Le canzoni finite L’azzardo di Ryan Adams, che si è permesso di rifare “Nebraska” di Springsteen

L’album che il Boss fece uscire nel 1982 è il punto di non ritorno del rock, un capolavoro intimo, personale, interiore. Questa nuova versione, per quanto godibile, fa storcere il naso a molti

Immagine presa dal profilo Facebook di Ryan Adams

“Nebraska”, inteso come l’album di Bruce Springsteen, è il punto di non ritorno del rock, il serpente che si riavvolge su sé stesso e con gli occhi osserva i movimenti della propria stessa coda. “Nebraska” è il rientro dopo l’avventura, il conforto del focolare e la remissione delle grandi speranze: tutti passiamo invano. Springsteen lo scrisse per afferrare l’ultimo lembo della sua normale natura umana, mentre la celebrità lo tirava su, verso i paradisi del narcisismo.

Per i suoi seguaci è il graal, intoccabile e sacro, è la confessione, il passo verso la definitiva età adulta che non prevede U-turn. La solitudine di un capolavoro che non poteva essere violata, da chiunque non fosse il suo autore.

Ma poiché la storia della musica moderna prevede periodici sacrilegi e detonanti disillusioni, capita che un dignitoso epigono del Boss, Ryan Adams, quarantottenne del North Carolina, in circolazione da un quarto di secolo con riconoscimenti più che discreti, decida di rischiare la scomunica: ha reinciso per intero “Nebraska” – ovviamente a modo suo, diversamente da Bruce ma neppure troppo, così facendo penetrando nelle più perigliosa anticamera dell’inquisizione musicale americana.

Del resto la carriera di Ryan già da un pezzo è andata a ramengo. Lui ci ha messo molto del suo, imboccando una produzione che, dopo gli esordi promettenti come ennesima incarnazione del rocker solitario, si era via via sfilacciata su sentieri fin troppo omologati e spesso sprofondati nel mare della banalità.

I fan più ardenti comunque avevano più o meno tenuto duro, ma poi era arrivata la successiva bordata, ovvero uno scandalo trainato dai grandi media d’oltreoceano per molestie sessuali, violenze domestiche, indecenti esibizionismi e varie altre porcherie, sospinto dalle denunce dell’ex-moglie, la cantante Mandy Moore e da almeno un paio di altre colleghe come Phoebe Bridgers e Megan Butterworth.

L’effetto era stato la rapida cancellazione di Adams da qualsiasi cronaca, critica e opportunità professionale, scaricato dall’etichetta discografica e dai promoter, e perennemente ignorato dall’informazione, specializzata o meno. Una condanna all’oblio e all’invisibilità contro la quale l’artista ha architettato un antidoto che lascia intravedere un carico di nevrosi impressionante: ha cominciato a pubblicare musica, autoproducendosi, in modo seriale, isterico, compulsivo.

Solo nel 2022 ha messo in circolazione sette album, a cominciare dalla trilogia a cui stava lavorando ai tempi delle denunce (“Wednesdays”, “Big Colors” e “Chris”) a cui ne ha fatti seguire altri tre, rimpinzati di materiali di tutti i generi e provenienze (“Devolver”, “FM” e “Romeo and Juliet”, l’ultimo dei quali doppio), culminando questa insana frenesia con un inatteso doppio remake, prima del dylaniano “Blood on the Tracks”, lavoro che dichiara di idolatrare, e poi del suddetto album del minimalismo springsteeniano.

Ora, la cosa per lui non è nuova: l’aveva già fatto nel 2015, coverizzando per intero “1989”, l’album di Taylor Swift, che intendeva così consacrare e omaggiare sulle vette dell’elettrico country-pop del quale si sentiva figlioccio debitore.

Ma in questo nuovo caso la questione è ancora più ampia, perché il confronto coi due mostri sacri della canzone americana non è una sfida da cui si possa pensare di uscire indenni. E se la sua rivisitazione di un capolavoro di Dylan è educata, rispettosa e sufficientemente umile da non innervosire più di tanto, nel caso di “Nebraska” la questione assume tinte più fosche, proprio perché il concepimento e la scrittura di quel lavoro fu per il Boss così personale e interiore, che un rifacimento dai toni apocrifi fa storcere il naso agli osservanti e aumenta l’espressione interrogativa dei passanti occasionali.

Insomma, che vuole fare, il buon Ryan, in questa rincorsa sulle scale mobili a contrario, in questa maniacale voglia di fare, suonare, misurarsi? Per carità, la scaletta di “Nebraska” è talmente solida, la qualità vocale di Adams è così rispettabile e la sua perizia musicale consolidata, da rendere il prodotto ascoltabilissimo e a tratti godibile, oltre che certamente sincero da parte sua.

Ma c’è il grande perché, il “a cosa serve” un’operazione del genere, figlia di un eccesso di auto-considerazione (era necessaria la versione di Ryan?), o forse solo del bisogno di esistere, di obbligare una porzione di pubblico ad ascoltarlo al di là degli errori commessi, perché se uno bravo rifà “Nebraska”, volenti o nolenti tocca prestargli orecchio.

Il suo disco però risulta essere un caso di meticciato musicale, troppo figlio di qualcuno, al quale un altro figlio, quello prodigo, prova ad apportare variazioni rispettose ma sensibili, perlopiù sotto forma di elettronica, con risultati a dir poco discontinui se non incoerenti.

Ma Adams non se ne dà per inteso, già annuncia l’intenzione di rifare “What’s the Story (Morning Glory)?” degli Oasis, disco che stima particolarmente e poi dopo chissà. Se non volete più me, prendetemi come interprete, accettate questi canzonieri alla “a modo mio”, sembra sussurrare Ryan tra le righe. E del resto, col progressivo accumularsi della storia musicale, quel concetto di riuso, rifacimento, remake che il cinema ha sdoganato da un pezzo, comincia ad assumere una statura inaspettata.

Non che la regola dei classici e degli evergreen non sia mai esistita, ma adesso il procedimento appare diverso: ad esempio ripercorrere per intero un percorso creativo, come quello che sovraintende a un album. Sovrapporre il proprio stile a quello di un altro, tra identità, sbavature, raffronti originale/rifacimento. Usando grandi album come unità di misura.

Ryan Adams fin qui ha lavorato confrontandosi coi campioni nazionali. Pensate che gli U2, al culmine del ragionamento che ispira queste second life, adesso rifanno se stessi (in “Songs of Surrender”), risuonano i loro pezzi e vanno in cerca dell’alternativa a quanto hanno fatto in passato. Perché forse le grandi canzoni, come i grandi film e le grandi storie, non sono infinite. Ma il modo in cui le si rappresenta trova il modo di renderle vive di nuovo. Ma è vero? È proprio così o è un’illusione? Ed ecco che il discorso e il dibattito trovano la forza di riaprirsi.

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