Not in my backyardIl successo del nucleare dipenderà da come saranno gestiti i rifiuti radioattivi

I vantaggi energetici della fissione non sono da sottovalutare, ma il problema dello stoccaggio delle scorie è ancora una criticità enorme (soprattutto a livello politico). Il destino dell’energia atomica passa soprattutto da qui

AP/Lapresse

Aukus è il nome dell’accordo di sicurezza tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia (A-Uk-Us) stipulato alla fine del 2021 e annunciato nel corso di un vertice alla base navale Point Loma a San Diego, tra il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il primo ministro australiano, Anthony Albanese, e quello britannico Rishi Sunak. Tre le fasi previste nei prossimi decenni dal capitolo più rilevante dell’accordo: inizialmente gli Stati Uniti venderanno tre sottomarini di classe Virginia all’Australia, che avrà l’opzione per altri due, al prezzo di tre miliardi di dollari ciascuno. L’obiettivo è consegnare il primo sottomarino entro il 2032. Poi l’Australia acquisterà un sottomarino a propulsione nucleare progettato dal Regno Unito con tecnologia statunitense che verrà chiamato, appunto, Aukus, e sarà costruito nei cantieri navali britannici. Nel frattempo, l’Australia svilupperà la capacità di costruire la propria versione a partire dal 2040.

Tralasciando l’intera questione militare, noto che l’Australia si troverà ad affrontare ancor di più il tema dello stoccaggio e smaltimento delle scorie nucleari che deriveranno dal combustibile nucleare dei sottomarini. Tema ben noto e non ancora risolto, considerato peraltro che la prima centrale nucleare australiana (Hifar) ha iniziato a operare nel 1958, a Lucas Heights vicino Sydney, per venire poi dismessa nel 2007. Il dibattito è già in corso e il premier dell’Australia meridionale Peter Malinauskas ha dichiarato, per far fronte alla protesta dei cittadini e delle associazioni ecologiste, che la discarica di rifiuti radioattivi approvata vicino a Kimba (cittadina a trecentoventi chilometri da Adelaide) non gestirà le barre di combustibile esaurito dei sottomarini Aukus, che saranno invece immagazzinate in aree della difesa.

In generale, i rifiuti radioattivi sono suddivisi in tre categorie: rifiuti di basso livello (Llw), rifiuti di livello intermedio (Ilw) e rifiuti di alto livello (Hlw), a seconda del loro livello di radioattività e del periodo di tempo in cui rimangono pericolosi. Lo smaltimento permanente di Hlw in depositi geologici profondi è accettato come praticabile dalla comunità scientifica e tecnica, ma deve ancora essere accettato dalla società civile in molti Paesi.

Allison Macfarlane, direttrice della School of Public Policy and Global Affairs dell’Università della British Columbia ed ex presidente della Nuclear Regulatory Commission americana, in un recente articolo esprime una serie di preoccupazioni e qualche critica rispetto al tema. Poiché anche i piccoli reattori nucleari modulari saranno il futuro nucleare civile negli Stati Uniti (e non solo), la gestione e lo smaltimento dei loro rifiuti altamente radioattivi dovrebbe essere una priorità nazionale.

Quarant’anni dopo l’approvazione del Nuclear Waste Policy Act, si legge in un recente Rapporto delle Accademia Nazionale delle Scienze americana, «non c’è un chiaro percorso da seguire per l’ubicazione, la concessione di licenze e la costruzione di un deposito geologico» per i rifiuti nucleari.

Negli Stati Uniti circa ottantottomila tonnellate di combustibile nucleare esaurito dai reattori commerciali rimangono bloccate nei siti dei reattori, un volume che aumenta di circa duemila tonnellate ogni anno. Questi settantasette siti si trovano in trentacinque Stati e minacciano di diventare di fatto strutture di smaltimento permanente. Senza un deposito geologico non c’è modo di andare avanti per lo smaltimento finale (di alto livello) di questo materiale. Conservarlo in piscine e fusti asciutti nei siti dei reattori è una soluzione temporanea, sicura per decenni ma non per i millenni necessari per isolare questo materiale radioattivo dall’ambiente.

Dall’altra parte dell’oceano il Giappone si sta preparando a rilasciare più di un milione di tonnellate di acque reflue trattate dalla centrale nucleare di Fukushima in mare. L’operatore Tepco ha filtrato l’acqua per rimuovere la maggior parte dei radionuclidi, rendendo, sostiene, il rilascio sicuro.

Diversi sistemi di filtraggio rimuovono la maggior parte dei sessantadue elementi radioattivi nell’acqua, tra cui cesio e stronzio, ma il trizio – una forma radioattiva di idrogeno – rimane. Tepco prevede di diluire l’acqua (!) per ridurre i livelli di radioattività a millecinquecento becquerel per litro, molto al di sotto dello standard di sicurezza nazionale di sessantamila becquerel per litro.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) afferma che il rilascio soddisfa gli standard internazionali e «non causerà alcun danno all’ambiente». Ma i pescatori locali e i gruppi ambientalisti non sono convinti. Anche i Paesi vicini, tra i quali Cina e Corea del Sud, insieme a gruppi di attivisti come Greenpeace, la pensano come i pescatori giapponesi. Tepco trasmette in diretta quanto accade in un serbatoio di pesci che vivono nell’acqua trattata. «I pesci tenuti nell’acqua trattata ingeriscono il trizio, in una certa misura. Ma una volta che l’animale viene trasferito alla normale acqua di mare, il livello di trizio nel pesce si abbassa rapidamente», ha detto Kazuo Yamanaka, responsabile delle prove.

In Svizzera, l’Agenzia Nazionale per lo stoccaggio dei Rifiuti Radioattivi (Nagra) da circa cinquant’anni cercava il posto giusto per costruire un impianto di stoccaggio di alto livello. L’esito dell’ultimo referendum del 2017 ha chiuso la vicenda.

I Paesi del Nord Europa sono più avanti di tutti: Svezia e Finlandia stanno realizzando sistemi di stoccaggio sicuri di alto livello in strati di roccia stabili cinquecento metri sottoterra. Né il Regno Unito né gli Stati Uniti sono andati oltre lo stoccaggio temporaneo. Il successo nord Europeo sta principalmente nell’aver coinvolto – con adeguata comunicazione e capacità di ascolto – i cittadini delle aree coinvolte.

Nella comunità di Östhammar (nella Contea di Uppsala), il deposito permanente ha un indice di approvazione attuale dell’ottantaquattro per cento. Peraltro, con un sindaco, Jacob Spangenberg, che ha sempre avuto un atteggiamento critico nei confronti dell’energia atomica, appartenendo anche a un partito che nel 1980 ha votato per il ritiro a lungo termine della Svezia dal nucleare. «Per Östhammar questo deposito permanente significa assumersi la responsabilità di una delle principali questioni ambientali del nostro tempo», ha dichiarato il sindaco Jacob Spangenberg che nel frattempo si è circondato di consulenti e tecnici per seguire le varie questioni tecniche relative allo stoccaggio.

La Francia con diciannove centrali e cinquantotto reattori nucleari attivi (2019) sta puntando alle nuove tecnologie e alle start-up più promettenti per sviluppare reattori modulari avanzati (Amr) che dovrebbero essere in grado di ridurre di molto le scorie nucleari di alto livello chiudendo il ciclo di vita del combustibile nucleare.

La ricerca del sito per il deposito geologico di profondità, iniziata nei primi anni Ottanta, destinato ai rifiuti a media e alta attività, è stata definitivamente decisa dal Parlamento nel 2006 nella località di Bure, ai confini tra le Regioni della Lorena e della Champagne-Ardenne (nord-est della Francia). Forti le proteste locali sorrette dalle associazioni ecologiste.

Nel voluminoso rapporto pubblicato l’anno scorso dalla International Atomic Energy Agency (Iaea-composta da centosettantuno Paesi) si definisce chiaramente come «la strategia di gestione dei rifiuti e il processo di pianificazione sono quindi indispensabili per il successo del nucleare». Ancora più recente la pubblicazione, già richiamata, del Rapporto dell’Accademia delle Scienze Americana che fissa come «massima priorità l’istituzione da parte del Congresso di una unità a missione unica con la responsabilità della gestione e dello smaltimento dei rifiuti nucleari commerciali».

Lo scorso febbraio Bill Gates in una intervista rilasciata a Handelsblatt ha dichiarato che il «problema dei rifiuti (radioattivi) non dovrebbe essere un motivo per non fare il nucleare», aggiungendo che «il volume delle scorie nucleari è molto piccolo, soprattutto se confrontato con l’energia generata». Più recentemente Gates ha ammesso di essere «molto di parte» sull’energia nucleare perché ha fondato la società di innovazione nucleare, TerraPower, che sta lavorando, tra le altre cose, su reattori di fissione avanzati. E Gates è anche investitore, in misura minore, in una serie di startup legate alla fusione nucleare. La fusione nucleare può generare energia pulita quasi illimitata senza i rifiuti radioattivi di lunga durata che la fissione crea, ma tale processo richiede ancora tanti investimenti e tanta ricerca e tecnologia innovativa.

Il problema attuale comunque, tra i tanti, non è il volume ma il grado di radioattività e la relativa “emivita” delle scorie radioattive (il tempo in cui decade metà della massa iniziale dell’elemento stesso). I rifiuti radioattivi potrebbero sopravvivere alla razza umana, con componenti di combustibile esaurito che includono il plutonium-239, che ha un’emivita di ventiquattromila anni, e lo iodio-129, con un’emivita di 15,7 milioni di anni – per citare due esempi. Come sottotitolava un interessante articolo della prestigiosa MIT Technology Review: «Il problema “not in my backyard” andrà avanti a lungo dopo che l’ultimo cortile sarà sparito».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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