Cuore giallobluL’Ucraina sta vincendo la guerra grazie all’amore dei suoi uomini

Lo stress e la paura portati dal conflitto pesano sulla salute mentale della popolazione che da un anno si difende dagli attacchi russi. Lo psicoterapeuta Ihor Larin spiega che «l’unico modo per affrontare l’orrore dell’invasione è toccarlo con le proprie mani, entrarci dentro e non rimanere in disparte»

AP/Lapresse

La guerra è stress, la guerra porta problemi psicologici, la guerra affligge l’intera società ucraina. Ma è anche vero che la guerra è il modo attraverso cui una società può crescere, diventare più matura, moderna e forte.

Si avvicina il 24 febbraio, l’anniversario dell’invasione russa su vasta scala in Ucraina. Un anno segnato da bombardamenti, morte, disperazione, paura, odio ma anche amore. Stando agli ultimi sondaggi l’ottantacinque per cento degli ucraini è disposto a continuare a combattere a ogni costo. Com’è possibile? Come hanno fatto gli ucraini a non crollare mentalmente di fronte a un evento così tragico e sconvolgente? Come è cambiato il loro stato mentale dall’inizio dell’invasione?

Ihor Larin è uno psicoterapeuta ucraino, è originario di Odessa e ha diciotto anni di esperienza alle spalle. Dal 2016 tra i suoi pazienti ci sono anche i militari. Ora fa il volontario presso la clinica Feofania a Kyjiv nel reparto di riabilitazione per i militari. «Nei primi due mesi le persone erano afflitte dallo stato di shock, lo erano anche i militari: vedere aerei ed elicotteri in tv è ben diverso che vederli dalla propria finestra», dice Larin. «Distinguo due categorie di persone: nella prima, la maggioranza, ci sono coloro che sono riusciti ad accettare i fatti, hanno capito che nel breve la situazione non cambia e hanno trovato la forza di andare avanti. Sono delle persone che sapranno preservare la propria stabilità mentale anche quando sarà finita la guerra. La seconda categoria, invece, è di quelli che aspettano. Aspettano la vittoria e non fanno nulla. Sono coloro che non hanno saputo superare le nevrosi, l’ansia, l’irritazione e ora le riversano fuori. Purtroppo questa è la categoria che avrà maggiori problemi dal punto di vista psicologico. Per affrontare la guerra bisogna toccarla con le mani, entrarci dentro e non rimanere in disparte».

Nel 2005 l’Organizzazione mondiale della sanità affermava che il livello di depressione negli ucraini è oltre la media, nel 2014 questo dato è aumentato ulteriormente per ovvie ragioni. Come lei vede la situazione oggi?
Coloro che sono impegnati hanno da fare, non hanno modo di alimentare la depressione. Ovviamente parlo basandomi su quel che vedo, ma non lo percepisco nella società. È un periodo in cui ci si sente sempre un po’ depressi tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera anche in tempi di pace. Tuttavia non posso affermare che questa sia una tendenza generale.

Mi parli invece dei militari. Al fronte combattono non soltanto i militari professionisti ma anche dei volontari e i mobilitati che prima non erano in alcun modo legati all’arte militare? Riescono ad affrontare tutte le sfide psicologiche di questa guerra?
Da quando è iniziata l’invasione, ho portato la mia famiglia in salvo, prima a ovest, poi in Germania. Fino a giugno sono rimasto a Mykolaiv, prestando aiuto ai militari. Dopodiché sono stato chiamato dall’amministrazione della clinica Feofania a Kyjiv. La clinica ha un reparto dedicato completamente alla riabilitazione dei militari. Ha degli ottimi strumenti e professionisti di alto livello. Io ci lavoro su base volontaria. Mi occupo perlopiù dei feriti gravi o medio gravi e di coloro che hanno subito amputazioni avendo combattuto in prima linea. Direi che ho seguito lo sviluppo della guerra attraverso loro: arrivavano i soldati da Bucha, Lysychansk, Severodonetsk, Soledar, Bakhmut. Nel reparto ci sono sempre almeno cento soldati, ovviamente alcuni vengono dimessi, ma ne arrivano sempre altri. Lavoro con i disturbi da stress post-traumatico (Ptsd): di solito si manifesta sei mesi dopo la fine delle azioni belliche, ma per coloro che hanno avuto amputazioni, ad esempio, la guerra è già finita e il disturbo inizia a svilupparsi fin da subito, o quasi. I militari professionisti riescono ad affrontare meglio lo stress, inquadrano il servizio militare come un lavoro, per quanto insolito. Loro hanno maggiori probabilità di superare le difficoltà. Per quanto riguarda i volontari, i mobilitati, devo dire che molti di loro vanno in guerra per affermarsi come uomini ed in questo modo risolvono i propri problemi interiori. Eseguono molto bene i compiti assegnati. Tuttavia vedere la morte violenta del proprio compagno segna profondamente. La percentuale di Ptsd tra di loro è più alta rispetto ai soldati professionisti. Questa è una categoria a rischio.

I militari si rivolgono da soli allo specialista? Oppure c’è ancora riluttanza verso questo tipo di sostegno?
La fiducia verso questo tipo di terapia è aumentata molto, la parola psicologo non spaventa più, nella clinica nessuno si è mai rifiutato di parlare con me. E tra l’altro mi raccontano delle storie in cui i militari stessi ammettono davanti ai propri cari di aver bisogno d’aiuto, di non farcela da soli e di aver bisogno di uno specialista. La società è diventata più matura, più moderna. Sa, di recente, parlando con degli amici, abbiamo cercato di definire il nostro esercito. Abbiamo trovato due parole che lo rappresentano al meglio: amore e coraggio, quest’ultimo include la forza e l’audacia. Ecco l’esercito russo è forte, però gli manca l’amore. E quindi la formula non è completa. Sono come dei robot. Tuttavia l’amore non riguarda soltanto la tenerezza, la sincerità, la gioia. L’amore è anche rabbia. I nostri soldati, per quanto suoni strano, uccidono per amore, in nome dell’amore. Il nostro esercito combatte per difendersi.

L’Ucraina è pronta ad affrontare il numero tanto alto dei militari che necessitano di supporto?
In generale abbiamo molti specialisti qualificati e tanti ancora desiderosi di formarsi, fortemente motivati. Per quanto riguarda, invece, le strutture, i centri di riabilitazione, le onlus, i volontari – sono pochi. Erano sufficienti prima dell’invasione ma ora la portata è molto più vasta e profonda. Molti militari, purtroppo, rimangono scoperti.

Ci sono dei Paesi da cui esempio potremmo attingere per quanto riguarda la cura dei disturbi da stress?
Credo che dovremmo utilizzare ogni esperienza disponibile. Potremmo prendere molto dagli Stati Uniti e Israele, quest’ultimo credo sia più vicino a noi per il contesto e la mentalità. In quanto tutt’oggi il paese subisce degli attacchi. Non serve inventare la ruota, esistono già dei protocolli di gestione del Ptsd. Tuttavia dato il contesto, la portata della guerra, il fatto che accada sul nostro suolo e la mentalità dovremmo comunque elaborare i nostri strumenti per affrontare le sfide cui ci troviamo davanti.

Quanto tempo servirà agli ucraini per riprendersi e ritornare allo stato “normale” dopo la vittoria?
Io credo che, se non ci saranno interferenze né dall’interno né dall’esterno, agli ucraini ci vorrà un anno per ritornare alla “normalità”. Abbiamo degli specialisti e dei protocolli per gestire la situazione. Di fronte a tante notizie scoraggianti le sue parole rassicurano molto. Specialmente ciò che riguarda quanto sia cambiato l’atteggiamento degli ucraini verso gli strumenti di supporto. In realtà l’uomo ucraino è molto sensibile. Spesso non lo dimostra, non lo ammette. Ma noi stiamo vincendo perché i cuori dei nostri uomini portano tanto amore.

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