Enrico, ti vogliono maleConte si traveste da Berlinguer per razziare quel che resta del Pd (che ci casca)

L’avvocato del populismo continua a lucrare consensi a un partito derelitto e senza più spina dorsale. Ci sarebbe da ridere se non fosse una tragedia politica

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Questa storia che Giuseppe Conte si sia innamorato della questione morale non solo è altamente ridicola, ma puzza di bruciato. È banale ormai dire che citare un giorno sì e l’altro pure Enrico Berlinguer significa lanciare l’Opa sul disgraziato Partito democratico, diventato come la Croce Rossa su cui tutti sparano. Così come sarebbe facile ricordare che il leader comunista aveva come avversari democristiani e socialisti, i secondi soprattutto, con i quali non era mai stato insieme al governo in maniera organica. L’avvocato invece se li è fatti politicamente tutti.

Ora questa berlinguerite applicata al dossier Qatar, questa sindrome purista che contagia opinionisti e maître à penser in debito di copie, è diventata l’arma contundente di un partito di opposizione contro un altro partito d’opposizione per lucrare consensi facili. E far governare in eterno la destra che potrà combinare di tutto, tanto chi può impensierire Giorgia Meloni?

La conseguenza di questo pensiero debole che alligna da molto tempo nella politica è la logica della sostituzione. In altre parole, Conte pensa di fare dei Cinquestelle una forza politica a vocazione maggioritaria. Un’operazione complementare e contraria a quella che ha in mente la premier nel versante opposto.

Gioca con l’agenda sociale, flirta con Maurizio Landini, pensa di candidare la figlia illustre e televisiva Bianca Berlinguer a governatrice del Lazio, difende Massimo D’Alema che fa consulenze trasparenti, si è dimesso da ogni incarico, mentre il cattivo Matteo Renzi… A parte il fatto che D’Alema non si è ricandidato perché magari con Articolo Uno non sarebbe stato rieletto, ma lasciamo perdere questo piccolo dettaglio.

Difendere D’Alema perché è tra i suoi sponsor politici contiene la contraddizione di portare su un palmo di mano un (ex?) uomo politico che appartiene a quella zattera di naufraghi bersaniani e speranzosi che stanno rientrando in quel partito per poi allearsi con Conte. Partito che Conte vorrebbe però distruggere a randellate berlingueriane. Allearsi con tipi così significa accettare la serpe in seno. Significa dimenticare che D’Alema faceva parte del board della fondazione cinese che ha venduto i respiratori durante la pandemia e il governo Conte 2.

Quindi fa bene l’ex premier ad accettare la proposta di Renzi di una commissione d’inchiesta sugli acquisti fatti a Pechino, sulle spese fatte in quel periodo di pandemia e sulle collaborazioni dell’ex commissario all’emergenza Domenico Arcuri. Ma non è chiaro cosa abbia voluto dire nell’intervista di ieri a Repubblica, quando ha detto che bisognerebbe aggiungere tra compiti della commissione d’inchiesta la gestione della pandemia fatta dalle Regioni.

C’è una brutta espressione romana che dice «il più pulito ha la rogna», una semplificazione qualunquista e tipicamente disincantata dei romani che le hanno viste tutte nei secoli dei secoli. Senza troppo allargarci, sarebbe meglio che ognuno avesse il pudore di non scomodare i leader del passato, fingendo di credere alle loro parole, ma piuttosto per un conto di bottega. Evitando di fare il passo falso dalla questione morale al moralismo à la carte. Siamo alle chiacchiere che non costano nulla, tranne far finta di avere in tasca il talismano della purezza senza costi.

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