Faster, please Il piano per costruire l’alternativa al bipopulismo ancora non c’è (e non si capisce bene perché)

Italia Viva e Azione sono pronti a federarsi, ma di fronte al possibile fallimento di Meloni, alla prossima estinzione di Forza Italia e alla trasformazione del Pd in un partito radicale del Pigneto, di lotta e di schwa, bisogna darsi una mossa e annunciare le tappe del nuovo soggetto politico né di qua né di là

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A un certo punto del nostro Festival di fine novembre, mentre Carlo Calenda spiegava che dall’alleanza elettorale del 25 settembre scorso si passerà entro la fine dell’anno alla federazione tra Azione e Italia Viva, in attesa della fondazione di un nuovo partito unitario in vista delle elezioni europee del 2024, dal pubblico del Teatro Parenti di Milano si è alzata una voce: «Fate presto». 

Non mi pare che Azione e Italia viva stiano facendo presto, semmai stanno facendo con calma, con prudenza, forse con eccessiva circospezione. Magari hanno ragione Calenda e Renzi e non lo spettatore di Linkiesta Festival, che io ho applaudito con convinzione, perché i partiti sono organizzazioni novecentesche, anche questi di nuovo conio, e le loro liturgie hanno tempistiche e modalità più complesse di quelle necessarie a scrivere un tweet o a farsi sentire in un teatro. 

Ma c’è un ma. Il ma è che aspettare è un po’ morire, anche solo di pizzichi.

Proprio perché costruire un nuovo partito che vuole essere maggioritario è una cosa seria, al contrario di un post su Facebook o di una storia su Instagram, non si può improvvisare né rimandare il tutto a un generico 2023, tanto più che i temi, le idee, le proposte e il posizionamento politico sono ben chiari a tutti. Manca la road map, non si conoscono le tappe del percorso, non è stata definita la narrazione. E non si capisce bene perché nessuno ne voglia parlare e rimandi l’argomento al prossimo anno (l’eccezione è stata un bella discussione condotta da Lidia Baratta a Linkiesta Festival con Sandro Gozi, Giulia Pastorella, Lisa Noja, Ivan Scalfarotto e Alessia Cappello).

L’intervento più centrato all’Assemblea nazionale di Italia viva di ieri a Milano l’ha fatto un ex deputato di Forza Italia, Guido Della Frera, il quale ha invitato Calenda e Renzi a lasciar perdere il loro passato, cioè il Pd, e a impegnarsi fin da subito a occupare il vuoto politico creatosi al centro, soprattutto a causa dell’egemonia della destra estrema, senza apparire come i leader di un gruppo di fuoriusciti di sinistra che sogna la rivalsa e senza aspettare che a dettare i tempi siano la prossima estinzione di Forza Italia e la deflagrazione del Pd. 

Della Frera ha ragione, Calenda e Renzi non devono farsi trovare impreparati e ancora in una fase pre costituente quando il governo Meloni perderà colpi, Forza Italia sparirà e il Partito democratico si sarà consegnato a Giuseppe Conte o all’irrilevanza o a entrambi. 

La Federazione tra Italia Viva e Azione, i gruppi parlamentari comuni, le proposte unitarie sono un bel passo avanti rispetto a luglio scorso, quando i due partiti pensavano di andare al voto separati, ma non sono ancora sufficienti a far capire al paese che sta nascendo davvero una forza politica nuova, europea e atlantica, liberale e democratica, repubblicana e draghiana e nemmeno a rassicurare tutti che il processo è irreversibile. 

Come ha detto Sandro Gozi, sempre al summit milanese di Italia viva, il tango di Renzi e Calenda è uno spettacolo interessante, ma il nuovo partito dovrà andare oltre il duopolio, dovrà essere aperto e inclusivo e capace di aggregare altre forze politiche, associazioni e movimenti. In una parola, il nuovo partito dovrà essere, almeno formalmente, un partito “scalabile”. 

Il dibattito sulla forma partito è quanto di più noioso esista in politica, ma per valutare la credibilità dell’operazione politica bisognerebbe sapere in linea di massima che cosa succederà dopo la nascita della federazione (che, ricordiamolo, tra Azione PiùEuropa non ha funzionato). Renzi ieri ha detto che Italia Viva dovrà fare altro rispetto alla Federazione con Azione, dovrà impegnarsi verticalmente su sei diverse aree programmatiche. Un modello interessante, ma la domanda da porsi è se questo impegno di partito allontana o avvicina la formazione di un nuovo soggetto politico plurale e maggioritario in grado di contrastare il bipopulismo.

A febbraio ci saranno le elezioni regionali in Lombardia e nel Lazio e il Pd sceglierà il nuovo segretario. E febbraio è già qui, febbraio è già ora. Vedremo come andrà il voto in Lombardia, dove il centrodestra ha perso l’ala moderata di Letizia Moratti e il Pd ha scelto di non vincere le elezioni per affermare un’identità socialdemocratica intorno a un grottesco «noi siamo quelli del Conte due» rivendicato del candidato presidente Pierfrancesco Majorino, sabato mattina a Milano, per sottolineare la distanza del suo Pd dalla Lega putiniana di Salvini. 

Ecco, l’alternativa al bipopulismo italiano, quello formato dalla destra filo russa e dalla sinistra infatuata da Conte, esattamente dal Conte due che fece sfilare l’esercito russo in Lombardia, va immaginata adesso, subito, in modo che sia pronta ad accogliere profughi e dissidenti se Forza Italia dovesse sparire anzitempo e se il Pd veltroniano a vocazione maggioritaria si tramutasse in un partito radicale del Pigneto, in una formazione anticapitalista di lotta e di schwa guidata da Elly Schlein. 

Certo, potrebbe diventare segretario del Pd un dirigente di partito come Stefano Bonaccini, coadiuvato da Dario Nardella, sostenuto da Giorgio Gori e da Matteo Orfini e votato dalle organizzazioni territoriali di Vincenzo De Luca in Campania e di Michele Emiliano in Puglia, nel qual caso probabilmente continuerebbe l’attuale agonia di un partito incapace di scegliere e saremmo di nuovo punto e a capo. Comunque vada a finire dentro gli attuali partiti, però, costruire l’alternativa al bipopulismo è un’opportunità che prima o poi qualcuno dovrà cogliere.
Faster, please.