La Grande RivalsaLa peggio gioventù e la sindrome post missina dei Meloni boys

Se la ragione dell’offensiva contro l’opposizione affonda le radici nella psicologia, allora tutto è possibile. Un «riflesso pavloviano» ha portato Donzelli a insinuare il sospetto che il Pd sposasse la causa dei “terroristi”, e per la proprietà transitiva, visto che Cospito aveva parlato con alcuni mafiosi, addirittura della mafia

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Perché Giorgia Meloni ha rilanciato l’accusa di Giovanni Donzelli al Pd di ambiguità con gli anarchici e la mafia? Questo infatti è il succo della sua lettera al Corriere della Sera, seppur condita dallo scontato invito a raffreddare il clima (ci mancherebbe pure che un presidente del Consiglio esortasse a un livello più alto di scontro). Il più plausibile titolo della missiva della premier dovrebbe essere «Stavolta attacchiamo noi». Proprio così, Giorgia Meloni si è posta alla testa dell’attacco all’opposizione su un terreno delicato come il comportamento dinanzi alla criminalità. E il segnale è stato subito colto dai giornali meloniani. «Cospito leader dell’opposizione», scrive Il Giornale.

La presidente del Consiglio dunque non solo non ha sedato gli animi, ma li ha ulteriormente esacerbati. Di che si lamenta il Pd? E allora quando insultavano me? È il vittimismo come arma della Grande Rivalsa. La spiegazione secondo la quale i “bravi ragazzi” di Fratelli d’Italia, con la copertura della premier, abbiano montato questa cagnara per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle insufficienze nell’azione di governo regge ma fino a un certo punto. Più probabile che dietro l’inaudita offensiva contro il Pd si nasconda una ragione psicologica e per così dire storica.

Dinanzi a un accostamento fisico dei deputati Dem all’ergastolano anarchico Cospito con la famosa visita nel carcere di Sassari del 12 gennaio è scattato nei dirigenti di Fratelli d’Italia «un riflesso pavloviano», come ha detto un’osservatrice che conosce benissimo la destra italiana e i suoi tic, Flavia Perina, che ha portato uno dei più rampanti, Giovanni Donzelli, a insinuare il sospetto che i “comunisti” (cioè il Pd) sposassero la causa dei “terroristi”, e per la proprietà transitiva, visto che Cospito aveva parlato con alcuni mafiosi, addirittura della mafia.

Il senatore Alberto Balboni, sempre di Fratelli d’Italia, non ha insinuato ma ha proprio urlato: «Il Pd apre una voragine alla mafia». E in tv (Coffee break, La7) citando en passant la frase sui “compagni che sbagliano” degli anni Settanta ha ricordato: «Anche quella volta cominciò così…». Per farla breve, in cuor loro gli eredi del Movimento sociale italiano sono convinti che “la sinistra”, cioè “i comunisti”, cioè il Pd, pur non essendo certo terroristi, sono caso mai indulgenti nel sottovalutare l’“attacco allo Stato” (bah!) e – ecco il punto politico – pronti a fomentare o almeno a utilizzare l’estremismo violento contro il nuovo governo guidato per la prima volta da loro.

In questa sede non importa tanto ribattere che si tratta di un ragionamento che fattualmente non sta in piedi, ma piuttosto di tentare di indicare il presupposto psicologico di questa teoria: che sta nello spirito di rivalsa tipico di chi è stato, o si è sentito, emarginato per decenni, offeso, inseguito non solo metaforicamente, marginalizzato nei licei, nelle università, nei giornali, ricacciato in antri metropolitani che loro chiamavano “sezioni” e tutti gli altri “covi”, silenziati nelle assemblee, culturalmente incerti e comunque surclassati dalla cultura “degli altri”, ridotti ad amare palestre e spranghe e vesponi truccati e giubbetti di camoscio. Degli “inetti” in senso sveviano, espulsi dalla Storia proprio loro che della Storia facevano l’Idea del “mondo come rappresentazione”.

«Il ricordo di tutte le offese ricevute in vita sua lo gonfiava di rabbia…», dice Joyce di un personaggio di “Gente di Dublino”: ecco, la rabbia che abbiamo visto negli sguardi inferociti dei “bravi ragazzi” di FdI sono il portato di quella mai sopita frustrazione. Dunque, ora basta. Massimo Giannini ha pronunciato una espressione forse non politicamente corretta ma che riassume il tutto: questi dirigenti di Fratelli d’Italia si sentono «usciti dalle fogne» (era la brutta frase usata dagli antifascisti) e adesso rendono pan per focaccia.

Con il vittimismo, più spesso; con l’ostentazione di una superiore, o perlomeno pari, dignità culturale; con l’occupazione di gangli dello Stato e dell’amministrazione; infine – è la storia di questi giorni – mettendo i “comunisti” sul banco degli imputati della Storia, quel banco sul quale il popolo italiano a più riprese aveva innalzato proprio loro. Tutto questo è il segno di una regressione di decenni che evidentemente la lunga iniziativa di Gianfranco Fini aveva seppellito sotto uno strato di polvere troppo sottile perché non riemergesse appena preso il potere (perché certi atteggiamenti di Donzelli a Delmastro ricordano – non si offendano – quelli di certi squadristi diventati negli anni Venti del secolo scorso sottosegretari e deputati, quelli sì avevano preso il potere). E il fatto più grave è che con la lettera al Corriere della Sera e anche con i toni del comizio, Giorgia Meloni è tornata a essere una di loro: non l’apprendista statista che stringe mani a Bruxelles ma la “capa” dei post-missini, a momenti rinverdendo la vecchia doppiezza almirantiana tra manganello e doppiopetto.

Per questo sulla “donzelletta” – nel senso della “spalla” di Donzelli – bisogna forse rifare qualche conto, soprattutto chi pensava di poter aprire anche grazie a una presunta nuova destra una stagione diversa da quella del bipopulismo grillino-leghista. Se la ragione della offensiva contro l’opposizione affonda le radici nella psicologia della rivalsa, allora tutto è possibile, perché la psicologia in politica può fare danni incalcolabili. Se il passato con le sue ombre non è davvero passato, l’Italia è destinata a giorni difficili.

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