Vox populi, vox deiL’accusa di Calenda e i rischi di una democrazia che compiace i cittadini

Secondo il leader del Terzo Polo, il successo alle elezioni non è garanzia di serietà e utilità. Ha ragione, soprattutto in questo paese dove trionfano i populisti che promettono facili soluzioni e si fa una fatica terribile a rendere popolari le riforme da fare

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Ci possono essere varie ragioni per criticare l’uscita post-elettorale di Calenda sugli elettori che avrebbero sbagliato a votare per tifoseria e appartenenza, rifiutando di prendere atto della catastrofe di Attilio Fontana sul Covid. Però, tra queste ragioni – diciamo: di prudenza e di opportunità – non c’è di certo quella per cui gli elettori, come i clienti, hanno sempre ragione o che occorra farsi guidare dagli scrutini elettorali come da una sorta di stella cometa, per giungere all’epifania democratica del vero interesse generale.

Ciò non vuol dire ovviamente che l’insuccesso elettorale non costituisca, di per sé, un fallimento, come lo stesso Calenda ha ammesso nel suo intervento di ieri sul Corriere della Sera. Vuol dire – e dovrebbe essere pacifico in un Paese che avesse un’idea della democrazia adulta e quindi diversa da quella dell’universalizzazione politica del principio Vox populi, vox dei – che il successo elettorale non prova nulla dell’effettiva serietà e utilità delle proposte plebiscitate dal popolo.

Vuol dire, ancora più radicalmente, che le elezioni sono una misura di qualcosa che è molto diverso (direi: per fortuna) da una verità, perché i seggi non sono il laboratorio di un esperimento in grado di dimostrare scientificamente la fondatezza dell’ipotesi formulata dal vincitore (per fare un esempio: che solo la decrescita del Prodotto interno lordo porti a ridurre le disuguaglianze sociali e l’inquinamento ambientale) o, addirittura, di confermare l’esistenza di un qualche mistero della storia, di cui il vincitore rivendica il disvelamento (se pure vince chi crede al Piano Kalergy, non è la diffusione di questa credenza razzista sulla sostituzione etnica dell’uomo bianco a renderla vera e giusta, da farlocca e ignobile che è).

In politica il successo dell’errore o del falso è sempre una delle possibilità in campo e sarebbe astratto pensare di neutralizzare questo rischio provando forzosamente ad adeguare la partecipazione democratica a un paradigma scientifico. Non solo perché nel mercato politico, come in quello economico, nessun operatore è del tutto razionale, ma soprattutto perché la politica è, in primo luogo, una disciplina morale in cui i giudizi di valore, che presiedono alla relazione tra mezzi scarsi e desideri potenzialmente illimitati, non sono direttamente desumibili da verità di fatto scientificamente dimostrate. Esattamente come accade in medicina, dove ad esempio non sono gli infettivologi – cioè non è “la scienza” – a potere stabilire l’ordine di priorità nel diritto di accesso ai vaccini.

Nondimeno, anche affermazioni per definizioni non scientifiche – come quelle che riguardano valori e diritti – possono, anzi devono essere affrontate in modo razionale ed è esattamente questo il punto in cui il processo democratico rischia di deragliare nel vaneggiamento ideologico, o, più pericolosamente, nell’illusionismo e nell’impostura. E questo il punto che solleva Calenda e non è certo il primo, essendo preceduto da secoli di letteratura politologica, come fanno finta di non sapere – o magari davvero non sanno – i censori della “superbia” calendiana.

Detto in altri termini, è nell’etica del discorso politico che le questioni di verità – nel senso della giustificazione razionale delle scelte nel rapporto tra gli scopi dichiarati e gli effetti conseguiti, non del rivendicato possesso del “senso della storia” – acquistano una assoluta centralità e una forza dirimente.

La storia della democrazia liberale degli ultimi due secoli – di cui la legge di Hume sulle relazioni tra giudizi di fatto e di valore, prima brevemente ricordata, è una condizione di metodo – è indissolubilmente legata all’accettazione del presupposto non scientifico delle scelte politiche e insieme della necessità di un approccio razionale nel giudizio sulle loro conseguenze.

Al contrario, la storia di tutte le utopie e distopie alternative alla democrazia liberale – reazionarie o rivoluzionarie che siano – è fondata esattamente sul contrario, cioè sulla pretesa di un fondamento scientifico o provvidenziale dell’azione politica e sul rifiuto di ammetterne gli esiti fallimentari. Fuori dalla democrazia liberale, i conti sono sempre e programmaticamente truccati.

Hegel è il filosofo preferito dai bari. La miseria storicista giustamente smascherata da Popper consiste proprio in questo viluppo inestricabile di enfasi profetica e di mistificazione pratica. Se tutto ciò che è reale è razionale – cioè giusto e santo secondo le leggi stesse della storia – tutto ciò che dimostra i limiti e le incongruenze della dottrina storicista non può essere reale. Due più due non può fare quattro, se deve fare tre o cinque.

La novità, anche se non proprio di novità si può parlare, è che questo meccanismo di alienazione morale e cognitiva del popolo, come instrumentum regni e principio di autogiustificazione del potere, non appartiene solo al repertorio politico delle autocrazie o delle tirannidi, ma dilaga in modo sempre più epidemico nelle democrazie, a partire dalle più antiche. La Brexit e il trumpismo sono due esempi di false verità a un tempo di incredibile successo e di manifesta infondatezza. Ma non sono stati semplicemente due errori, bensì due prodotti politici congegnati con forme di persuasione mutuate dall’armamentario della propaganda fascista e comunista (teoria del complotto, ideologia del nemico, ossessione del tradimento).

In Italia si può dire che la diffusione di una psicagogia imbrogliona in ambito politico ha anticipato di molto la stagione populista e sovranista e ha accompagnato l’ultima fase della stagione partitocratica e gran parte di quella secondo-repubblicana, con le piccole parentesi, in genere emergenziali, in coincidenza di crisi sistemiche potenzialmente esiziali. La stagione sovranista e populista sta proseguendo e aggravando la stessa dinamica che ha portato democraticamente l’Italia, dall’inizio della stagione dell’unità nazionale, a rovinarsi con politiche dissennate sul debito e sulle pensioni, che a quanto pare – malgrado i disastri e le conseguenze – rimangono un pensiero condiviso della nostra democrazia derelitta. Infatti la gran parte degli italiani continua a pensare che il debito pubblico sia solo un artificio contabile e che se gli anziani andassero in pensione prima, i giovani troverebbero più facilmente lavoro. Hanno democraticamente ragione, ma hanno praticamente torto.

Che dunque le sorti dell’Italia si giochino attorno al problema della riabilitazione razionale dei processi democratici – che è ciò che Calenda traduce con il «rendere popolari le cose giuste» – è tragicamente vero. Rimaniamo il Paese in cui il buon senso, anche in interiore homine, se ne sta nascosto per paura del senso comune e per cui si crede per dimostrato che la peste sia colpa degli untori e la carestia dei fornai.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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