Belve dattilografeConcita De Gregorio e l’imbarazzo pubblico di incarnare il proprio cancro

Abbiamo letto articoli lucidissimi di chi notava che la giornalista di Repubblica aveva copiato il taglio di capelli della Meloni, e invece era una parrucca. Ora meglio telefonarle e parlarle, anziché della malattia, di “Cunk on Earth” e di quel genio che ha inviato la lettera mussoliniana

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È l’inverno del 2016, e il mio amico F., che sa che non guardo mai i siti italiani, mi manda delle istantanee di articoli a margine d’una conferenza stampa. La conferenza stampa è stata convocata per presentare Daria Bignardi come nuova direttrice di Rai 3. Gli articoli sono sulla scelta – sbarazzina e spregiudicata e sarcazzo – della Bignardi di tenere i capelli corti e grigi.

Il mio amico F., il cui mestiere è far quadrare i conti delle aziende e non osservare i dettagli e pensare a cosa scrivere, mi manda quei titoli e quelle foto chiedendomi: ma ha un cancro? Quella è una ricrescita da chemio, no?

Poiché sono sempre quella del dito e mai quella della luna, non penso: povera Daria. Penso: porelli, pensa come si vergogneranno di aver scritto queste stronzate quando verrà fuori la verità.

Ma poi invece no, perché gli esseri umani sono programmati per trovare scuse per sé stessi, sì vabbè avrà pure avuto il cancro ma io come facevo a saperlo, se non voleva commentassimo i suoi capelli poteva mettersi una parrucca, io commento quello che vedo. Eh, ma anche F. aveva commentato quello che vedeva. Dipende da quanti livelli vedi del linguaggio che hai di fronte, temo.

L’altro giorno mi sono arrivate delle note a un libro che sto scrivendo, e una di esse rimandava a un articolo di Concita De Gregorio. Alla sua rubrica su D, in cui aveva raccontato che non riesce a parlare dei libri perché non riesce a ricordarli, e che per non mi ricordo più che libro era uscita dalle coperte a cercare qualcosa con cui sottolinearlo per non perderne il ricordo.

Mi ha fatto molto ridere che mi segnalassero quella rubrica, avendola presa alla lettera, perché io leggendola avevo pensato: che paracula, ha fatto la rubrica per dire a tutti noi che elemosiniamo recensioni che ci recensirebbe tanto volentieri, ma purtroppo non riesce a ricordare quel che legge, trascende il suo controllo, mannaggia e mannaggetta.

La prima persona di cui mi sono preoccupata, quando Concita mi ha detto di avere un cancro, sono stata io. Ma come sarebbe agosto, ma come sarebbe ti sei operata, e io dov’ero, perché non mi hai detto niente. Non l’ho detto – persino il mio egocentrismo sa quando tacere – ma, mentre ancora eravamo al telefono, sono andata indietro nei messaggi, ho trovato quelli di agosto, ed erano pieni di indizi, pienissimi, e io non ne avevo colto neanche uno, non avevo schiacciato neanche una delle palle che mi aveva alzato. Ero stolida come quelli che facevano gli articoli sul look sbarazzino della Bignardi. Con tutto quello che hanno speso per farmi studiare.

(Lo so, dovrei dire «la signora De Gregorio», invece di fare quella che si prende confidenza sulla pubblica piazza. Abbiate pazienza: «Concita» è più corto, e poi ci conosciamo pure da quando avevamo l’età degli amorazzi e non quella delle cartelle cliniche, e insomma farebbe un po’ ridere se facessi la distaccata).

È l’autunno del 2017, Ronan Farrow sta intervistando le attrici che hanno storie di violenza e dintorni da raccontare a proposito di Weinstein. Mi colpisce l’intervista di Annabella Sciorra, che in tv era stata l’amante di Tony Soprano. A domanda sul perché non abbia parlato prima della violenza di Weinstein, dice: «Adesso, quando entrerò in un ristorante o a una festa, la gente saprà che mi è successa questa cosa. Mi guarderanno e sapranno. Sono una persona intensamente riservata, e questa è la cosa meno riservata che si possa fare».

Vorresti mai essere ridotta a incarnare il tuo stupro? Vorresti mai essere ridotta a incarnare il tuo cancro? Vorresti mai rischiare che, se autoscatti la chemio, poi per i lettori non sarai quello che scrivi ma quello che soffri?

Ieri mattina, quando sono uscite le anticipazioni della puntata di ieri sera di Belve, il posto scelto da Concita per dire al mondo che no, non ha copiato il taglio di capelli della Meloni come hanno scritto giornaliste lucidissime, ma ha una parrucca perché, insomma, le è capitato questo inconveniente, ieri una mia amica che conosce Concita ma non così bene mi ha raccontato il proprio imbarazzo.

Voleva scriverle un messaggio ma non sapeva se le facesse piacere, voleva dirle: sarai sommersa di messaggi – ma a che titolo il suo sarebbe dovuto essere non uno dei quattromila messaggi che la sommergevano. Ho pensato a tutti quelli che in questi mesi mi hanno chiesto: ma è vero che Concita sta male?, e neanche si sono offesi quando ho risposto «Fatti i cazzi tuoi», perché un altro ricatto della malattia è che persino i peggio pettegoli accettano di non sapere i dettagli morbosi.

Tra di loro, ho pensato in particolare a un comune amico che, dopo il primo «Fatti i cazzi tuoi», mi aveva ritelefonato dicendo che gli avevano fatto notare un dettaglio e aveva capito che era vero. Ammazza, ghepardo, hai notato che è una parrucca, dovrebbero farti scrivere di costume sulle prime pagine dei quotidiani.

Ho pensato che questa disattenzione per il secondo livello di lettura riguarda tutti: arrivi in uno studio televisivo senza tette, senza capelli – veramente pensiamo che nessun truccatore o parrucchiere o microfonista se ne accorga, o stanno solo zitti per pudore, per educazione, per non ridurti al tuo cancro?

Poi ho pensato che dovevo chiamare Concita. Per chiederle cosa pensasse della lettera mussoliniana di quel genio del purissimo presente, per dirle che avevo saputo che Tizia scopa con Caio, per ingiungerle di guardare Cunk on Earth. Certo non per essere così banali da parlare del cancro – ne parlano già tutti, che noia.

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