Recovery MeloniL’Italia potrebbe avere tre anni in più di tempo per realizzare alcuni progetti del Pnrr

Il «trucco» ideato dal governo italiano, che prevede di trasferire una serie di investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza sotto il cappello della Coesione, si può fare. A patto che «si rispettino alcuni vincoli». Le richieste di modifica però dovranno essere giustificate da «circostanze oggettive» tali da rendere impossibile la realizzazione entro il 2026

Tre anni di tempo in più per realizzare quei progetti del Pnrr che non potranno essere completati entro il 2026, data limite entro la quale bisogna «tassativamente» spendere tutti i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Secondo autorevoli fonti della Commissione europea, citate dalla Stampa, il «trucco» ideato dal governo italiano – che prevede di trasferire una serie di investimenti del Pnrr sotto il cappello della Coesione – «si può fare». A patto che «si rispettino alcuni vincoli», tra cui la chiave di ripartizione delle risorse tra le regioni italiane e l’obbligo di cofinanziare quei progetti con una quota di fondi nazionali.

Le richieste di modifica dovranno essere giustificate da «circostanze oggettive» tali da rendere impossibile la realizzazione dei progetti entro il 2026. Ad esempio, «la carenza di materie prime». In quel caso, gli Stati potranno chiedere di usare i fondi del Pnrr per fare altri investimenti (da chiudere entro il 2026) e al tempo stesso di finanziare la realizzazione di quei progetti con le risorse destinate alla politica di coesione (che possono essere spese fino al 2029).

Nel farlo, però, non bisognerà alterare la distribuzione delle risorse tra le regioni e questo vuol dire che sarà più facile spostare progetti relativi a investimenti nel Sud Italia, che riceve più fondi dalla coesione. Non solo. Bisognerà anche rispettare le regole relative al cofinanziamento: i progetti del Pnrr, in caso di passaggio sotto il cappello della coesione, dovranno essere parzialmente finanziati con risorse nazionali. Almeno il 15% per le regioni meno sviluppate, 40% per quelle in transizione e 60% per quelle più sviluppate.

Ieri il Consiglio europeo ha dato il via libera definitivo al regolamento del RePowerEU, che mette a disposizione ulteriori risorse per aggiungere al Pnrr un capitolo dedicato alla sicurezza e all’autonomia energetica. È il tassello che mancava per spianare la strada alla revisione dei Recovery Plan nazionali. Nel regolamento si legge che la Commissione «incoraggia» gli Stati a presentare i piani rivisti, completi di RePowerEU, «entro il 30 aprile». Ma non si tratta di una scadenza giuridicamente vincolante.

Una volta presentati alla Commissione, i piani dovranno essere esaminati. Potrebbero servire circa tre mesi. Ma entro il 31 dicembre 2023 – e questa è una scadenza vincolante – bisognerà impegnare tutte le risorse: il 100% dei prestiti e il restante 30% delle sovvenzioni. Il tempo, insomma, stringe. Entro la fine dell’anno l’Italia dovrà anche spendere tutti i fondi di coesione del precedente quadro finanziario pluriennale (2014-2020): si tratta di progetti dal valore di 29,9 miliardi di euro, di cui 19,9 miliardi finanziati dal bilancio Ue. Diversamente andranno persi. L’Italia potrà utilizzare una piccola parte di questi fondi (circa 3,5 miliardi) per finanziare interventi nel quadro di RePowerEU che serviranno a sostenere le famiglie e le piccole-medie imprese ad affrontare il caro-energia.

Dei 20 miliardi di sovvenzioni aggiuntive che saranno ridistribuite con RePowerEU, l’Italia ha diritto a 2,76 miliardi. Ci sono poi a disposizione più di 225 miliardi di prestiti inutilizzati del Next Generation EU dai quali attingere, ma il governo – se interessato – dovrà mettersi in coda e sperare che gli altri Paesi rinuncino (la Spagna chiederà 84 miliardi). L’Italia ha già esaurito la sua quota di prestiti a tassi agevolati e potrà richiederne di ulteriori solo se avanzeranno.

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