La riforma in consiglio dei ministriL’autonomia differenziata di Calderoli e i rischi per la scuola italiana

Il disegno di legge leghista in dieci articoli vuole semplificare la distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni, che possono chiedere per sé la gestione di diverse politiche pubbliche, dall’ambiente all’istruzione. La sociologa Chiara Saraceno parla del pericolo per le scuole: così si rischia di peggiorare le forti disuguaglianze che già esistono

(La Presse)

Una riforma destinata a «spaccare il Paese», secondo le opposizioni. Una soluzione per «tagliare gli sprechi» e valorizzare i territori, secondo il governo. L’autonomia differenziata, storico cavallo di battaglia della Lega, arriva in Consiglio dei ministri. Il disegno di legge proposto dal ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli, in dieci articoli mira a semplificare le procedure per una distribuzione delle competenze che meglio si conformi ai principi di sussidiarietà e differenziazione.

Il testo all’articolo 2 si limita a dire che «l’atto o gli atti d’iniziativa di ciascuna Regione possono riguardare una o più materie o ambiti di materie». Dalla tutela dell’ambiente alla salute, dalle infrastrutture alle scuole, le richieste possono quindi riguardare pressoché tutte le politiche pubbliche. L’attribuzione di funzioni è subordinata alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni («Lep»), che garantiscano i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale. Ma la questione sta sollevando l’opposizione di molti sindaci e governatori del Sud Italia. E una delle principali preoccupazioni riguarda la scuola.

La sociologa Chiara Saraceno sulla Stampa ricorda che «nei decenni trascorsi dalla riforma costituzionale che ha introdotto l’autonomia regionale non si è ancora riusciti a definire i Lep, ovvero i livelli essenziali delle prestazioni a garanzia di una cittadinanza comune, mentre la litigiosità sui rispettivi poteri di stato e regioni è cresciuta senza alcun vantaggio per i cittadini». Il disegno di legge Calderoli, secondo Saraceno, «moltiplicherà ulteriormente questa differenziazione senza principi, istituzionalizzandola, senza neppure passare dal Parlamento. Tra le vittime ci sarà la scuola e il suo compito costituzionale di formazione dei cittadini e di rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della personalità».

Secondo Saraceno, «non è infatti possibile lasciare l’attuazione del compito costituzionale della scuola alle diverse disponibilità e scelte locali, come avverrebbe se si desse corso all’autonomia differenziata, sia che questa includa il governo della scuola, sia che non la includa, ma incida comunque sulle risorse disponibili. Già ora, ed è un vero e proprio vulnus alla Costituzione, esiste una differenziazione ingiusta delle risorse educative pubbliche offerte sul territorio nazionale, non solo tra regioni, ma anche all’interno delle stesse regioni e città: nidi, scuole per l‘infanzia, tempo pieno nella scuola dell’obbligo, disponibilità di palestre e laboratori, effettiva disponibilità di scelta tra più indirizzi di scuola secondaria di secondo grado, differiscono a seconda di dove si vive e cresce. E spesso queste differenze si sovrappongono alle diseguaglianze sociali e di contesto, invece di compensarle».

Il rischio dell’autonomia differenziata «è che queste diseguaglianze aumenteranno a livello inter-regionale, tanto più se, come chiedono Lombardia e Veneto, anche la scuola diventerà di competenza regionale». Come ha osservato la rete EducAzioni, la realizzazione di un sistema scolastico differenziato, infatti, andrebbe ad incidere sia sul versante dell’offerta formativa, inclusi i curricula, sia sulle risorse a disposizione delle scuole sia, soprattutto sul reclutamento, sulla formazione, sul contratto (e quindi anche sulla retribuzione) del personale scolastico, docenti in primis, sul finanziamento delle scuole paritarie.

Definire e garantire preliminarmente i Lep con le risorse finanziarie necessarie «è una premessa imprescindibile», dice Saraceno. «E non si può fare né a costo zero, né tantomeno, come richiedono Lombardia e Veneto, trasferendo risorse aggiuntive alle regioni ad autonomia differenziata. Ma non basta. Occorre investire per garantire ai luoghi e alle persone in situazione di svantaggio di essere effettivamente messe in condizione di sviluppare le proprie capacità. Il contrario dell’autonomia differenziata così come va disegnandosi».

Il grande pericolo che in molti vedono nel progetto del governo è un ulteriore ampliamento dei divari territoriali – tra Nord e Sud ma anche tra aree interne e centri urbani – già oggi molto marcati. Secondo l’ultimo rapporto di Save The Children, a fronte di una dispersione scolastica nazionale media del 12,7%, la Sicilia raggiunge il 21,1% e la Puglia il 17,6%, mentre in Lombardia è all’11,3%, vicino all’obiettivo europeo del 9% entro il 2030.

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