I Complementari/2 Il secondo capitolo del racconto di un’esperienza off road a zero emissioni

“A perdita d’occhio” è il secondo appuntamento del tour dei desideri sulla nuova Jeep Avenger 100% Electric. Leonardo si immagina il suo viaggio assieme ad Arianna, senza una meta precisa ma con un’unica certezza: si va verso sud, lontano, insieme

Illustrazione di Stefano Grassi

Il primo capitolo del tour dei desideri sulla Jeep Avenger 100% Electric.

Carichiamo l’Avenger con attrezzatura da sub, da arrampicata, da trekking, da campeggio. Grazie agli spazi interni e al tuo talento geometrico da ex campionessa di Tetris riusciamo a mantenere libera la visuale posteriore, così quando nel mio viaggio dei sogni tu vorrai superare un carro di buoi, in preda a una delle tue smanie d’accelerazione da tangenziale in modalità “Sport”, non rischieremo di farci tamponare da un asino blindato. 

E dove andiamo? E chi lo sa, e chi se ne importa. Ma c’è un’espressione che mi ha sempre incantato, forse perché rende più poetica la mia miopia: a perdita d’occhio. Ecco, vorrei che ci perdessimo con gli occhi e con le ruote (tanto la serie completa di ADAS garantisce un’esperienza a bordo sempre digitale e connessa), vorrei che ci perdessimo insieme, al di là dei nostri sguardi, al di là dell’orizzonte, del continente, al di là di un presente stretto come un’utilitaria. 

Naturalmente andremmo verso sud, dove capita. Guarderei i gradi salire nel display man mano che maciniamo chilometri puntando all’equatore, quello spettacolo di numeri – i due cigni sul lago del 22, i due gabbiani in volo del 33 – che mimano temperature via via più adatte alla vita per come la intendo io – già le maniche lunghe mi sembrano una violenza epidermica. A un certo punto incontreremmo il mare, certo, e Avenger ha tanti optional ma no, le branchie non ce le ha. Però riuscirei a posteggiarla nel traghetto nonostante la mia distrazione senza dover discutere per un paraurti sfiorato. 

Viaggeremo sulle onde e Avenger sarebbe la nostra arca, porteremmo altrove tutta la fauna che ci fa compagnia qui: le mie mani che tremano e le tue che scuotono il ventaglio; i miei ritardi e i tuoi rimproveri via Whatsapp al minuto spaccato; le mie indigestioni e le tue fami di mezzanotte; quel tuo modo di accarezzarmi con i soli polpastrelli e il mio, con palmi da impastare la farina con le uova; la tua anacronistica collezione di scarpe ormai strette perché dici che a trentacinque anni ti è cresciuto il piede e la mia altrettanto anacronistica collezione di paperotti da vasca da bagno; i miei vestiti grassi di imbottiture sintetiche e i tuoi, che hanno sempre troppe cerniere e fibbie e cinturini quando cerco di spogliarti nella penombra. 

Sentirti azzardare parole esotiche con un’immotivata sicurezza linguistica da maestra locale; ritrovarti amica del personale dell’albergo o degli abitanti del villaggio o dei pescatori o dei pastori quando ritorno da te dopo qualche escursione in cui ho rischiato, se non la vita, quantomeno una storta alla caviglia o la puntura di qualche strana bestia dal nome latino e dal ronzio alieno; osservarti mentre mi guardi e scuoti la testa con il mezzo sorriso di chi sa di essersi liberamente scelta la propria modesta condanna. 

Sentire la tua mano che si stringe sulla mia coscia quando prendiamo una salita con la forza della trazione anteriore dotata di Selec-Terrain o quando ridiscendiamo e caracolliamo su un terreno dissestato, con gli eccezionali angoli di attacco e di uscita di Avenger, in modalità “Sand” o “Mud”, immaginare le tue incorreggibili vertigini come un vortice azzurro che ti orbita attorno alla fronte sudata nonostante la morbida sicurezza garantita dal sistema Hill Descent Control. 

Vederti tornare in macchina di corsa se ti ho obbligata a smontare in un territorio che ti pare ostile, per la vegetazione così fitta che chissà cosa nasconde, per le superfici più adatte a squame striscianti che a tacchi di cuoio conciato, vederti insomma rifugiarti in quell’enclave di civiltà che ti sembra allora l’abitacolo della Jeep. Sentire il tuo abbraccio quando ci immergiamo in una pianura deserta, in quel vuoto del mondo, nessuna forma umana a confondere l’abisso dell’orizzonte, essere il tuo unico appiglio in quel precipitare orizzontale. Essere soltanto noi su Avenger, avanti e indietro, su e giù, nel futuro e nel passato, a perdita d’occhio e di memoria.