Pochi poteriLa scomparsa di Salvini e il deserto dei tartari leghisti

Il governo è tutto in mano a Giorgia Meloni e ai suoi fratelli in modo persino umiliante per gli alleati. Il segretario della Lega tace non per chissà quale tattica ma perché forse non ha niente da dire

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«Viene Gennaio silenzioso e lieve, un fiume addormentato/ fra le cui rive giace come neve il mio corpo malato, il mio corpo malato»: gran canzone, quella «dei 12 mesi» di Francesco Guccini, frasi larghe e piene, il corpo malato di gennaio che viene, l’immagine è secca, dura. Gennaio è un mese strano, difficile, la ripresa dopo le Feste, il ritorno o presunto tale della politica che in teoria potrebbe portare qualcosa di nuovo: e in effetti, se non di nuovo, qualcosa da spiegare c’è. Qualche piccolo mistero. 

Si sviscera tutto di Meloni, ed è normale, si viviseziona quel che c’è del Partito democratico, e anche questo si spiega, Carlo Calenda fa sempre un po’ notizia, ogni tanto Forza Italia si sente, Conte vivacchia. Mentre non si parla più di altra gente: Nicola Fratoianni, Roberto Speranza, Beppe Grillo. E Matteo Salvini. 

Della sua Lega che solo due anni e mezzo fa pareva dovesse mangiarsi il mondo, o almeno prendersi l’Italia – i «pieni poteri» voleva – ma in questo gennaio silenzioso e lieve che fine ha fatto, Salvini? 

Quando fecero il governo dopo il 25 settembre i meloniani piantarono il filo spinato intorno al Viminale per escluderne il ritorno dopo quello che aveva combinato grazie al primo governo di Giuseppe Conte (molto prima che questi diventasse un succedaneo di Chavez), e la presidente del Consiglio lo piazzò ai Trasporti, che adesso si chiama “Infrastrutture e mobilità sostenibili”, che è più smart, dove Salvini giocherella da settimane in mezzo alle piante del ponte di Messina, sua nuova fissazione, ogni tanto facendo capoccella nei pastoni dei tg per annunciare delle bubbole – diciamo: inesattezze – che c’è la flat tax, che è stata superata la legge Fornero.

Non è vero niente, ovviamente essendo che la tassa piatta resta una sua chimera, verrà solo applicata a un po’ più di lavoratori autonomi, peraltro ingiustamente, mentre l’impianto della Fornero è sempre lì che vive e lotta insieme a noi. 

Lo stralcio delle cartelle esattoriali, che per come lo immaginava lui sarebbe stato un bell’incentivo agli evasori e agli inadempienti del fisco, alla fine è una misura pressoché obbligata che fa risparmiare allo Stato un pochino di soldi, non c’è nessuna rivoluzione. 

Sull’Ucraina è solida, per fortuna, la linea Meloni-Tajani in appoggio alla resistenza di Zelensky e lui da tempo ha dovuto abbandonare il putinismo alle vongole dell’éra Savoini. 

Quanto alla mega-riforme delle autonomie, quella che porterebbe alla proliferazione dei soggetti istituzionali e amministrativi con grave nocumento per le regioni meridionali, non piace a nessuno tranne che a Calderoli e la pitonessa Meloni che si sta mangiando la Lega ha messo in campo il presidenzialismo che è una proposta molto più suggestiva – che poi si faccia è un altro discorso. 

Ed è solo di lei, della presidente del Consiglio, che si parla su giornali e rotocalchi, radio, tv e social (anche troppo, persino le foto con la figlia che fanno l’albero di Natale), mentre di lui, Salvini, non si sente più dire niente, e dei ministri leghisti poi ancora meno. 

Passi per Giancarlo Giorgetti che, come dicono i suoi ammiratori, è uno che lavora in silenzio – anche se la modalità fa venire il dubbio: ma lavorerà davvero? – ma gli altri chi sono, che fanno? Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è un tecnico ma tutti sanno che è molto vicino a Salvini, di cui era capo di gabinetto al Viminale e infatti sta brillando per la faccia da duro con i migranti oltre a essersi reso protagonista del decreto contro i rave che non è esattamente un gioiello di cultura giuridica. 

Di quello che fa Alessandra Locatelli, ministra per le disabilità, si sa poco ma per la delicatezza del dicastero che dirige c’è solo da incoraggiarla, sperando che faccia qualcosa. 

In questo deserto dei tartari leghista addirittura il vecchio Umberto Bossi è tornato in pista facendo balenare una scissione (e intanto appoggiando Letizia Moratti a Milano), mentre nel Lazio fino a poco tempo fa pretendevano di candidare Claudio Durigon (quello del Parco Mussolini a Latina) ma ormai è tutta terra di Giorgia e la Lega al Centro come al Sud ha ballato una sola estate, poi hanno messo Lorenzo Fontana alla presidenza della Camera che per ora si è fatto notare per la ghigliottina posta durante il dibattito sulla legge di Bilancio ma sembra destinato a essere abbastanza ininfluente sul corso degli eventi come d’altronde tutta la Lega che non tocca palla e prima o poi qualcuno a Salvini glielo farà notare, forse quel Massimiliano Fedriga che stravincerà le regionali nel suo Friuli Venezia Giulia. 

Il governo è tutto – tutto – in mano a Giorgia e ai suoi fratelli in modo persino umiliante per gli alleati. Si prevedeva una reazione di Salvini allo strapotere meloniano, invece egli tace non per chissà quale tattica ma perché forse non ha niente da dire. Mentre lei governa e se lo rosicchia, sul match tra Fratelli d’Italia e Lega si allunga lo spettro di un clamoroso 6-0 6-0 6-0. Se non batte un colpo e piuttosto in fretta, Matteo Salvini finisce in pellicceria, come diceva Giulio Andreotti delle volpi della politica.

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