Crimini e cancellettiUn’intervista e una serie innocentiste, forse l’epoca del Metoo è finita

Il figlio di Mia Farrow dice al Guardian che Woody Allen non mise mai le mani addosso alla sorella. Il documentario Netflix su Strauss-Kahn descrive la vittima del presunto stupro come una mitomane. Che aspettano adesso a farci vedere il film con Kevin Spacey?

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All’inizio del MeToo, in una delle interviste fatte da Ronan Farrow per il New Yorker, un’attrice che raccontava un’aggressione subita da parte di Harvey Weinstein spiegò perfettamente perché il MeToo fosse un’idea stupidissima.

Lui chiese come mai lei non avesse raccontato per decenni quel che era successo, e lei disse una cosa di buonsenso: che, nel momento in cui avesse raccontato il suo trauma, sarebbe diventata il suo trauma.

È un concetto alieno a coloro che monetizzano l’identificazione col proprio trauma – sono sieropositivo, sono transessuale, sono bulimica: leggete il mio libro – ma è un incubo che le persone adulte possono capire.

«Adesso, quando entro in un ristorante o arrivo a una festa, la gente saprà che mi è capitato questo. Mi guarderanno e sapranno. Sono una persona fortemente riservata, e questa è la cosa meno riservata che si possa fare».

L’attrice è nata nel 1960, quando ha parlato con Farrow era un’adulta, e aveva probabilmente capito ciò che sempre sanno gli adulti. Che Salinger aveva torto; non è perché poi ti mancheranno tutti che non devi mai raccontare niente: è perché poi tutti vorranno parlarne.

Tristane Banon ha 41 anni, ne dimostra 25, e quando ne aveva 23 andò a fare un’intervista a Dominic Strauss-Kahn. Lui le mise le mani addosso, lei fuggì. Era molto avanti rispetto a quelle che sarebbero anni dopo diventate le modalità del MeToo, quindi invece di denunciarlo iniziò a raccontare questa cosa in programmi televisivi e altrove.

I giornali francesi furono ben lieti di parlarne, giacché nella storia c’era un dettaglio magnifico: la madre di Tristane era stata amante di DSK. In Room 2806, il documentario sulle vicende giudiziarie di DSK, Tristane dice una cosa molto tenera: «Il giorno dopo c’erano interviste di mia madre ovunque: mia madre è fatta così». Non solo non devi mai raccontare niente, ma devi anche temere sopra ogni altra cosa i parenti esibizionisti (forse non lo sapeva perché in Francia non hanno C’è posta per te).

Room 2806 s’intitola col numero della suite del Sofitel di New York in cui DSK si trovava quando, nel 2011, venne accusato d’aver stuprato una cameriera. Lo andarono a ripigliare per la collottola dal volo per Parigi su cui s’era già imbarcato, ma poi fu prosciolto perché l’accusatrice pareva poco credibile.

Nel documentario – di produzione francese – si dà conto di tutte le ipotesi innocentiste, quelle più folli come il fatto che il tutto fosse un complotto pilotato da Sarkozy per sabotare la candidatura di DSK alla presidenza della Repubblica, ma anche dettagli più concreti circa la presunta vittima. Il balletto di soddisfazione che gli addetti alla sicurezza dell’hotel fanno dopo aver convinto la signora a chiamare la polizia. I sessantamila dollari comparsi non si sa come sul suo conto corrente. La sua ammissione d’aver mentito sui molteplici stupri subiti in Nuova Guinea per ottenere asilo politico. Il fatto che fingesse di non sapere l’inglese.

Chiunque non abbia vissuto su Marte dal 2017 a oggi non può che chiedersi: due anni fa, Netflix avrebbe mai mandato in onda un documentario non strettamente colpevolista su uno che è stato sì assolto ma che nella percezione delle militanti con uso di cancelletto è comunque un porco senza appello?

Le sfumature lessicali sono interessanti: quando i testimoni francesi descrivono DSK come «un séducteur», i sottotitoli di Netflix lo traducono in inglese come «womanizer». Ogni volta, a me viene in mente uno di quegli aneddoti meravigliosi che i giornalisti raccontano a cena invece di scriverli sui giornali.

Intervistatore è a cena con più grande scrittrice vivente. Entra nel ristorante tizio con cui si vocifera la scrittrice abbia una relazione. Ella panica, inizia a balbettare, chiama il cameriere, gli chiede di portare al tizio un bigliettino. La più grande scrittrice vivente ridotta ad adolescente smaniosa da un tizio che tutto quel che ha fatto è stato entrare in un ristorante. Il tizio era DSK. La più grande scrittrice vivente io, quando la leggo, devo cercare di dimenticarmela nella circostanza descritta. Devo sforzarmi di non cedere alla riduzione di lei al suo trauma. Il trauma d’essere sedotta.

Venerdì il Guardian ha intervistato Moses Farrow. Moses è il figlio (adottivo) di Mia che fu adottato da Woody Allen assieme a Dylan, la figlia adottiva di Mia che poi avrebbe accusato il padre adottivo di stupro. Sarebbe, Moses, il fratello di Ronan (unico figlio naturale di Woody e Mia), che però ha rinnegato il fratello degenere: Moses osa smentire la loro versione dei fatti. Dice che Woody non mise mai le mani addosso a Dylan, che ci sono circostanze fattuali (le persone che erano in casa, la struttura della mansarda in cui sarebbe avvenuta la violenza) che rendono quella versione dei fatti impossibile.

Per chi fa il gioco dell’«a chi credere», sentendosi evidentemente giudice, occorre precisare che all’epoca dei fatti Moses aveva 14 anni, Dylan 7, e Ronan 5. Nell’ipotesi che la madre abbia fatto il lavaggio del cervello ai figli, è plausibile che i più piccoli fossero più influenzabili.

Ma alla vicenda Allen/Farrow è meglio non applicare la logica, altrimenti si finisce a pensare che, con la furia d’una donna non solo tradita ma pure tradita con la propria figlia, Mia, per vendicarsi dell’averla Woody lasciata per Soon-Yi, abbia trascorso i successivi ventotto anni a convincere la povera bambina (poi povera donna) Dylan che papà l’avesse stuprata. È un’ipotesi ben più inaffrontabile di quella d’uno stupro minorile, richiede una crudeltà così fredda e continuativa che non stupisce che l’opinione pubblica americana non voglia prenderla in considerazione.

L’intervista, dicevo. Non dice niente di che, ma è importante che esista. È importante che, se proprio i Farrow vogliono essere il loro trauma, possano esserlo tutti. Pari opportunità nel raccontare le proprie infanzie infelici.

Quando, due anni fa, Moses aveva cose sostanziose da raccontare (Mia che picchiava i figli e li costringeva a raccontare bugie), fu costretto a metterle sul proprio blog. Il mantra «Believe the victim» valeva fino a un certo punto: i giornali anglofoni si rifiutavano di pubblicare un pezzo che andasse contro la dottrina dei Farrow biondi, nel momento in cui Ronan vinceva il Pulitzer ed era culturalmente egemone.

Adesso, invece, non solo un’intervista a Moses viene pubblicata, ma addirittura dal Guardian, fin qui gazzettino ufficiale del neomaccartismo sessuale, quello per il quale un’accusa vale una condanna ma solo se è l’accusa di reati sessuali indirizzata a un maschio.

D’altra parte Netflix – che non appena Kevin Spacey fu accusato di malefatte sessuali fece sparire il film in cui interpretava Gore Vidal con la celerità e l’inappellabilità con cui lo stalinismo ti cancellava dalle foto – adesso distribuisce un documentario in cui l’accusatrice di Strauss-Kahn viene tratteggiata come una mitomane che cerca di raccattare due spicci.

Non vorrei venire smentita come una Virginia Raggi qualunque, quindi non dirò che il vento sta cambiando. Però è sempre una buona notizia quando torna lecito avere opinioni divergenti rispetto a una dottrina, sia essa ronanfarrowista, stalinista, maccartista.

Ma una notizia ancora migliore sarebbe: Netflix, non è che puoi tirar fuori dal caveau il film su Gore Vidal? Grazie, aspettiamo fiduciosi.