Le età di GuiaLa riscrittura di Dahl e quando occultai ai miei genitori la pornografia di buon livello

La decisione di edulcorare il linguaggio dello scrittore nasce in un clima culturale perbenista in cui le opere non sterilizzate vengono considerate offensive

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A diciassette anni comprai il mio primo libro in spagnolo. Fu costoso nonché macchinoso: mica c’era Amazon, e i libri in lingue forestiere dovevi ordinarli in libreria, e aspettare che arrivassero al libraio chissà dopo quanto tempo e chissà a che prezzo; ma riuscii a entrarne in possesso prima delle vacanze.

Era una scadenza fondamentale perché non volevo separarmi dal romanzo col quale per tutta la primavera mi ero chiusa in camera (e tutto il mondo fuori); ma andavo in vacanza coi miei genitori, e non volevo sapessero che il libro con il quale passavo le giornate era quello che Repubblica aveva recensito col titolo C’è una pornografia di buon livello.

Il mio spagnolo faceva persino più schifo di oggi, ma sapevo quel romanzo ormai talmente a memoria nell’edizione italiana che in spagnolo potevo andare in automatico come col latino delle preghiere domenicali: ancora oggi fatico a ordinare la paella, ma so che l’adulto Pablo faceva sentire la quindicenne (e poi non più quindicenne anagraficamente ma sempre quindicenne per lui) Lulù como un corderito blanco con un lazo rosa alrededor del cuello.

I miei non sapevano una parola di spagnolo, forse erano perfino compiaciuti che mi fossi portata un libro con cui approfondire la lingua in cui avevo pessimi voti a scuola, e tutto finì come finiva nel Novecento: con la figlia minorenne che si scopava amici di famiglia e i genitori lietamente inconsapevoli.

Se “Le età di Lulù” uscisse oggi, potrebbe andare in due modi: con gli adulti indignati (l’amico di famiglia maggiorenne che insidia la bambina, persino un incesto, anatema su di voi peccatori); o con gli adulti complici che ci tengono a far sapere ai puccettoni che approvano le loro pulsioni ormonali e vieni leggiamo insieme questa scena in cui Pablo depila la passera a Lulù.

In nessun caso, essendo noi – noi della mia età, noi che con tutta la pornografia di buon livello che abbiamo consumato mica lo so come siam diventati così scemi – i peggiori genitori della storia degli umani, potrebbe mai verificarsi l’ipotesi sana, cioè che gli adulti si facessero i fatti loro, che i puccettoni riuscissero a occultare un consumo alle grinfie dei loro invadenti genitori.

Se pensate che le trenta righe che avete appena letto non parlino di Roald Dahl, la vostra stolidità è seconda solo a quella di chi ora sta dicendo: ah, quindi “Le età di Lulù” è uno dei libri di Dahl che sono stati censurati. Se pensate che non ci sia niente di nuovo da dire sui libri di Dahl da cui sono stati tolti aggettivi come «grasso», forse sono d’accordo.

Sarebbe una novità solo dire che hanno fatto bene, gli eredi prima e poi Netflix, che si è comprata i diritti delle opere di Dahl, a intervenire sul testo: raramente un’opera censoria ha incontrato una così compatta disapprovazione. Persino Camilla Parker Bowles s’è messa a fare dichiarazioni sull’importanza della libertà d’espressione per gli scrittori (e anche per gli eredi al trono al telefono con le loro amanti).

Se i difensori delle opere d’arte fossero costantemente stati altrettanto zelanti negli ultimi cinque anni, avremmo potuto vedere Kevin Spacey interpretare Gore Vidal nel film (sempre di Netflix: è senz’altro una coincidenza) che è stato chiuso in un cassetto e mai distribuito non perché fosse considerata immorale l’opera ma perché era considerata immorale la vita dell’interprete fuori dall’interpretazione.

Non sto rimproverando coloro che si svegliano solo quando c’è di mezzo la Letteratura (ch’essi pronunziano maiuscolamente) per non aver vigilato, si badi bene: li sto rimproverando perché le parole di Dahl le hanno cambiate loro, loro che ne condannano fermamente il cambio, loro che come alchimisti pasticcioni creano brodi di coltura senza neppure avvedersene.

Netflix è una multinazionale, mica un mecenate: fornisce al mercato ciò che il mercato vuole. E, se voi create un umore collettivo in cui ogni «grasso» è un grido al bodyshaming e una lezioncina sull’importanza dell’accoglienza e l’abolizione dei sentimenti di disgusto e raccapriccio e anche semplice non gradimento, se voi convincete le multinazionali che non avranno il vostro soldino se osano mettere sul mercato opere non sterilizzate, quello che otterrete saranno opere sterilizzate. Anche quelle che davate per escluse dai dogmi morali perché, ehi, le maiuscole, la Letteratura.

La questione Dahl è naturalissima evoluzione di anni in cui la pretesa di esercitare un controllo sulle parole con cui dire la vita è passata da istanza di destra a istanza di sinistra. Noi siamo i buoni, si sono detti e si dicono ancora a sinistra, dicendo che sì, è sbagliato riscrivere Dahl, ma come si fa a rendere le opere non recenti fruibili da un bambino nero che ha diritto di non trovarci scritto «negro»?

Il bambino nero arriverà all’età adulta senza aver mai incontrato un «negro» in tutti i libri che la peggiore e più dannosa generazione di genitori di tutti i tempi gli ha lasciato sfogliare; senza sapere che la storia si è evoluta, che il linguaggio si è evoluto, che nei ridenti anni Sessanta gli Stati Uniti erano segregazionisti. Arriverà all’età adulta completamente ignorante e impreparato ad affrontare il mondo. In questo identico ai bambini bianchi cresciuti in questo tempo imbecille.

Per fortuna la pornografia ce l’hanno gratis sul telefono; purtroppo è assai probabile che i miei coetanei idioti la cronologia del telefono la controllino come i nostri genitori controllavano i diari col lucchetto. E poi, invece di metterli in castigo, pretenderanno di parlare di sesso: mia figlia è la mia migliore amica, pigoleranno le madri di future disadattate. Cosa potrà mai andar storto.

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