Regressione sovieticaLa disfatta economica e militare spinge la Russia verso un ritorno nefasto ai piani quinquennali

L’invasione dell’Ucraina ha coinciso col ritorno a una repressione interna di tipo staliniano. Molti analisti di suggeriscono di riprendere l’organizzazione statalista del secolo scorso, e non scherzano

Truccare i dati, tornare ai piani quinquennali di epoca sovietica o addirittura alla stessa Unione Sovietica? Il dilemma per la Russia si propone fin dall’ultima videoconferenza con cui Vladimir Putin ha ammesso che per la Russia «il 2022 è stato un anno molto difficile», ha rassicurato che «secondo i dati del ministero per lo Sviluppo economico, il Pil della Russia è sceso solo del 2,1 per cento fra gennaio e novembre, quando si prevedeva, anche fra i nostri economisti, per non parlare di quelli all’estero, di un calo del dieci, del quindici o perfino del venti per cento. Per l’intero 2022 è invece atteso un calo del 2,5%».

Ma secondo l’ultima analisi indipendente della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e dell’Ocse nel 2022 il Pil sarebbe diminuito di almeno il 3,4 per cento nello scenario più favorevole e fino al 4,5 per cento nello scenario peggiore. L’economia russa, secondo le stesse previsioni, continuerà a contrarsi nel 2023. Si prevede che il Pil diminuirà del 2,3 per cento su base annua nello scenario più favorevole e del 5,6 per cento nello scenario peggiore. Quanto all’inflazione, Putin parla di un 11,9; gli organismi internazionali di un quattordici per cento.

Putin assicura anche che «le dinamiche in corso sono migliori di quanto molti esperti avessero previsto», ma aggiunge che «i rischi tecnologici e infrastrutturali non sono stati ancora risolti». Per risolverli, e più in generale per affrontare le difficoltà della guerra, dall’Accademia delle Scienze di Russia c’è allora qualcuno che propone di tornare all’economia pianificata di tipo sovietico.

Una di queste proposte viene ad esempio da Ruslan Grinberg, direttore dell’Istituto di economia dell’Accademia Russa delle Scienze. «La Russia deve tornare alla pianificazione», ha detto il 29 dicembre in un’intervista concessa all’agenzia statale Ria Novosti per commemorare il centenario dalla creazione dell’Unione Sovietica. «Spalmare l’Urss solo con vernice nera significa non comprendere l’essenza delle cose. C’era molto di buono nel sistema sovietico. Anche i critici lo hanno riconosciuto. Non saremo mai in grado di quantificare quanto il modello sovietico abbia influenzato il mondo intero, ma l’impatto è piuttosto notevole. Regolamentazione statale, previdenza sociale, assistenza sanitaria gratuita, istruzione gratuita: tutto questo è diventato parte della vita di molti Paesi».

Grinberg si è preoccupato di sottolineare che la sua proposta va oltre le necessità di un’economia di guerra, anche se non vuole tornare al sistema sovietico in toto. Spiega che la sua idea di economia pianificata «non è direzionale, ma indicativa. Il nocciolo della questione è che lo Stato deve iniziare formulando priorità economiche. E poi non deve costringere l’industria a produrre una certa quantità di beni in un dato momento, ma stimolare la produzione attraverso sussidi e politiche fiscali e doganali».

Ma evidentemente una volta che il tabù è sdoganato qualcuno pensa subito di andare oltre. Direttore dell’Istituto Centrale di Matematica della stessa Accademia, Albert Bakhtizin ha proposto di «cambiare il modello liberale dell’economia» tornando direttamente ai pani quinquennali. «Una sorta di pianificazione strategica con una chiara definizione degli obiettivi e un sistema di indicatori che calcoli concretamente cosa e quando produrre e cosa è necessario per farlo». Il che, ovviamente, riporterebbe i matematici del suo Istituto al centro della scena.

Politologo e docente di Filosofia all’Università dei Paesi Baschi di Vitoria-Gasteiz, Michael Marder ha dedicato ha queste proposte un’analisi per Project Syndicate in cui ha osservato che «le proposte di Grinberg e Bakhtizin possono sembrare segnali di disperazione di fronte ai boicottaggi internazionali e ai successivi pacchetti di sanzioni economiche. Ma questa è solo una parte della questione. L’altra parte è la totale abrogazione ideologica, politica ed economica delle riforme avviate da Mikhail Gorbaciov prima della caduta dell’Unione Sovietica e proseguite, con uno stile diverso, nella Russia di Eltsin durante gli anni Novanta».

Nella sua analisi, l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, segna una «l’implosione della storia» che ha ribaltato l’ordine cronologico del tempo e in cui hanno fatto convergenza diverse linee temporali: «La linea del crollo sovietico trent’anni anni fa; quello della catastrofe di Chernobyl di trentasei anni fa, che indica un futuro indefinito di contaminazione ambientale; quella delle due guerre mondiali; quella del genocidio ucraino, e le repressioni staliniste degli anni Trenta». Come nello specchio di “Alice nel paese delle meraviglie”, si entra in una realtà alternativa che si riflette nella lingua, per cui «nella verbosità di Putin, una guerra non è una guerra, ma un’operazione militare speciale, sebbene lui stesso si sia recentemente permesso di usare la parola proibita. Oppure, come dice l’ultima battuta in Russia, l’esercito russo non si ritira, ma intraprende “controavanzate negative”».

L’invasione dell’Ucraina ha coinciso col ritorno a una repressione interna di tipo staliniano. «Tutto ciò ci porta alle attuali proposte per ripristinare un’economia centralmente pianificata. Sebbene i piani quinquennali originali siano stati introdotti all’inizio dell’era stalinista (cioè prima delle purghe), erano una fase di transizione dalla Nuova Politica Economica di Lenin, che consentiva un certo margine di iniziativa indipendente e libertà per gli agricoltori e le piccole aziende private. In altre parole, attraverso lo specchio della guerra ucraina stiamo vedendo la storia sovietica non ripetersi, ma riavvolgersi e riprodursi a tutta velocità all’interno della stessa Russia. Il risultato logico dell’adozione di un’economia pianificata è precisamente ciò che comportò la grande rottura tra la Nep di Lenin e i piani quinquennali di Stalin, cioè un massiccio esproprio».

La previsione di Marder è dunque che «dopo i sanguinosi processi di collettivizzazione avvenuti in Unione Sovietica tra il 1929 e il 1933, dopo la “terapia d’urto” delle privatizzazioni dei primi anni Novanta che ha creato l’oligarchia russa, ora sta per iniziare in Russia una nuova violenta ondata di ridistribuzione della proprietà». Per ora la violenza è diretta all’estero, con la distruzione di impianti energetici, infrastrutture civili e migliaia di vite innocenti in Ucraina (il parlamento russo, la Duma, ha appena approvato una legge che concede ai soldati russi l’immunità per i crimini commessi in Ucraina e legalizza i beni e le proprietà rubate come trasferimenti di doni da parte della popolazione ucraina).

Ma, data la rapidità dell’inversione della ripetizione storica in Russia, conclude Marder, «non passerà molto tempo prima che le appropriazioni violente inizino a verificarsi anche in patria. Se leggiamo tra le righe il messaggio trasmesso da economisti e matematici come Grinberg e Bakhtizin, possiamo intravedere i vecchi spettri dell’espropriazione. E, forse, anche sporgendosi sul precipizio di una vera guerra civile».