Ierofanie borghesi L’obbligo estetico e affettivo del Presepe nel nostro panorama domestico

La cosiddetta “media nobiltà” era solita esibirlo allo scopo di competere con le famiglie del vicinato o di esibire i gioielli di famiglia. Rappresenta a tutti gli effetti un’eredità materiale e immateriale. Elisabetta Moro e Marino Niola illustrano la storia, le usanze, i costumi, i vizi legati a questo rito antichissimo

Statuette di Gesù bambino dal Presepe durante un angelus di Papa Francesco
AP Photo/Gregorio Borgia

«Il presepe era, in specialità, una devozione ed una magnificenza della nostra borghesia» [Proto 1889, 55]. È un passo tratto dalla prolusione letta da Francesco Proto, duca di Maddaloni, grande collezionista nonché esperto di arte presepiale, all’Accademia Pontaniana il 3 gennaio 1889 e dedicata alla storia di questa tradizione.

In effetti, lo stretto legame del presepe con la svolta della devozione tardoseicentesca in senso intimistico, familiare, domestico è uno dei riflessi del nuovo protagonismo sociale e culturale della borghesia. Gli storici sono generalmente concordi nel considerare quella presepiale una tradizione prevalentemente borghese. Le collezioni più celebri, di cui ci restano le descrizioni ammirate dei viaggiatori, costituivano il vanto delle ricche dimore dei particulari.

Sono valori tipicamente borghesi come la domesticità, come il culto della famiglia, come l’orizzonte sociale e religioso che determinano l’affermarsi del presepe inteso come fatto privato, come intimità parentale, al punto da dar vita a una forma collettiva, un’espressione obbligatoria del sentimento, destinata ad avere lunghissima durata.

Una sorta di altare domestico, un larario familiare. È nell’investimento affettivo ed economico sulla casa da parte della nascente borghesia e della media nobiltà (quella per nomina e non per stirpe) che si pongono le basi della completa affermazione del presepe casalingo. A partire dalla seconda metà del Seicento, infatti, è lo spazio domestico a costituire la cornice rappresentativa dell’ascesa sociale ed economica dei ceti emergenti [Borrelli 1970, 46].

Ogni casa e palazzo «gareggia di rappresentare il detto Mistero della Sacra Nascita in varie fogge espressive e tal volta per la materia splendente e sontuosa» [ibidem]. Nelle parole del padre Presepio Presepi si riflette, oltre alla crescente e trasversale diffusione della tradizione, anche un indiscutibile primato napoletano.

Tra i grandi borghesi si instaura una competizione suntuaria, la cui posta è la costruzione di un presepe sempre più sfarzoso al fine di accrescere il soft power della famiglia. Molti collocano la scenografia della Natività sulle terrazze dei palazzi, perché l’inserimento nel paesaggio reale della scenografia costruita crei effetti illusionistici.

In una bella pagina del Viaggio in Italia Goethe parla di un sontuoso presepe allestito su un terrazzo, un vero spettacolo «cui conferisce una nota di grazia incomparabile lo sfondo, in cui s’incornicia il Vesuvio coi suoi dintorni» [Goethe 1980, 339; Richter 2012]. E Samuel Sharp nel 1766 descrive il presepe di «un commerciante che ha in casa uno di quei presepi il quale, aperto da un lato, finge così bene la prospettiva che il paese e le montagne che si vedono in distanza ne divengono una continuità e sembrano far davvero parte del presepe stesso [Sharp 1911, 107].

Particolarmente cospicuo è l’investimento economico e d’immagine sugli abiti e sugli oggetti preziosi di cui molti ricchi borghesi sogliono ornare i pastori, soprattutto i Re Magi con il loro sontuoso seguito di mori, circassi, georgiane. Con l’effetto di trasformare la visita al presepe in un’occasione per esibire i gioiellidi famiglia. Non è casuale che un tale confronto ostentatorio tra i gruppi della borghesia emergente avvenga proprio a Napoli che, nel Settecento, è la città europea dove maggiore era l’investimento in oro e argento lavorati e in pietre preziose.

Il conte Giuseppe Gorani, avventuriero milanese al servizio del governo rivoluzionario francese, rileva con accenti illuministicamente moralisti il lusso stravagante quanto eccessivo delle collezioni, che egli giudica senza ombra di dubbio le più belle di tutto il mondo cattolico. E conclude: «questo gioco da cappella eccita la cupidigia; e le spese che si fanno a tale scopo, lungi dall’essere perdute, costituiscono dei profitti notevoli per il costruttore» [Gorani 1793, 22].

In effetti, l’aristocratico coglie perfettamente, nella pratica, una spesso sottostimata ratio calcolante – in cui Theodor Adorno scorge un tratto tipicamente borghese – che dà al gioco della devozione le forme profonde di un tempo e di un ceto sempre più mobili. In tal senso va letta la considerazione dello storico del Rinascimento Romeo De Maio, secondo cui il presepe settecentesco ha sempre meno in comune con l’intensa e drammatica pietà delle rappresentazioni rinascimentali della Natività, come quelle di Pietro e Giovanni Alamanno in San Giovanni a Carbonara, di Antonio Rossellino in Sant’Anna dei Lombardi o di Giovanni da Nola in Santa Maria del Parto.

Perché, in realtà, nella spettacolare macchina festiva partenopea, più che il cammino del Verbo verso gli uomini e degli uomini verso il Verbo – ovvero il mistero dell’Incarnazione – si esprimono i temi, i tipi e perfino le mode della vita sociale del tempo. Nella proliferante folla di statuine sono ravvisabili le tracce di fenomeni culturali e sociali come «l’opera buffa, il nuovo ordine cavalleresco di S. Gennaro, la moda dello “struscio”, ben evidenti nelle vesti dei Re Magi e delle dame, l’iconografia controriformistica e gli scavi di Ercolano» [De Maio 1971, 378].

Tale diffusione indica, di fatto, una secolarizzazione, almeno parziale, del presepe nel secondo Settecento. In effetti, lo scopo degli artisti era quello di porre in evidenza la vita cittadina «accantonando l’episodio natalizio» [Mancini 1983, 184]. Sta di fatto che il dinamismo sociale proprio della borghesia è una delle ragioni culturali, sociali ed economiche della sempre più larga diffusione del presepe. Anche per un effetto di emulazione. Come testimonia Samuel Sharp, a Napoli non solo i signori fanno il presepe: «tutta la povera gente che non ha un presepe ne compra di questi mesi uno di picciol conto e a buon prezzo: se lo mette in casa, lo conserva con tutte le cure e lo fa durare per secoli» [Sharp 1911, 105].

Siamo nel 1765 e Napoli è ormai nota in tutta Europa come la capitale dei presepi. In un secolo la città delle liquefazioni miracolose, che nel 1632 le valgono l’appellativo di urbs sanguinum da parte dello scrittore e diplomatico francese Jean-Jacques Bouchard, cambia radicalmente. E la città dei sangui diventa la città dei presepi. Di fatto, l’immaginario europeo elabora una nuova convenzione rappresentativa dell’identità religiosa partenopea. Se in età barocca la fama del sangue dei santi, rosseggiante nelle teche, tingeva di bagliori vividamente penitenziali l’immagine della città, nel secolo delle Utopie la nascita gloriosa del «Dio Infante» getta sulla capitale di Carlo III il chiarore solare dei Lumi.

In realtà, come diceva il duca di Maddaloni, non si videro mai tanti presepi a Napoli come nel secolo della Filosofia. Ogni casa ha il suo. La modesta borghesia, il paglietta, ossia l’avvocaticchio, l’artigiano, il pescatore si accontentano di pochi pastori raggruppati su un minuscolo scoglio gelosamente custodito dietro il vetro verdognolo della scarabattola, la modesta vetrinetta poggiata sul cassettone o appesa al muro a guisa di tabernacolo.

Molto spesso la scarabattola è il più bel mobile di quelle case modestissime. Fatto di casa e fatto di famiglia, di luogo e di tempo, sullo sfondo del presepe si disegna e si conserva la memoria genealogica delle grandi stirpi come delle famiglie comuni. Si afferma cioè l’idea del presepe come posta di un’eredità materiale e immateriale, come deposito dei sacra familiari che si accresce con le generazioni, con l’effetto di una progressiva ancestralizzazione della macchina mitico-rituale in cui la Natività diventa paradigma sacro della continuità del gruppo, del suo farsi e disfarsi attraverso le nascite e le morti, ma anche del suo rifarsi come ricordanza.

Che è poi l’essenza di un’architettura della durata come è quella della festa, che intreccia sempre irreversibilità e reversibilità. E all’immagine del tempo che scorre sovrappone quella del tempo che ricorre. Lo testimoniano le parole di Antonio Perrone, un ricco commerciante che nel 1896 stende un’importante rassegna dei presepi più famosi della città, compreso il proprio, dove racconta di come esso abbia preso l’avvio dalla piccola collezione costituita dai suoi antenati e sia stato gradualmente ampliato dalle generazioni successive [Perrone 1994, 36-37]. Dal racconto del facoltoso collezionista emerge l’idea di una stratificazione temporale e familiare, di una storia cumulativa del presepe.

Il presepe, Marino Niola, Elisabetta Moro, Il Mulino, 240 pagine 16 euro

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