Fratelli di Trump La messa sotto accusa dei golpisti trumpiani è un test anche per la nostra democrazia

Per Liz Cheney la tragedia del 6 gennaio sta anche nel comportamento di chi, pur sapendo quanto quel che stava accadendo fosse sbagliato, ha tentato di «minimizzare, sminuire o difendere chi ne portava la responsabilità». Ma quanti leader politici, giornalisti e intellettuali hanno fatto lo stesso in Italia?

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Poco meno di due anni fa, il 6 gennaio 2021, il presidente degli Stati Uniti ha tentato di rovesciare l’esito delle elezioni con un colpo di Stato, come il rapporto consegnato giovedì scorso dall’apposita commissione del Congresso ha abbondantemente documentato.

Se la notizia vi suona come un’esagerazione o addirittura vi giunge nuova, se suscita in voi una reazione di leggero stupore, se vi vengono alle labbra parole come «in effetti ricordo di aver letto qualcosa in proposito, tempo fa…», significa che il problema è più grosso di quanto pensassimo, e non solo in America, ma anche in Italia. Se poi quello che ne ricordate sono gli pseudo-argomenti della propaganda trumpiana contro le indagini infondate e la commissione «di parte», vuol dire che stiamo messi anche peggio.

Liz Cheney, figlia di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, è uno dei due soli repubblicani ad aver fatto parte della commissione (composta di nove membri), e proprio per la sua battaglia in difesa della democrazia è stata oggetto di una violenta campagna da parte di Donald Trump, è stata isolata nel suo partito e ha perso il seggio. «Parte della tragedia del 6 gennaio – ha detto – è il comportamento di coloro che sapevano quanto quel che stava accadendo fosse profondamente sbagliato, ma ciò nonostante hanno tentato di minimizzare, sminuire o difendere chi ne portava la responsabilità».

Quanti autorevoli leader politici, oggi al governo, hanno fatto lo stesso qui in Italia? Ma soprattutto, quanti di loro, e dei loro giornalisti e intellettuali di complemento, sono ancora disposti a farlo?

Non sono domande oziose, né gratuitamente provocatorie. Al contrario, dovremmo considerarlo come un test fondamentale per misurare la salute della nostra democrazia, il livello dei nostri anticorpi rispetto al virus populista che il 6 gennaio 2021 ha portato l’America, letteralmente, sull’orlo della guerra civile.

Il 6 gennaio 2021 tutti abbiamo visto in diretta televisiva la folla convocata da Donald Trump, e da lui espressamente invitata a marciare sul parlamento. Tutti abbiamo visto l’assalto dei suoi seguaci al Campidoglio, armi in pugno, nel tentativo di impedire la convalida dell’esito elettorale. Tutti abbiamo visto come in quelle ore, mentre i suoi sostenitori, da lui aizzati, attaccavano il parlamento, Trump rimanesse per ore in silenzio, rifiutandosi ostinatamente di fare o dire una sola parola per fermarli.

Il rapporto, pubblicato a conclusione di un’inchiesta parlamentare durata 18 mesi, sulla base di oltre mille testimonianze e oltre un milione di pagine di documenti, invita il Congresso a interdire dai pubblici uffici Trump e i suoi seguaci, e arriva tre giorni dopo il voto della commissione per chiedere al dipartimento di Giustizia di indagare Trump per quattro reati: ostruzione a una procedura ufficiale del Congresso (la certificazione delle elezioni del 2020 e il trasferimento del potere a Joe Biden), cospirazione per frodare gli Stati Uniti, cospirazione per rendere false dichiarazioni e incitamento e assistenza all’insurrezione.

Per quanto si tratti di fatti in gran parte già noti, anche perché in massima parte compiuti in diretta tv, il loro semplice resoconto resta ancora oggi scioccante. Dalla sistematica invenzione e diffusione di bugie su brogli inesistenti sin dalla notte stessa del voto alla creazione di false liste di elettori trumpiani negli stati vinti da Biden, fino alle pressioni violentissime sui funzionari statali, sul dipartimento di giustizia e sull’ex vicepresidente Mike Pence affinché accreditassero tali farneticazioni e impedissero la proclamazione dei risultati.

La fortuna è che Trump le elezioni del 2020 le ha perse per ben sette milioni di voti, il che ha reso tutti i suoi tentativi di rovesciarne l’esito particolarmente ardui, per non dire grotteschi. Eppure, persino in queste circostanze, ha trovato numerosi funzionari e praticamente un intero partito disposto, se non a sposare in pieno la sua causa, quanto meno a non mettersi di traverso, con pochissime eccezioni, come quella di Liz Cheney. Ma cosa sarebbe accaduto se avesse perso di poco, se il risultato fosse stato davvero sul filo?

Nessuna persona in buona fede che abbia seguito minimamente gli eventi può avere alcun dubbio sulla totale malafede di Trump. Persino il suo ministro della Giustizia, William Barr, ha testimoniato come il presidente non mostrasse mai alcun «segno di interesse per come si fossero effettivamente svolti i fatti».

Può essere relativamente rassicurante il fatto che oggi Trump appaia isolato nel suo stesso partito. Lo è molto meno il fatto che questo accada non perché abbia tentato di rovesciare l’esito del voto nel 2020, ma perché ha perso quello del 2022 (le elezioni di mid-term in cui i candidati da lui sostenuti sono andati particolarmente male), mostrando un calo di consensi che sta spingendo gran parte dei repubblicani a scaricarlo.

È dunque ancora più che lecito domandarsi cosa potrebbe accadere all’indomani di elezioni in cui il candidato repubblicano alla Casa Bianca, chiunque fosse, perdesse con un distacco non di sette milioni di voti, ma di settecentomila, settantamila o settemila. Ed è lecito porsi domande analoghe in Italia, almeno fino a quando fior di leader politici, giornalisti e intellettuali continueranno a sminuire, minimizzare e ridicolizzare i fatti del 6 gennaio, come fossero stati una farsa (una farsa che tra l’altro, vorrei ricordare, ha lasciato sul terreno quattro morti), quando non arrivano a difendere esplicitamente Donald Trump e gli altri acclarati responsabili di un simile attacco alla democrazia.

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