Paradossi giustizialistiNel Paese del mascariamento degli indagati, la coppia Donzelli-Delmastro può farla franca

Un’arte praticata indifferentemente a destra e a sinistra da molti anni, difficile stupirsi se un sottosegretario alla Giustizia e un vicepresidente del Copasir, suo coinquilino, usano i materiali dei cassetti ministeriali per attaccare l’opposizione

Unsplash

Alla fine toccò alla coppia politica di fatto Donzelli-Delmastro Delle Vedove finire in prima pagina con lo scandalo della settimana, che per alcuni è quello che hanno denunciato, e per altri la macchinazione ordita per consegnarlo, in confezione regalo, alla – con rispetto parlando – informazione parlamentare.

Secondo il ripetitivo copione della commedia politica all’italiana, quest’ennesimo episodio non potrà che finire, come gli altri, nell’eterno gioco delle parti degli inquisitori e inquisiti fungibili, essendo il dossieraggio democratico il vero bene comune e bipartisan di tutti gli appassionati cultori della moralizzazione civile.

Tartufismo giuridico e teppismo mediatico rispetto all’uso pubblico dei materiali di indagine, d’altra parte, sono da decenni, a destra come a sinistra, le due facce della stessa medaglia, le due divise, togata e scamiciata, dell’intercettateli tutti come ideologia della nazione e della diffusione teleguidata delle spiate e dei pizzini di fonte giudiziaria o investigativa come surrogato dell’inchiesta giornalistica e della lotta politica.

Abbiamo visto per decenni magistrati di prima linea invocare il diritto/dovere di pre-sputtanamento degli indagati come necessario corollario giornalistico del controllo di legalità rivendicato dalle Procure. Non ci possiamo stupire che un sottosegretario alla Giustizia e il coinquilino suo, vicepresidente del Copasir, usino i materiali disponibili nei cassetti ministeriali per sputtanare l’odiata sinistra, che fa lo stesso da trent’anni contro l’odiato Berlusconi, che appena può fa uguale contro gli odiati comunisti (si ricordi l’indimenticabile: «Abbiamo una banca?»).

La verità è che in Italia sono pochissimi, laterali e irrilevanti, nella politica come nell’informazione, quelli che ritengono che lo scandalo sia proprio l’essere diventati, grazie a tutto questo, la Repubblica degli scandali e del pecorellismo (da Mino Pecorelli, a scanso di equivoci) mediatico-giudiziario.

Questa vicenda, inoltre, come molte altre in passato, illumina uno dei paradossi più perniciosi del teorema giustizialista, che fondandosi sull’assunto che tutto ciò che è «male» deve essere reato, visto che il diritto penale – così ci è stato insegnato – è l’unico vero presidio di moralità pubblica e l’unico vero argine alla barbarie politica e civile, allora autorizza la riabilitazione civile di chiunque, per il solo fatto di non essere inciampato in un illecito penale, non può che avere fatto del bene.

Se i materiali volantinati dai due pretoriani di Meloni non erano coperti dal segreto investigativo e, tanto meno, da quello di Stato, se erano semplicemente riservati e a “limitata diffusione” e quindi il volantinaggio non merita l’interessamento di un pm e la pronuncia di un giudice, allora che male c’è?

Anzi, visto che questa «sgrammaticatura istituzionale» (termine di rara e curiale scemenza) è servita a illuminare le sordide conversazioni anarco-camorristiche tra Cospito e i suoi colleghi di 41-bis, perché non raccomandarla anche ad altri come esempio magari un po’ spigliato, ma virtuoso e commendevole, di servizio allo Stato?

Visto che siamo un Paese così disgraziato da pensare che Stato di diritto e sistema penale sostanzialmente coincidano e che siano i magistrati gli oracoli del vivere civile e le condanne e le assoluzioni a consegnare le patenti di nobiltà o di indegnità, allora a Donzelli e Delmastro diamo pure una medaglia. Ma ad appuntargliela sul petto virile siano i loro carissimi nemici della sinistra contro il bavaglio alla stampa e per il Grande Fratello democratico, che per decenni hanno riconosciuto in Travaglio non un compagno che sbagliava, ma che – lui sì, col compare suo ex togato e poi con l’ex comico digitale – c’azzeccava alla grande a dire che fanno tutti schifo e che ogni mezzo è buono per dimostrarlo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club