Appunti congressualiAffinità e divergenze tra la crisi dei repubblicani americani e quella dei democratici italiani

Un dibattito sulla metamorfosi del Grand Old Party pubblicato dal New York Times colpisce per le non poche assonanze con le vicende del nostro paese. E solleva qualche inquietante interrogativo anche sulle sorti della sinistra

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Sono molte le assonanze che colpiscono l’orecchio italiano nel dialogo pubblicato ieri dal New York Times tra Bret Stephens e David Brooks, due intellettuali conservatori, entrambi storici sostenitori dei repubblicani – prima dell’arrivo di Donald Trump – a proposito della metamorfosi subita dal Grand Old Party.

Tra le tante assonanze c’è una vecchia battuta, citata proprio all’inizio, che si potrebbe facilmente adattare all’Italia in una cosa del genere: «Non aderisco ad alcuna forza politica organizzata. Sono del Pd» («I am not a member of any organized political party. I am a Democrat»). La domanda di partenza è se questa vecchia battuta oggi non potrebbe descrivere, a maggior ragione, lo stato del partito repubblicano, dilaniato dalle lotte interne, come si è visto nel lungo stallo sull’elezione di Kevin McCarthy a speaker della Camera.

Più che le assonanze, però, nella lunga ricostruzione su come la destra americana sia stata egemonizzata dal «populismo autoritario», colpiscono le differenze. La prima e più evidente delle quali sta nel fatto che la destra italiana, quanto a populismo, partiva già un bel pezzo avanti, con Silvio Berlusconi, per non parlare della Lega di Umberto Bossi e anche di Alleanza Nazionale, come conferma – a contrario – il fallimento dell’operazione tentata da Gianfranco Fini, ai tempi della sfida per la leadership nel Popolo della libertà (Pdl), in direzione di una destra liberale. Operazione non solo fallita e respinta con perdite, ma completamente rimossa e di fatto rinnegata da tutti coloro che sono venuti dopo (si può discutere di quanto Fratelli d’Italia abbia conservato lo spirito della svolta di Fiuggi da cui nacque An, ma non si può non vedere la distanza siderale dalle posizioni assunte da Fini prima nel Pdl e poi con la fondazione di Futuro e libertà).

La seconda differenza tra Stati Uniti e Italia è più sottile, e per quanto mi riguarda anche più inquietante. Mi è balzata alla mente come un sospetto improvviso, quando sono arrivato al termine della lunga ricostruzione del percorso lungo il quale il partito repubblicano ha gradualmente abbandonato la difesa dello stato di diritto e delle istituzioni democratiche, e prima ancora l’ideale di una società capace di autogovernarsi attraverso il dibattito razionale, il pluralismo delle idee e il compromesso politico, per trasformarsi in un movimento populista incline al peggior cospirazionismo anti-politico e anti-scientifico, all’eversione e all’autoritarismo (una tappa non secondaria di questo percorso, per fare solo un esempio, è la deriva di Fox News, che metto tra parentesi per resistere alla tentazione di fare una lunga digressione su affinità e divergenze tra l’informazione americana e la nostra, e su quale sia oggi la Fox italiana).

Proprio nelle ultime righe, tirando le somme del ragionamento, Stephens dice così: «Il problema è stato che, quando i barbari illiberali arrivarono alle porte dei conservatori, le sentinelle di guardia dimostrarono una catastrofica mancanza di spina dorsale. Se sia troppo tardi per ritrovare quella spina dorsale è, per me, la domanda decisiva».

Il sospetto che a questo punto della lettura mi ha trafitto come un fulmine è stato dunque: e se quello che in questi anni è accaduto ai repubblicani negli Stati Uniti, con le distinzioni del caso, nell’Italia di oggi stesse accadendo ai democratici?

Tutto sommato, mi pare una buona domanda per il congresso del Partito democratico.