Fame nascostaIl suolo è vita, ma resta ai margini del dibattito pubblico

Alla sbarra lo sfruttamento intensivo: l’uso di pesticidi, di fertilizzanti e di plastica in agricoltura è all’origine della drastica diminuzione del livello di vitamine e sostanze nutritive negli alimenti

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«L’Italia è un Paese fragile: oltre il sedici per cento del territorio è in aree a elevato rischio idrogeologico dove vivono sei milioni le persone. Per non ripetere altri drammi come quello di Ischia, l’ultima cosa che dobbiamo fare è continuare a costruire. Invece i dati ufficiali ci dicono che nel 2021 abbiamo raggiunto il picco di cementificazione del territorio degli ultimi 10 anni», ha dichiarato Luciano Di Tizio, presidente di Wwf Italia, pochi giorni orsono in occasione della Giornata mondiale del suolo. 

Il suolo che dal 2012 abbiamo perso, dicono i dati, avrebbe garantito l’infiltrazione di oltre trecentosessanta milioni di metri cubi di acqua piovana che invece, restando sulle superfici impermeabilizzate da asfalto e cemento, non solo aggravano la pericolosità idraulica dei nostri territori, ma vengono sottratti alla necessaria ricarica delle falde.

Secondo un rapporto 2022 dell’Ispra, in Italia continuiamo a perdere due metri quadri di suolo al secondo. Nel 2021 la media è stata di diciannove ettari di suolo persi al giorno: il valore più alto degli ultimi dieci anni. Tuttavia, il suolo resta un argomento marginale nel dibattito pubblico, un tema che non arriva mai a occupare il centro della scena nemmeno quando accadono fatti drammatici causati proprio da questa nostra trascuratezza. 

Dovrebbe essere una consapevolezza semplice da raggiungere: senza il suolo non c’è cibo, poiché il novantacinque per cento degli alimenti di cui ci nutriamo arriva proprio dalla terra. Secondo le stime della Fao, per rispondere alla domanda globale di cibo la produzione agricola dovrebbe crescere del sessanta per cento entro il 2050. E anche se con una gestione sostenibile dei terreni si otterrebbe il cinquantotto per cento di cibo in più, perseveriamo sulla stessa strada che sino a ora ha prodotto l’attuale degrado in termini di inquinamento e di rifiuti, che a cascata si ripercuote sulla salute del terreno, sulla sua fertilità, sulla biodiversità e dunque sulla sicurezza alimentare. 

Alla sbarra lo sfruttamento intensivo: l’uso di pesticidi, di fertilizzanti e di plastica in agricoltura è all’origine della drastica diminuzione del livello di vitamine e sostanze nutritive negli alimenti che stiamo registrando, e che a sua volta è l’origine della cosiddetta “fame nascosta”, della quale – secondo le stime – soffrono due miliardi di persone al mondo, cioè quella derivante dalla carenza di micronutrienti.

Dell’uso della plastica in agricoltura si è occupato il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep) nella ventinovesima edizione dei Foresight briefs che ci rivela quanto il ritmo con cui la plastica si sta accumulando nei suoli del mondo sia allarmante. «Mentre c’è ancora solo una ricerca limitata sugli impatti della plastica nel suolo – recita il rapporto – vi sono prove di effetti negativi sulla salute e sulla produttività del suolo, nonché sul potenziale assorbimento di microplastiche da parte delle colture. Ora è il momento di adottare il principio di precauzione e sviluppare soluzioni mirate per fermare il flusso di microplastiche nell’ambiente».

Qualsiasi sia l’uso che se ne fa in agricoltura, dalle pratiche per prevenire le erbe infestanti o per coprire le serre o per conservare il foraggio, la plastica si frammenta in particelle e microparticelle che possono ridurre la velocità della riproduzione del biota del suolo, modificare la struttura fisica della terra e limitare la sua capacità di trattenere l’acqua. Inoltre,  gli additivi chimici nella plastica che penetrano nel suolo, entrando nella catena alimentare attraverso il cibo, sono un serio pericolo per la salute umana. 

Oltre a infiltrarsi nel suolo, queste particelle di plastica vengono trasportate dal vento e dall’acqua contaminando sia l’aria sia le falde sia i mari. Le soluzioni sono molteplici, secondo l’Unep: oltre all’impiego di plastica biodegradabile e compostabile e all’investimento nella ricerca di nuovi materiali, arrivano a suggerire un nuovo approccio per la produzione alimentare basato su soluzioni naturali. 

«La produzione alimentare positiva per la natura – si legge nel rapporto – è caratterizzata da un uso rigenerativo, non depauperativo e non distruttivo delle risorse naturali. Si basa sulla gestione di ambiente e biodiversità come fondamento di servizi ecosistemici critici, tra cui suolo, acqua e regolazione climatica. Il mantenimento della salute del suolo e dell’acqua è vitale per la sicurezza alimentare e la regolazione del ciclo globale del carbonio».

Nonostante le funzioni importantissime che lo strato superficiale della nostra terra assolve, e che, ricordiamolo, contemplano le produzioni agricole e del legname, l’impollinazione, la regolazione del microclima, lo stoccaggio di carbonio, la rimozione di particolato e ozono, la disponibilità e la purificazione dell’acqua, il controllo dell’erosione e perfino la regolazione del ciclo idrologico, continuiamo a impermeabilizzarlo, a cementificarlo, a profanarlo a livelli insostenibili. Se il suo consumo viene considerato uno dei fenomeni più preoccupanti dei paesi sviluppati compreso il nostro, una ragione c’è come anche una responsabilità. E sono entrambe manifeste.

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