La risposta di MonnetLa scommessa di Putin e il cambio di passo dell’Unione europea

La crisi ucraina ha provocato un cambiamento di policy repentino se confrontato con la lentezza tipica dei processi decisionali europei

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 55 di We – World Energy, il magazine di Eni

L’intensificarsi della guerra in Ucraina, di cui non si scorge la fine, mette alla prova la resilienza dell’Europa, situazione evidente nella sfera dell’energia più che altrove. La crisi energetica ha creato il momento perfetto per l’invasione russa e si è poi fatta arma di pressione geostrategica contro l’Europa, in un confronto più ampio con l’Occidente. Lo scontro porta alla ribalta due diverse interpretazioni della resilienza: quella del presidente russo, Vladimir Putin e quella di Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Unione europea; quella che prevarrà determinerà l’esito della guerra e il futuro dell’Europa. Si prevede che il modo in cui i governi agiranno nei prossimi mesi e nei prossimi anni plasmerà la tendenza futura dell’Europa e della crisi energetica.

Le due facce della medaglia
Putin e Monnet rappresentano le due facce della medaglia della resilienza: la resistenza al dolore e la trasformazione attraverso la crisi. Secondo Putin, essere resilienti significa resistere al dolore, e le democrazie liberali semplicemente non ne hanno la stoffa. Putin crede che la soglia del dolore dell’Europa sia bassa, di certo molto più bassa di quella della Russia, il cui popolo è pronto a sacrificarsi per la patria. Secondo Putin, la Russia è resiliente, l’Europa no. Quest’interpretazione è in netto contrasto con la quintessenza del concetto europeo di resilienza, delineata nelle memorie di Jean Monnet: “l’Europa sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”. Secondo questa visione, la resilienza consiste nel reagire, nell’adattarsi e nel rialzarsi dopo una caduta.

È vero che le società liberaldemocratiche europee hanno un livello di resistenza al dolore basso rispetto a quello della Russia autoritaria, ed è vero che negli ultimi decenni le società dell’Europa occidentale hanno attraversato meno difficoltà di quante ne abbiano affrontate i russi; ciò non significa tuttavia che gli europei siano meno patriottici o politicamente più flaccidi della Russia, né significa che non abbiano esperienza di condizioni difficili. Inoltre, sempre con riferimento alla definizione di resilienza secondo Putin, l’Unione europea non è crollata sotto il peso della “permacrisi” che la affligge ormai dal 2005 (la crisi costituzionale del 2005, la crisi del debito sovrano, la crisi migratoria, la Brexit, la pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina). A ogni congiuntura critica in molti hanno predetto la caduta dell’Europa, ma nessuna di tali catastrofiche previsioni si è verificata.

L’esistenza stessa dell’UE e la sua evoluzione nel tempo sono la dimostrazione che l’interpretazione data da Monnet al concetto di resilienza non era un mero auspicio bensì una vera e propria previsione, che finora si è rivelata valida. A ogni crisi, l’integrazione europea, lungi dal rompersi, ha fatto passi avanti, dal mercato unico all’unione monetaria, passando per l’allargamento e, più recentemente, per NextGenerationEU. Resta da vedere se alla guerra e alle molteplici crisi da essa scatenate l’UE reagirà in modo analogo a come ha reagito all’Eurozona, alle crisi migratorie e alla pandemia.

La scommessa di Putin
Con la ripresa dell’attività economica dopo il lockdown, la domanda di energia è tornata a crescere. L’approvvigionamento energetico non è però riuscito a tenere il passo, e di conseguenza già nella seconda metà del 2021 i prezzi dell’energia hanno preso a salire, situazione che ha creato un ambiente strategico propizio per Putin, il quale nell’autunno del 2021 ha manipolato i mercati energetici per far salire ancora i prezzi e poi invadere l’Ucraina.

Mentre a fine 2021 i prezzi salivano, Putin alimentava deliberatamente la tendenza al rialzo con Gazprom a ridurre i livelli di stoccaggio in Europa e trattenere ulteriori volumi di gas sui mercati spot, azioni che hanno contribuito a riempire i forzieri di guerra di Mosca e ad aumentare la leva russa sull’Europa. Putin era certamente sicuro che i prezzi alti e la dipendenza dalla Russia per il gas avrebbero portato l’Europa ad abbaiare ancora sull’Ucraina senza però mordere. Ma le cose sono andate diversamente. L’UE, insieme con gli Stati Uniti, ha risposto in modo significativamente unito e forte, decidendo anche sanzioni severe, e tuttavia la convinzione del presidente russo della mancanza di resilienza dell’Europa sembra non esserne stata scalfita. Bisognava semplicemente alzare la posta e chiudere alcuni rubinetti.

All’inizio, Putin non ha fatto molto più che crogiolarsi nell’abbondanza dei fondi che affluivano grazie ai prezzi dell’energia, ormai alle stelle: nella prima metà del 2022, l’Europa ha pagato alla Russia l’enorme cifra di un miliardo di euro al giorno. Quando, infine, gli europei hanno raggiunto l’accordo sull’embargo petrolifero, messo a punto piani per ridurre la propria domanda di energia, iniziato a riempire con alacrità i depositi di gas e firmato contratti con fornitori alternativi, i russi hanno messo in atto le minacciate interruzioni delle forniture all’Europa. Il Cremlino intanto consolidava e diffondeva la narrativa propagandistica che collegava l’aumento vertiginoso dei prezzi del gas alle sanzioni, negando al contempo di utilizzare l’energia come arma di pressione geostrategica (energy weaponization). Tornando all’interpretazione data da Putin alla resilienza, il dolore dell’aumento delle bollette energetiche, dell’inflazione e della recessione avrebbe dovuto far dilagare in Europa il malcontento sociale.

Monnet vedrebbe le cose diversamente. In verità, la guerra ha colto gli europei alla sprovvista. L’invasione perpetrata dalla Russia non solo ha spazzato via i brandelli di speranza dell’era post-Guerra Fredda, ma ha anche invalidato il modello costruito negli ultimi decenni della Guerra Fredda, modello che sosteneva il perseguimento di legami energetici al di là delle divisioni geopolitiche. Nonostante il trauma di questo fallimento, lo shock dell’invasione russa ha provocato un cambiamento di policy repentino e brusco se confrontato con la velocità insignificante tipica dei processi decisionali europei.

L’UE ha impiegato parecchio tempo per muoversi sull’energia, ma considerando il profondo intreccio dei legami energetici tra Europa e Russia, oltre alla diversità dei mix energetici e delle vulnerabilità dei vari stati dell’UE, appare significativo che nell’estate del 2022 l’Unione abbia concordato un embargo sul carbone e sul petrolio russi. Quella del gas è un’altra storia. Data la sua forte dimensione regionale, l’Europa non poteva sopportare lo stop immediato dell’afflusso del gas russo, e soprattutto non lo potevano sopportare quei paesi (tra cui Italia e Germania) caratterizzati da un’alta dipendenza dal gas in generale e dal gas russo in particolare.

Ciò detto, gli europei non sono rimasti con le mani in mano. I diversi paesi dell’UE si sono affrettati a procurarsi forniture alternative e ad approvare nuove infrastrutture, rafforzando parallelamente i propri obiettivi climatici. Le energie rinnovabili e l’efficienza energetica hanno acquisito una nuova rilevanza, perché contribuiscono alla sicurezza energetica. La nuova identità e la nuova missione dell’UE è ormai l’Europa verde, e di conseguenza ora l’obiettivo è conciliare sicurezza energetica e transizione: il piano RepowerEU della Commissione europea è un tentativo di far quadrare il cerchio.

L’UE ha inoltre proposto misure senza precedenti, sia temporanee sia strutturali, per contenere i prezzi e affrontare le disparità socioeconomiche generate dalla crisi. Innanzitutto, ha concordato obiettivi di riduzione del consumo di elettricità, prevedendo una riduzione volontaria del 10 percento del consumo lordo e una riduzione obbligatoria del 5 per cento nelle ore di punta della domanda. In secondo luogo, il Consiglio europeo ha concordato di limitare a un tetto di 180 euro/MWh la remunerazione dell’energia per le tecnologie inframarginali, con successiva ridistribuzione dei proventi maturati alle famiglie e alle imprese in difficoltà; il Consiglio ha anche proposto un “contributo di solidarietà” temporaneo da parte delle compagnie oil and gas europee.

Terzo, l’UE sta lavorando per fissare un tetto ai prezzi degli altri fornitori, in primis a quelli della Norvegia, visti i suoi straordinari profitti nonostante la comune posizione di contrasto alla Russia. Ancora, nell’ambito del G7 l’UE ha discusso su di un price cap sul petrolio, da applicare all’avvio dell’embargo petrolifero. Infine, l’UE ha deciso di lavorare a una riforma strutturale dei propri mercati dell’energia, comprensiva di supervisione del mercato dei prezzi del gas TTF e il disaccoppiamento dei mercati di elettricità e gas. Le idee rimangono allo stato embrionale e abbondano i fattori di complessità, ma le nazioni dovranno assicurarsi che le misure temporanee adottate per far fronte all’emergenza energetica siano funzionali a riforme strutturali a più lungo termine e a una maggiore integrazione, contro la frammentazione del mercato energetico dell’UE. Mentre i vari paesi sono ancora in disaccordo su alcune soluzioni, quali il price cap, le istituzioni europee lavorano anche al rafforzamento di solidarietà e azioni comuni proponendo l’approvvigionamento congiunto di gas.

strutturali del mercato, siano ben progettate, e questo richiede tempo, ma la rapidità è essenziale se si vuole evitare che gli stati membri procedano ciascuno per proprio conto. Il mancato raggiungimento di accordi a livello UE in tempi rapidi potrebbe innescare dinamiche di vicinato a discapito di tutti. Infine, l’ultima ma più importante necessità è conciliare la sicurezza energetica e la transizione energetica. Sulla carta, tutto ha senso, e RepowerEU indica la strada, anche alzando gli obiettivi per le rinnovabili dal 40 al 45 percento del mix energetico europeo entro il 2030 e chiedendo il rapido sviluppo del – l’industria dell’idrogeno.

Non è certo che ci si possa riuscire davvero. Nell’emergenza della sicurezza energetica innescata dalla guerra, gli europei hanno investito miliardi di euro in progetti sui combustibili fossili, nuovi e ampliati, e hanno stanziato cifre enormi per proteggere i consumatori dall’impennata delle bollette (674 miliardi di euro dal settembre 2021 all’ottobre 2022). A titolo di confronto, NextGenerationEU, il piano di ripresa post-pandemico dell’UE, stanzia 750 miliardi di euro su un ciclo di bilancio di 7 anni. Ci sono poi anche gli effetti di lock-in creati dai nuovi contratti e dai nuovi investimenti sui combustibili fossili, come anche l’idea contorta di vendere più permessi di emissione di carbonio (carbon permit) per finanziare RepowerEU, che comprende progetti sui combustibili fossili.

È facile criticare tutto questo: è in netto contrasto con il Green Deal europeo. Alla COP27 diverse parti hanno accusato l’Europa di ipocrisia, ma l’UE ha rassicurato gli altri attori del suo sempre maggior impegno verso gli obiettivi climatici a lungo termine. Eppure, la verità è che è impossibile navigare nella tempesta senza combustibili fossili. Questo non significa comunque che gli obiettivi europei di decarbonizzazione siano destinati a fallire, anzi, al contrario; grazie alla crisi, finalmente si prende sul serio la questione dell’efficienza energetica, e le energie rinnovabili cresceranno oltre quanto previsto dai nostri piani prebellici. Infine, è fondamentale integrare i progetti di decarbonizzazione, dalle rinnovabili all’idrogeno alla cattura e stoccaggio del carbonio, nelle nuove relazioni energetiche con i partner energetici vecchi e nuovi della regione di Medio Oriente e Nord Africa, Africa sub-sahariana e Caucaso.

Un tassello nella storia dell’integrazione
Tutto questo è possibile, ma comporta costi monetari ingenti, oltre a leggi, regolamenti e diplomazia, costi di molto maggiori di quelli già enormi previsti prima dell’inizio della guerra. La transizione energetica ha bisogno di economie sane. La decarbonizzazione, infatti, non è sostenibile senza crescita, e un processo di decarbonizzazione ben progettato può alimentare la crescita: è una strada a doppio senso. La transizione energetica richiede pertanto alle economie europee di rimettersi in carreggiata, cosa che a sua volta dipende dalla loro capacità di affrontare la crisi energetica in modo rapido ed efficace, e questo, purtroppo, senza i combustibili fossili non si può fare. In altre parole, sicurezza energetica e transizione energetica sembrano in reciproca contraddizione, ma sono in realtà le due facce della stessa medaglia.

Abbiamo già tutti gli elementi per il cambiamento, la riforma e la trasformazione. Sono complessi, imprevedibili, ingombri di ostacoli e di apparenti contraddizioni, eppure è diffusa tra i governi europei la consapevolezza che questa crisi, proprio come la pandemia, la si può affrontare solo restando uniti. Misure e politiche non coordinate provocherebbero una concorrenza intraeuropea che inasprirebbe l’attuale crisi energetica. E c’è una possibilità, verosimilmente realistica, che l’Europa superi anche questa crisi e che le soluzioni che troverà diventino un altro tassello nella storia della sua integrazione. I prossimi mesi e i prossimi anni saranno davvero cruciali per l’Europa, perché costruisca dei meccanismi e una solidarietà più forti. Non si sa se ad avere la meglio sarà Putin oppure Monnet, né se e come l’Unione europea saprà dimostrare e migliorare la propria resistenza. Ma al culmine di questa crisi, io punto tutto su Jean Monnet.

*Nathalie Tocci è direttore dell’Istituto Affari Internazionali, professore onorario all’Università di Tübingen, consigliere indipendente e non esecutivo dell’Eni e Europe’s Futures fellow presso l’Institut für die Wissenschaften vom Menschen (Iwm).