Prototipo liberaleLa Scandinavia offre suggerimenti su come disegnare una nuova road map democratica

Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca ottengono sempre punteggi molto alti nelle classifiche che valutano la salute della libertà, del pluralismo e del rispetto dei diritti. Ma non è sempre facile replicare il loro modello

AP/Lapresse

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022 ordinabile qui.
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Più di dieci anni fa, un gruppo di studiosi della politica tentarono di escogitare un metodo più efficace per misurare le democrazie di tutto il mondo e di dar loro un punteggio. «Eravamo frustrati perché i metodi di misurazione della democrazia e gli indici che erano allora in uso avevano difetti e inadeguatezze», dice Staffan I. Lindberg, direttore del V-Dem Institute di Stoccolma. «Quindi ci siamo inventati dei metodi di misurazione migliori. Ma, non appena lo avevamo fatto, il mondo ha cambiato verso e ha iniziato ad andare verso l’“autocratizzazione”».

Quando Lindberg e i suoi colleghi stavano sottoponendo ai primi test la loro metodologia, nel 2009-2010, la democrazia in tutto il mondo stava già cominciando a scricchiolare. E, secondo il Report 2022 del V-Dem Institute, nel 2021 il numero delle democrazie liberali ha segnato il record negativo degli ultimi dieci anni: sono solo 34 e corrispondono ad appena il 13 per cento della popolazione mondiale. Il report sostiene che il livello di democrazia su cui può contare il cittadino medio globale è tornato ai livelli del 1989, e cioè a prima che sbocciassero le nuove democrazie in seguito alla caduta del Muro di Berlino.

Lungo tutto quel periodo, c’è però un gruppo di Paesi che ha sempre ottenuto punteggi alti in ogni indice e che può offrire una sorta di road map alle nazioni che cercano di migliorare la loro democrazia. I quattro Stati scandinavi – Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca – sono stati un notevole modello di stabilità democratica, anche quando altre democrazie mature in Europa e in Nord America stavano slittando all’indietro, sotto i colpi del populismo e della polarizzazione. Anno dopo anno, gli indici che misurano la rappresentatività del governo, i diritti e le libertà fondamentali, l’impegno civico, il pluralismo e altri fattori hanno collocato questi quattro Paesi ai primi posti in numerose classifiche. Spesso questi stessi Stati si sono scambiati di posto. Così, se la Danimarca era prima nella classifica Democracy Matrix del 2020, la Norvegia era prima nell’Economist Democracy Index del 2021 e la Svezia era prima nel Democratic Report del 2022 del V-Dem Institute.

Ci sono ragioni istituzionali, culturali e storiche dietro questo successo, molte delle quali sono peculiarità dei Paesi scandinavi, che hanno delle popolazioni numericamente abbastanza ridotte e, almeno fino a tempi recenti, decisamente omogenee da un punto di vista culturale. Queste caratteristiche particolari contribuiscono a spiegare come mai il modello scandinavo sia stato di fatto difficile da esportare. «È rischioso pensare di avere un modello da esportare, come se si trattasse di un tipo di automobile», spiega Lindberg. «Non c’è uno schema che possiamo imporre».

Qualche mese fa, la versione svedese del modello ha subito un colpo quando un blocco di destra ha vinto di un soffio le elezioni politiche, sloggiando il Partito socialdemocratico e minacciando la sua eredità sociale che ha offerto una via intermedia tra il socialismo e il capitalismo. Per ora, tuttavia, l’ascesa della destra svedese, che ha tratto combustibile dalla rabbia per l’aumento dell’immigrazione e della criminalità, non ha alterato in modo significativo la collocazione del Paese nei ranking internazionali delle democrazie. Lindberg e altri studiosi attribuiscono tutto ciò alla qualità delle istituzioni scandinave, che possono contare su commissioni elettorali autonome, media e magistratura indipendenti, una forte società civile e la libertà di formare associazioni.

«Abbiamo istituzioni robuste e ben sviluppate», ha detto Lindberg. Questo è in larga parte frutto dell’alto livello di fiducia che c’è nella società: si tratta di un bene prezioso. «In Scandinavia il livello di fiducia tra le persone è tra i più alti nel mondo», ha scritto Sören Holmberg, che insegna Scienze politiche all’Universita di Göteborg e che è coautore di un paper del 2020 intitolato Social Trust – The Nordic Gold? «Dal momento che tutto in una società funziona meglio se un alto grado di fiducia riduce tutti i “costi di transazione”, la fiducia degli scandinavi è davvero l’oro nordico».

In un’intervista Holmberg ha elencato le ragioni storiche della longevità della democrazia svedese: l’assenza di un sistema feudale e della servitù e l’esistenza di un ruolo pubblico per i contadini; servizi pubblici imparziali già dall’Ottocento; una tradizione di partiti politici che ha già 250 anni; un sistema elettorale basato sulla rappresentanza proporzionale; il protestantesimo che ha evitato la gerarchizzazione cattolica; una tradizione egalitaria, sostenuta da un generoso welfare state; i rapidi progressi verso l’uguaglianza di genere; una economia di mercato ben funzionante; una storia di diffusa alfabetizzazione. «Nel Settecento, anche prima che l’istruzione diventasse obbligatoria, quasi il 70 per cento delle persone erano alfabetizzate», spiega Holmberg. «Anche gli scandinavi poveri sapevano leggere e scrivere, e ciò significa che potevano prendere parte alla vita pubblica».

Jørgen Elklit, studioso di politica e professore emerito alla Università di Aarhus in Danimarca, sottolinea l’importanza di elezioni basate su una rappresentazione proporzionale, attraverso un sistema ben diverso da quello del firstpast-the-post in uso negli Stati Uniti e in molti altri Paesi. «La rappresentazione proporzionale fa sì che la gran parte degli elettori abbiano la sensazione che il loro voto sia stato preso in considerazione», ha spiegato Elklit. In un cosiddetto sistema “maggioritario”, i candidati che prendono il maggior numero di voti vincono, lasciando senza voce i cittadini che hanno votato per chi ha perso.

In un sistema proporzionale, invece, il numero di seggi attribuiti in Parlamento a ciascun partito è proporzionale al numero di voti che ha ottenuto. È un sistema che spesso conduce a governi di minoranza o di coalizione, come quello che è da poco entrato in carica in Svezia. Questi governi, come spiega Elklit, sono inquieti e complicati da gestire ma possono comunque completare il loro mandato. Inoltre, «i Paesi scandinavi hanno dei sistemi di welfare che sono tra i migliori al mondo e credo che gli elettori apprezzino questa cosa».

La storia del successo scandinavo non si limita alla democrazia. Nella classifica mondiale della felicità (World Happiness Report) del 2019-2021, la Finlandia e la Danimarca erano prima e seconda – mentre la Svezia era al settimo posto e la Norvegia all’ottavo. E la classifica Best Countries for Women del 2019 ha decretato che la Svezia, la Danimarca e la Norvegia sono i Paesi migliori per le donne. Il generoso welfare system di quella regione è stato sostenuto grazie a una forte tassazione dei redditi alti e da imposte esose sulle vendite ma anche da un largo consenso popolare. Elklit spiega che la predominante cultura del consenso è emersa da una lunga storia di movimenti popolari – organizzazioni di contadini, sindacati, cooperative di produzione – che hanno dovuto cercare compromessi e cooperare per avere successo. «Tutto ciò ha creato una mentalità che ci spinge a lavorare insieme».

La fiducia delle società scandinave – e la solidità delle istituzioni che essa sostiene – sono state messe alla prova, negli ultimi vent’anni, da un notevole aumento dell’immigrazione, in particolare per quanto riguarda la Svezia, un Paese in cui, secondo i dati del 2021, circa il 20 per cento degli abitanti è nato all’estero, una percentuale maggiore di quella registrata negli Stati Uniti. Nel 2015, quando si sono riversati in Europa più di un milione di rifugiati siriani, la Svezia è stato il Paese che ne ha accolti di più, in rapporto alla popolazione, tra tutti quelli che fanno parte dell’Unione europea. Lo sforzo per integrare i nuovi arrivati – molti dei quali provengono dal Medio Oriente o dall’Africa – non è sempre stato coronato da successo e il tema dell’immigrazione ha dato combustibile all’ascesa del partito di estrema destra dei Democratici svedesi, che ha ottenuto il 20,6 per cento dei voti nelle elezioni politiche dello scorso settembre, un risultato che gli ha dato un ruolo cruciale come appoggio esterno del governo di minoranza formato da una colazione di centro-destra. Il problema è meno acuto in Danimarca, dove i cittadini nati all’estero costituiscono circa l’8-10 per centro della popolazione. Ma anche lì, come spiega Elklit, ci sono partiti che, pur avendo collocazioni politiche diverse fra loro, convergono nel promettere di porre un limite all’immigrazione. Tutto questo ha avuto un impatto sui sistemi politici scandinavi basati su un largo consenso.

«L’aumento piuttosto notevole dei nati all’estero in Svezia, in Danimarca e, in misura minore, anche in Norvegia e Finlandia ha condotto a una diminuzione del livello di fiducia», dice Lindberg. Holmberg, però, sostiene che l’aumento di diversificazione all’interno della popolazione svedese non ha avuto un impatto significativo sulla fiducia della società, ma rileva come gli elettori del partito di estrema destra dei Democratici svedesi tendano a fidarsi meno degli altri e delle istituzioni. «E quindi c’è qualche ragione di preoccuparsi», dice.

Come il resto del mondo, anche la Scandinavia ha visto un aumento della diffusione di disinformazione prodotta localmente o importata dall’estero e ciò rappresenta «un’enorme sfida», come spiega Lindberg. «Ma la reazione per ora è stata buona, e questo ci rende felici».

Elklit ha un’esperienza di prima mano dei tentativi di esportare i modelli democratici scandinavi. Come consulente del governo danese, ha viaggiato in Africa e in Asia per offrire supporto nelle procedure elettorali. Ma ben pochi dei tentativi sono andati a buon fine, dice. «Il sistema elettorale danese può essere un modello utile, ma si è sviluppato durante molti anni, più o meno tra il 1850 e il 1920», spiega. «Ma nei Paesi in via di sviluppo non vogliono aspettare settant’anni. Vogliono un risultato immediato, ma questo non è possibile. È necessario sviluppare una cultura politica».

Quando la Svezia è entrata nell’Unione europea nel 1995, si sperava che potesse utilizzare la sua adesione per promuovere il suo modello di welfare in altre parti d’Europa. «Finora non ci siamo riusciti», dice Holmberg.

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