Mosca mette i saldiLe sanzioni sul petrolio costano alla Russia 160 milioni di euro al giorno (meglio continuare)

Il Cremlino è costretto a esportare il greggio a prezzi ribassati a causa dell’embargo di Unione europea e G7. La macchina bellica di Putin forse non si fermerà, ma sarà certamente limitata

AP/LaPresse

Le sanzioni sul petrolio stanno costando alla Russia ogni giorno centosessanta milioni di euro – 172 milioni di dollari. Lo riferisce Bloomberg, a conferma dell’altra precedente stima di come si fosse più che dimezzato l’export di petrolio russo nella prima settimana di funzionamento dell’embargo deciso da Unione europea e G7. Per la precisione, nella settimana terminata il 16 dicembre, del cinquantaquattro per cento, 1,86 milioni di barili al giorno: un botto che sempre secondo Bloomberg sarebbe dovuto alla carenza di petroliere disposte a trasportare il greggio di Putin.

La stima è stata riferita da Lauri Myllyvirta, analista capo del think tank finlandese Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea). Secondo lui «l’embargo sul petrolio deciso dall’Unione europea e il limite massimo sul prezzo del petrolio sono finalmente entrati in vigore e l’impatto è significativo come previsto». La previsione del rapporto, anzi, è che quando il 5 febbraio il limite sarà stato esteso ai prodotti raffinati i ricavi persi saliranno a duecentottanta milioni di dollari al giorno. La ricerca indica inoltre che in seguito alle misure prese da G7 e Unione europea il greggio russo si sta già vendendo a meno della metà dei prezzi internazionali: al momento, quaranta dollari contro ottanta.

Ovviamente, il Cremlino smentisce. Citato da Interfax, il portavoce di Putin, Dmitrj Peskov, dice che è troppo presto per stimare l’impatto poiché il mercato globale dell’energia è troppo volatile e gli esportatori di petrolio russi devono ancora trattare con i clienti che osservano il prezzo massimo. Principali acquirenti di greggio russo, India, Cina e Turchia, non hanno aderito al price cap occidentale.

Inoltre il decreto di Putin, pubblicato il mese scorso e in vigore da febbraio, vieta la fornitura di greggio e carburanti agli acquirenti stranieri che rispettano la soglia nei loro contratti. Infatti, ad esempio, a dicembre, i volumi di esportazione verso l’India hanno superato il milione di barili al giorno. La lontananza geografica dei porti cinesi e indiani fa però aumentare i costi di trasporto verso mercati alternativi.

Il Crea consiglia comunque di stringere il cappio ancora di più. Ridurre ulteriormente il limite da venticinque a trentacinque dollari al barile – prima ancora era sessanta dollari. Sarebbe ancora al di sopra dei costi di produzione e trasporto russi, ma taglierebbe le entrate delle esportazioni di petrolio del paese di almeno altri cento milioni di euro al giorno. Secondo Myllyvirta, «è essenziale abbassare il prezzo massimo a un livello che neghi i profitti petroliferi tassabili al Cremlino e limitare le restanti importazioni di petrolio e gas dalla Russia».

Secondo questa analisi, anche se lo sconto sul petrolio russo potrebbe aumentare a dismisura, c’è sempre la possibilità che per aumentare i prezzi e contrastare un limite che definisce «illegale» Putin possa tagliare l’offerta, come ha minacciato.

L’ampliamento dello sconto su quell’Urals grade, che è il brand di riferimento per l’export russo, è seguito al divieto che il 5 dicembre l’Unione europea ha imposto quasi tutte le importazioni di greggio via mare dalla Russia.

Allo stesso tempo, il blocco si è unito al G7 e all’Australia nell’imporre un limite al prezzo dell’offerta russa. Chiunque desideri accedere ai servizi occidentali, come l’assicurazione standard del settore, può farlo solo se paga sessanta dollari o meno. E circa il novanta per cento dei servizi connessi al mercato del petrolio viene erogato da Paesi del G7. Per aggirare il problema, sono in aumento le navi cisterna che lasciano i porti russi senza una chiara destinazione finale, in modo da poter presumibilmente trasbordare il greggio su altre navi, e nasconderne l’origine. Ma anche questo aumenta i prezzi dell’export e riduce i margini di guadagno.

Secondo il Crea, la Russia avrebbe finora spedito greggio per 3,1 miliardi di euro su navi coperte dal price cap, la maggior parte del quale è tassata dal governo. Altre misure messe in atto insieme a un taglio del tetto massimo, come l’inasprimento delle sanzioni per il mancato rispetto e sanzioni aggiuntive sulle vendite di navi cisterna, potrebbero ridurre le entrate dei combustibili fossili di ulteriori duecento milioni di euro al giorno.

Ciò andrà avanti anche nel 2023. Martedì il ministro delle finanze russo ha detto che ci sarà un deficit di bilancio del due per cento del Pil per il 2023. Ha assicurato che questo non limiterà lo sforzo bellico, ma ha ammesso che il governo dovrà scegliere quali risorse distrarre da altri settori per proseguirlo.

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