Motore di ricercaTra Microsoft e Google è cominciata la guerra delle intelligenze artificiali

Bing non è mai stato all’altezza del rivale, ma oggi il boom di ChatGPT offre prospettive inedite

Bing ha sempre fatto ridere una buona parte di internet. L’eterno secondo, l’underdog che non ce la potrà fare: «Spare», come direbbe il Principe Harry. Il motore di ricerca di Microsoft è nato nel 2009 e da allora viene dipinto come un Davide alle prese con un Golia inarrestabile, Google, azienda nata invece undici anni prima che ha cambiato per sempre la navigazione online. In effetti, i numeri non sembrano avere pietà: quest’ultima controlla il 92,2 per cento del mercato dei motori di ricerca, mentre Bing segue con il 3,42 per cento. Agli altri – Yahoo, la russa Yandex –, le briciole.

Non c’è storia, insomma. Poi però sono arrivate le intelligenze artificiali, o meglio, alcuni prodotti realizzati da OpenAI, società di cui Microsoft è partner da tempo, e tutto è cambiato. Negli ultimi mesi, ChatGPT ha destato enorme stupore tra addetti ai lavori e utenti occasionali, convincendo Satya Nadella, Ceo di Microsoft, a puntare tutto sulle intelligenze artificiali, mettendole al centro della strategia del gruppo.

Negli ultimi giorni, Bing ha presentato un servizio in cui il motore di ricerca si fonde con le lunghe risposte offerte dall’intelligenza artificiale di ChatGPT. L’obiettivo è cambiare per sempre la ricerca online; il bersaglio, piuttosto chiaramente, è Google.

Quello a cui stiamo assistendo è un effetto domino che sta interessando ambiti diversi e un buon numero di aziende digitali che sembravano ormai inscalfibili, padrone del futuro. Non vogliamo con questo suggerire che Google sia rimasta indietro o sia in estrema difficoltà, ma la spinta improvvisa data da OpenAI all’intera Silicon Valley ha scompigliato abitudini e prassi decennali, con effetti anche comici. Se Microsoft ha corso per fondersi con ChatGPT, Google ha tolto ogni freno ai suoi sforzi sulle IA, settore su cui investe da tempo e con notevoli risultati, pur con le cautele del caso. Cautele che ha smesso nelle ultime settimane per adeguarsi alla concorrenza.

ChatGPT si basa su un modello linguistico molto avanzato detto GPT-3, la cui sigla sta per Generative Pre-trained Transformer. Ebbene, la parte “Transformer” fu sviluppata proprio da Google AI qualche anno fa, prima che il vento di guerra soffiasse nel settore, rompendo i ponti e le alleanze. Oggi tutti vanno da sé, e di fretta. C’è una discreta FOMO (Fear of missing out), da queste parti: tutti hanno paura di perdersi qualcosa, di rimanere indietro o, peggio, sviluppare degli ottimi prodotti pur risultando secondi ai competitor.

Quest’ultimo scenario è piuttosto vicino alla nostra realtà: basta pensare che sia Google che Meta sono in possesso di IA molto avanzate, in grado di gareggiare con quelle di OpenAI, ma la decisione da parte di quest’ultima di mettere online dei bot con cui interagire con la sua intelligenza artificiale, unita all’enorme successo di pubblico, ha messo tutto in prospettiva. Oggi anche Google – l’invincibile – è costretta a inseguire, attività a cui non è abituata granché.

I risultati di questo affanno si sono visti lo scorso mercoledì, durante la presentazione di Bard, la risposta di Google al nuovo Bing con IA, durante la quale l’intelligenza artificiale ha dato una risposta contenente un errore fattuale rispondendo a una domanda sul James Webb Space Telescope. La svista, prontamente segnalata online da molti spettatori e utenti, ha fatto perdere il sette per cento del valore del gruppo in borsa, una perdita calcolata attorno ai cento miliardi di dollari.

Oltre all’odore di banconote bruciate, Google si deve ora preoccupare di avere in qualche modo rinforzato i dubbi e sospetti che circolano da qualche settimana attorno alle sue capacità in fatto di intelligenza artificiale. Si tratta di percezioni, voci di corridoio, ma si sa come queste malelingue possono influenzare la realtà e aiutare la concorrenza.

L’erroraccio di Google ha fatto molto più rumore delle molte imprecisioni (e altrettante castronerie) sfornati da ChatGPT, a cui però si è guardato con maggiore clemenza: del resto, è un servizio creato da OpenAI, un vascello corsaro contro i giganti del web. Forse, ora che il legame tra la società e Microsoft si è fatto più ufficiale, le cose cambieranno. Nel frattempo, è comunque Google a soffrire. Certo, mai quanto rode a Meta, altra azienda che da tempo investe nel settore e negli anni scorsi ha anche messo online bot animati da intelligenza artificiale che però non hanno avuto nemmeno una frazione del successo goduto da ChatGPT.

È iniziata la guerra delle intelligenze artificiali. E, per la prima volta da molti, molti anni, Google non è data in vantaggio.

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