La scissione di LivornoLa tragedia di un partito ridicolo con una fama di serietà come quella del Pd

L’aria da adulto nella stanza ha consentito ai dem di stare al governo quasi ininterrottamente per un decennio, pur non avendo mai vinto una sola elezione politica. Nel frattempo sono passati sotto traccia certi sentimenti populisti che da sempre animano parte della classe dirigente del Nazareno

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A chi chiedesse – sono falangi – con senso di dispetto e tono di rimprovero perché estranei, competitor e spregiatori prendono così seriamente le tragedie di un partito ridicolo, come il Partito democratico si è ridotto a essere, pur non provenendo e neppure dovendo congedarsi da quella accidentata storia politica, la risposta dovrebbe essere: perché il Partito democratico ha fatto di tutto per apparire (e per alcuni tratti è anche riuscito ad essere) un partito serio e perché questa immagine di serietà da “adulto nella stanza” gli ha consentito, senza vincere una sola elezione politica dalla sua fondazione, di stare al governo quasi ininterrottamente nell’ultimo decennio.

La serietà, che sia immagine o realtà, è una rendita, ma anche un onere. Frutta, ma costa. È una reputazione conveniente (forse, in Italia, neppure troppo), ma un fardello pesante. Poi il Partito democratico voleva sembrare un partito serio per tutti, non solo per chi lo aveva o avrebbe votato, e questa sussiegosa esibizione di serietà è stata il crisma post-comunista della diversità comunista: un modo per segnare la distanza dagli altri e affermare la riconoscibile, anzi incontestabile superiorità morale progressista.

Dunque oggi merita una risposta seria anche il surreale dibattito in corso nel comitato costituente del “nuovo” Partito democratico, tra le citazioni delle tesi di Marx su Feuerbach (Gianni Cuperlo), le riletture chomskyane di Lenin (Caterina Cerroni) e le polemiche millenariste contro la deriva liberista (Andrea Orlando) di un Paese in cui lo Stato intermedia un euro ogni due di prodotto e ne incassa tra tasse e contributi più o meno altrettanto.

Certo, ci si può domandare se nell’ultimo decennio tutta questa serietà, tutta questa disponibilità al servizio, tutta questa disposizione al sacrificio – di stare al Governo e al potere, di nominare ministri e direttori generali, di “essere lo Stato” come disse l’alleato Di Maio, facendo eco a un più famoso Luigi – esprimesse solo motivazioni altruistiche e accanto ai patriottici “perché” non avesse a motivarla anche ben più particolaristici “per chi”.

Rimane però il fatto che il Partito democratico al momento del bisogno c’è sempre stato, un po’ accompagnando con fatica governi d’emergenza – prima Monti, poi Draghi – e facendo di necessità virtù, e un po’ inventandosi soluzioni tampone e ribaltamenti imprevedibili (la rottamazione renziana), come nella legislatura della non vittoria e non sconfitta 2013-2018, con risultati tutt’altro che disprezzabili e, con il senno di poi (quello dell’innamoramento per il fortissimo riferimento progressista di Volturara Appula), quasi miracolosi.

Tornando dunque alle convulsioni ideologiche del Partito democratico che oggi divora se stesso e la propria stessa origine, arrivando a rintracciare nel manifesto veltroniano del 2007 segni di inammissibile cedimento e indizi di volontaria capitolazione all’ideologia del nemico di classe, c’è seriamente da chiedersi se ci sono o ci fanno. E c’è forse, altrettanto seriamente, da rispondersi che, come quasi sempre avviene in questi casi, nel Partito democratico ci sono e insieme ci fanno e le maschere e le identità si confondono e rannodano in un’unica e inestricabile contraddizione.

Intanto: ci sono. Nella discussione del comitato costituente del Partito democratico riemergono radici sepolte, ma mai estirpate, sospetti celati, ma mai dissolti, riflessi pavloviani acconciamente dissimulati, ma mai del tutto superati.

L’impressione è che tutto quello che il Partito democratico è riuscito ad essere fino a questo momento, nei tre lustri di vita, lo sia stato quasi suo malgrado e che abbia bisogno di liberarsi dal peso di questa costrizione. È stato un partito decentemente atlantista, europeista e perfino mercatista. È stato un partito che, al netto delle derive sudiste, che nella politica italiana raccolgono comunque destra e sinistra sotto il denominatore comune di un potere neo-borbonico, ha mostrato una buona capacità di governo e, in ogni caso, una apprezzabile affidabilità.

Eppure tutto questo si sta dissolvendo, anzi sta letteralmente evaporando, mentre il richiamo della foresta dell’unità nazionale populista riporta indietro le lancette democratiche a una stagione ideologicamente pre-diessina. Anche se in teoria fa ridere, una riflessione al livello del Partito comunista dell’euro-comunismo berlingueriano, precipitata in un partito progressista di cinquant’anni dopo, fa soprattutto impressione. E fa impressione perché è vera, perché risponde a ragioni tenaci e sentimenti vivi nella classe dirigente del Nazareno e certamente in una parte del suo elettorato.

Questa è la realtà. Poi c’è la maschera, la commedia degli equivoci, il consueto moralismo ipocrita e politicismo cinico. Quello che, per spiegarsi con un esempio, porta due dirigenti come Franceschini e Orlando, che hanno fatto i ministri praticamente sempre, in nome di quel terribile partito “neo-liberale”, a collocarsi sul fronte antagonista e a proseguire la loro indefessa guerra contro Renzi e il renzismo, come dimenticando di essere stati proprio loro i principali protagonisti e beneficiari di quella stagione. In questo il Partito democratico funziona (ma funzionare non è il termine appropriato) come la curia vaticana, passi felpati e pugnali, preghiere e rese di conti sanguinose.

La costituzione politica del Partito democratico, formalmente quasi perfetta, e con un elevatissimo grado di apertura e contendibilità, si è infranta proprio su questo peccato originale, cioè su una clausola oligarchica sovrapposta al principio democratico, che ha portato alla costituzione di un conglomerato di correnti e di centri di potere radicati territorialmente, ma fluttuanti politicamente, disponibili a andare avanti come a tornare indietro, a scoprirsi renziani e a riscoprirsi anti-renziani, ad andare oltre il socialismo e a tornare ad essere la trincea dell’anti-liberalismo. Un misto di doppiezza comunista e di agnosticismo democristiano, insomma. Nel Partito democratico è tutto immobile e tutto reversibile, nulla può cambiare, ma tutto può succedere.

Così, oggi quello che succede è questa sorta di scissione di Livorno, un secolo e un anno dopo. A conferma della tesi marxiana per cui la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa.

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