Élite inquinante La tassa climatica internazionale è la “patrimoniale” di cui il mondo ha bisogno?

Bisogna smettere di affrontare l’emergenza ambientale solo in base alla geografia: una delle discriminanti più importanti è la classe sociale. I Paesi in via di sviluppo dovranno anche riformare i loro sistemi fiscali nazionali, così da ridistribuire fondi maggiori “attingendo” dai ricchi

«Quella tassa sul clima che noi non correremo, di sicuro, il rischio di pagare» titolava con lampante ironia qualche giorno addietro GreenMe riferendosi alla proposta avanzata da Lucas Chancel e Thomas Piketty, gli economisti che con il gruppo di ricercatori del World inequality laboratory sostengono la creazione di una tassa climatica internazionale sui più grandi patrimoni del Pianeta, finalizzata al finanziamento di un fondo globale per il clima. 

Questa proposta è una sorta di patrimoniale che impatterebbe sullo 0,001 per cento della popolazione adulta mondiale, cioè su quelle 65.130 persone che hanno un patrimonio netto di oltre cento milioni di dollari, cioè sul «gruppo relativamente piccolo» – è così che vengono definiti i super patrimonializzati – di persone ricche che contribuisce in modo sproporzionato alle emissioni di anidride carbonica.

La proposta di patrimoniale arriva unitamente alla “scoperta” che comprova inequivocabilmente il crescente divario tra l’élite inquinante composta dai ricchi di tutto il mondo e le emissioni relativamente basse attribuibili al resto della popolazione. In pratica, è provato che la differenza tra le emissioni di carbonio tra ricchi e poveri all’interno di un singolo Paese è superiore alle differenze tra interi Stati. 

Nel rapporto intitolato Climate Inequality Report 2023, gli economisti del World inequality lab hanno dunque rilevato che i modelli di consumo e d’investimento di questo gruppo ristretto della popolazione contribuiscono – direttamente o indirettamente – in modo sproporzionato alla produzione di gas a effetto serra. Mentre le disuguaglianze nelle emissioni tra Paesi rimangono considerevoli, la disuguaglianza complessiva nelle emissioni globali è ora spiegata principalmente dalle disparità all’interno dei Paesi in riferimento ad alcuni indicatori. In buona sostanza, il rapporto ci dice che l’errore risiede nel continuare ad affrontare il tema climatico in base alla geografia, quando invece la discriminante è la classe sociale.

I ricercatori hanno anche rilevato che, sebbene gli aiuti per il clima (Loss and damage) siano un obiettivo chiave – tra l’altro siglato durante i recenti negoziati della Cop27 – non saranno sufficienti. I Paesi in via di sviluppo dovranno anche riformare i loro sistemi fiscali nazionali per ridistribuire fondi maggiori attingendo dai ricchi.

Siamo di fronte a un rapporto molto critico, che vuole sottolineare ancora una volta – perché evidentemente ve n’è ancora bisogno – la necessità di una giusta transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio che rifletta le diverse responsabilità di chi e cosa hanno causato la crisi climatica (e le diverse capacità di contribuire ad affrontarla). In altri termini, il dieci per cento della popolazione non solo è causa del cinquanta per cento delle emissioni, ma è anche quello che ha più mezzi per trovare la soluzione del problema. Insomma, non c’è altra via che una tassazione progressiva più aggressiva.

Secondo gli economisti del World inequality lab, il budget climatico da attaccare è quello del dieci per cento che consuma la metà dello spazio carbonico di tutti gli altri. Occorrono quindi politiche efficienti e ambiziose di redistribuzione del reddito; tasse più alte sui patrimoni e sulle rendite; profonde trasformazioni dei regimi fiscali nazionali e internazionali. Un’imposta dell’1,5 per cento sui patrimoni sopra i cento milioni di dollari basterebbe a finanziare tutti gli sforzi di adattamento nei Paesi più colpiti dagli effetti della crisi climatica. 

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