dovranno stabilire i passi necessari per centrare i target illustrati in terra canadese. E considerando che Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, ha snobbato la manifestazione, è difficile pensare con ottimismo alle prossime mosse del governo italiano. 

La partita deve ancora entrare nel vivo, ma il raggiungimento del 30×30 è – secondo alcuni – il miglior risultato possibile di un negoziato che non è stato privo di tensioni e pugni sul tavolo. Brian O’Donnell, direttore di Campaign For Nature, ha detto al Financial Times che il contenuto dell’accordo di Montreal rappresenta «il più esteso impegno per la conservazione delle terre e dei mari nella storia». Da una parte è senza dubbio così: i Paesi Onu non avevano mai messo nero su bianco obiettivi così ambiziosi in termini di tutela della biodiversità: il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework potrebbe rivelarsi l’inizio della svolta dopo anni in cui questo tema non è mai stato in cima all’agenda dei potenti. 

Una protesta durante la Cop15 (AP Photo/LaPresse)

Dall’altra, però, c’è chi chiedeva molto di più (anche in termini di rispetto e di ascolto durante le fasi negoziali). Stiamo parlando dei Paesi africani e delle comunità indigene. Nelle battute finali della plenaria decisiva, il negoziatore della Repubblica Democratica del Congo ha detto che non avrebbe mai sostenuto il testo finale in quanto privo di un fondo ad hoc per la biodiversità (separato dal Global environment facility).

«La Repubblica Democratica del Congo, assieme ad altri Paesi in via di sviluppo, ha dichiarato di non essere pronta a supportare l’adozione del pacchetto, ma dopo pochi minuti il presidente di Cop15 (il ministro dell’Ambiente cinese Huang Runqiu, ndr) ha comunque proposto di approvare tutte le decisioni, ha affermato di non vedere obiezioni e ha dichiarato il pacchetto adottato», spiega a Linkiesta Margherita Barbieri (Italian climate network), che ha seguito giorno per giorno i negoziati. Cina, Brasile, Indonesia e Messico sono i principali beneficiari dei finanziamenti Gef, e gli Stati africani temono che il nuovo fondo creato alla Cop15 li metta nuovamente in secondo piano rispetto ad altre economie più floride. Per questo motivo, martedì scorso, i Paesi in via di sviluppo avevano lasciato la sala dei negoziati in segno di protesta. 

Alla fine l’accordo del 30×30 è stato raggiunto, ma i negoziatori di Camerun, Uganda e Repubblica Democratica del Congo si sono detti increduli per via dell’approvazione del testo finale. Secondo il Guardian, però, qualcosa non torna: la Repubblica Democratica del Congo ha assicurato di essersi formalmente opposta al testo finale, mentre un avvocato delle Nazioni unite ha detto che la dichiarazione dell’inviato del Paese africano era falsa. Come se non bastasse, il Camerun ha parlato di «frode» e l’Uganda di un «colpo di Stato» all’interno dei negoziati della Cop15. 

Passando alle comunità indigene, un punto dell’accordo di Montréal mira a garantire la loro «capacità decisionale» nel rispetto delle rispettive culture. Queste popolazioni, che proteggono l’ottanta per cento della biodiversità sul pianeta nonostante rappresentino il cinque per cento dell’umanità, vengono menzionate diciotto volte all’interno dei “goals” del testo finale: da una parte è un segnale incoraggiante, dall’altra una potenziale operazione di greenwashing.

Già nei giorni precedenti alla Cop15, un comunicato congiunto di Survival international, Amnesty international, Minority rights group e Rainforest foundation UK aveva evidenziato costi umani sulle comunità indigene dell’accordo 30×30. Le associazioni ritengono questo target «il più grande accaparramento di terre nella storia»: trecento milioni di persone potrebbero non avere più accesso alle foreste, perdendo così la propria casa, le proprie tradizioni e le proprie modalità di sostentamento. 

In un’intervista a Wired, l’antropologa Fiore Longo – responsabile della campagna per decolonizzare la conservazione di Survival international, movimento globale in favore dei popoli indigeni – in molte parti del mondo le aree protette sono militarizzate e vengono create senza il consenso degli abitanti indigeni e locali». Si tratterebbe, aggiunge la ricercatrice, «di un massiccio furto di terra eseguito nel nome della conservazione. Spesso, gli abitanti di questi territori vengono sfrattati illegalmente. I guardaparco poi limitano o negano l’accesso dei locali alle loro stesse terre privandoli di mezzi di sussistenza e identità: non possono accedere nemmeno ai loro cimiteri e siti sacri». Le Ong che supportano gli indigeni, insomma, vedono le aree protette come il cardine del modello di conservazione dominante condotto dall’occidente.