I complementari/3Il terzo capitolo del racconto di un’esperienza off road a zero emissioni

“Dare del tu alla città” è il terzo appuntamento del tour dei desideri sulla nuova Jeep Avenger 100% Electric. Arianna, a differenza di Leonardo, mira a un viaggio in cui la routine è la vera avventura: perché Milano, in fondo, è un mondo compatto pieno di sorprese

Illustrazione di Stefano Grassi

Il primo capitolo del tour dei desideri sulla Jeep Avenger 100% Electric / Il secondo capitolo del tour dei desideri sulla Jeep Avenger 100% Electric

Ieri mattina su una bustina di tè verde ho letto una citazione del Tao Te Ching: «Più lontano vai, meno conosci». Sono perfettamente d’accordo. Voglio dire, viviamo a Milano, è il 2022: quello che non trovo dietro i vetri di un negozio lo trovo dietro i vetri di uno smartphone. Dentro una metropoli ci sta tutto quello che ti serve del grande mondo. Perché una metropoli è un mondo compatto. Proprio come Avenger. Il mio viaggio dei sogni è un viaggio quotidiano: i giorni sono le tappe del mio cammino, la routine è la mia avventura. L’autonomia elettrica di Avenger, con la sua propulsione sostenibile, in città arriva a 550 chilometri, e per me corrisponde a un giro del mondo in ottanta parcheggi. 

Ripercorrere sulla mia Jeep sempre le stesse strade di Milano non mi fa sentire in prigione. Mi fa sentire a casa. Ogni volta notare un particolare diverso: una nuova impalcatura, un nuovo graffito, un nuovo albero, un vecchio albero con le foglie ingiallite dall’autunno, una nuova insegna, una vecchia insegna che però ha perduto una lettera. Conoscere le persone delle varie attività, parcheggiare e prendere un caffè, poi un giornale, passare dal lei al tu con il barista o con l’edicolante, collezionare nuovi nomi e associarli a facce antiche, collezionare “tu”.

Muoversi elettrica e silenziosa nel circuito urbano come una particella subatomica, orbitare come un elettrone dentro la materia viva dell’universo. Quando abbiamo posteggiato Avenger in un parcheggio multipiano, ridiscendere le rampe con pendenza del 20 per cento sereni e leggeri – come stessimo usando anche qui l’Hill Descent Control – e trasformare la gravità in una carezza, notare che tieni gli occhi socchiusi e sapere che stai immaginando di scendere i tornanti dell’Atlante tra berberi tatuati. Quando tutt’al più, attorno a noi, i tatuati saranno aspiranti trapper dell’hinterland.

Guardare le strade dall’alto, fluttuare sull’asfalto, passare sui binari, coppie di serpenti metropolitani molto innamorati e molto insidiosi, con le nostre grandi ruote, rullare sul pavé del centro storico che a bordo di Avenger ha il tocco di una massaggiatrice balinese. Mostrarti la straordinaria biodiversità delle razze canine che scorrazzano nei loro parchetti recintati, convincerti che sia un’allucinazione scientifica considerare un chihuahua e un levriero afgano come appartenenti alla stessa specie. Convincerti che in fondo le sirene ululano e i motori a scoppio ringhiano. 

Ricordarti che, in fondo, l’Homo Sapiens ha il 99 per cento del DNA in comune con gli scimpanzé. Convincerti che tutto sommato il collare verde dei piccioni, le loro sfumature violacee, li rendono più esotici di quello che siamo abituati a pensare. Se non proprio uccelli paradiso, sono quantomeno uccelli purgatorio. 

Assicurarti che in certi giorni d’inverno, per quanto tu odi il freddo, quando il cielo è di un blu così uniforme da sembrare una cupola ortodossa e il sole ti si appiccica allo sguardo come caramello e i nostri sussurri si vestono di fumate umide e bianche, allora i palazzi in vetrocemento di Porta Nuova, visti dal parco Bam, svettano e riflettono la luce con un entusiasmo da neve dolomitica. Mostrarti quanto è vero l’adagio di Gilbert Keith Chesterton, che se fosse nato un secolo dopo avrebbe verosimilmente ordinato un Avenger: «Per tornare a casa si può fare in due modi: o non allontanandosene o facendo il giro del mondo per ritrovarsi al punto di partenza».