Il Carroccio davanti ai buoiLa fluida, complessa e frettolosa campagna elettorale della Lega in Lombardia

Tra fronde, ribelli, fughe in avanti e retromarce i dirigenti leghisti hanno aiutato più i fuoriusciti che il loro partito, nel tentativo disperato di salvare qualche seggio dalla probabile ondata di nuovi consiglieri di Fratelli d’Italia

Francesco Ungaro / Pexels

Dopo che il Comitato Nord si è inabissato – in seguito a una serie di veti incrociati, frizioni e fughe in avanti che hanno impedito alla fronda leghista di avere una lista elettorale e permesso a Salvini di mostrarsi più forte di quanto sia realmente – la campagna elettorale della Lega che sta per chiudersi è stata fatta all’insegna della fluidità dei leghisti che hanno giocato nella squadra avversaria per sostenere i fuoriusciti.

Una campagna fatta in sordina con il presidente uscente, Attilio Fontana, che si è sempre sottratto ai confronti con gli avversari per non essere messo in difficoltà. E si è mostrato spesso teso, stremato dai contrasti interni alla sua coalizione e dalle pretese da Fratelli d’Italia che, in caso di vittoria del centrodestra, vogliono i posti chiave nella prossima giunta e pretendono lo spoil system anche nella macchina istituzionale. Una campagna elettorale complessa e difficile al punto che in alcune province è stato complicato trovare candidati disposti a correre per perdere l’agognato scranno. 

Una corsa caratterizzata anche da una forte competizione fra consiglieri uscenti e ricandidati e assessori che non potranno più ricoprire ruoli chiave perché saranno sostituiti dagli aspiranti di Fratelli d’Italia. E con il paradosso, ci hanno fatto notare, di consiglieri regionali che potrebbero essere rieletti e non rispondono a Salvini, come Silvia Scurati e Jari Colla per fare qualche nome (si stima che dovrebbero essere solo 12 quelli che potrebbero farcela). 

Comunque vada a finire, la cifra di questa modesta ma tormentata campagna elettorale della Lega è la fluidità di leghisti che, pur facendo parte della Lega di Salvini, si sono prodigati per far vincere i fuoriusciti. Come Gianmarco Senna, chiamato da tutti Giamma, che ha un consenso trasversale e personale che gli ha permesso di lasciare la Lega, dopo tanti rovelli, e candidarsi con il Terzo Polo. 

Un leghista anomalo che all’ampolla del Dio Po preferiva l’Harley Davidson con sella pitonata e mercoledì scorso ha riunito i suoi sostenitori per la chiusura della sua campagna al Bobino di Porta Genova: mecca di quanti alla politica preferiscono il design e il fuorisalone. In ticket con Lucia Caridi, un passaggio nel Partito democratico di San Donato dove si sentiva a disagio, coordinatrice provinciale di Italia Viva, la strana coppia – così si definiscono con ironia – ha aggregato al Bobino una folla festante, fra motti elettorali, brindisi e gag. Presenti gli amici di una vita, leghisti disillusi, piddini renziani, alcuni di area Forza Italia, sostenitori del Terzo Polo, imprenditori e anche la presidente milanese del Movimento italiano casalinghe, Camilla Occhionorelli. 

Diversa l’atmosfera per la chiusura della campagna di Laura Molteni, già deputata e vicepresidente del Consiglio comunale, che invece ha lasciato la Lega per Fratelli d’Italia poco prima della presentazione delle liste elettorali. In un locale vicino alla Fondazione Prada ha aggregato tanti leghisti traditi disposti a fare il salto della quaglia ed entrare nel partito di Giorgia Meloni. Presenti la presidente dell’associazione Bambini Strappati, Sara De Ceglia, e Rodolfo Lais, che si batte per i diritti dei padri separati e anche un gruppo di giovani – felpe e cappuccio in testa – che nella loro chat hanno un motto di mussoliniana memoria «Lavoratore, ricorda che anche tu sei soldato, ché il tuo lavoro è la tua trincea».

Fluida e complessa anche la campagna di Davide Boni, che si è candidato nella lista civica di Letizia Moratti. Storico dirigente della Lega, è stato presidente del Consiglio regionale lombardo dopo essere stato eletto alle elezioni regionali del 2010 con 13.213 preferenze. E anche lui che ha lasciato la Lega per entrare in Grande Nord, ha potuto contare sul sostegno di leghisti che, pur essendo militanti della Lega di Salvini, lo hanno aiutato per affetto e per smania di rivalsa nei confronti di Salvini. «Purtroppo la campagna elettorale è stata volutamente anticipata e troppo corta per permettere agli avversari della giunta uscente di poter spiegare a tante persone la propria visione della Lombardia», ci ha detto. 

Il motto di Davide Boni, pensato per entrare facilmente nella testa delle persone è «Votate bene, votate Boni». E il suo appello al voto, altrettanto chiaro: «Il 12 e 13 febbraio uscite di casa e mandiamoli a casa». A differenza di altri ex leghisti candidati con la Moratti, Boni ha puntato molto sull’autonomia e su questo tema ha polemizzato con Carlo Calenda, arrivando a dirgli: «Se non hai ancora letto il programma della coalizione, ti faccio un disegno». 

Tre candidati diversi che hanno voltato le spalle alla Lega di Salvini e nelle loro campagne elettorali hanno avuto il sostegno di tanti leghisti che – dopo l’implosione del Comitato Nord che ha lasciato senza parole anche l’anziano Capo, l’Umberto- rimasti orfani di un progetto politico, privati di una fronda organizzata, sono diventati erranti e itineranti per dare il loro supporto ai fuoriusciti. Ora tutto dipenderà da quanto sarà risicato il consenso della Lega in Lombardia o se manterrà le percentuali, per quanto basse, ottenute alle elezioni politiche, ma una cosa è certa. 

Questa frettolosa campagna, una corsa contro il tempo, è stata davvero fluida. Al punto che i leghisti che abbiamo incontrato, candidati o supporter che fossero, non hanno neanche inarcato le sopracciglia davanti all’approvazione del disegno di legge sull’autonomia differenziata perché lo considerano un bluff.

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