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I profili e le skill più richiesteUsare i dati per conoscere il mercato del lavoro e muoversi d’anticipo

Gabriele Maggioni, Head of Data Science & Research di The Adecco Group, spiega come si può usare l’analisi di prossimità per ricollocare i lavoratori: «Una volta individuate le skill similari tra i profili professionali, si cerca di capire come riqualificare determinati profili meno richiesti e trasformarli in altri più ricercati. È un metodo che abbiamo usato nelle fasi più acute della pandemia per ricollocare i lavoratori rimasti a casa»

(Unsplash)

Studiare gli annunci di lavoro per capire dove va il mercato e giocare d’anticipo, in modo da indirizzare i candidati a individuare l’occupazione giusta e aiutare le aziende a trovare i lavoratori più adatti. Magari formandoli e riqualificandoli in base alle occasioni di lavoro presenti. Tutto attraverso la raccolta, l’analisi e l’interpretazione dei dati.

È quello che si fa nel dipartimento di Data Science & Research di The Adecco Group, dove si analizzano dati e numeri per trovare il match migliore tra domanda e offerta. Attraverso l’analisi semantica degli annunci, è possibile estrapolare quali sono le competenze associate a ciascun profilo e quali quelle più richieste.

«Tra le competenze hard più ricercate, ci sono proprietà di linguaggio, servizio clienti, amministrazione, matematica e computer ed elettronica», dice Gabriele Maggioni, Head of Data Science & Research di The Adecco Group. «Le prime tre potrebbero non sembrare propriamente hard skill, ma saper interagire e trovare le parole giuste nei differenti contesti sono ritenute abilità utili nella stragrande maggioranza delle professioni». Per quanto riguarda «matematica e computer ed elettronica, parliamo di skill che si sposano bene con diversi profili, dalla professione di data scientist a professioni anche meno specifiche. Teniamo presente che la matematica non viene intesa solo come conoscenza dell’algoritmo o della statistica, ma anche come saper fare di conto: una competenza centrale, ad esempio, in tutti i lavori legati alla vendita».

Passando alle soft skill, invece, nella top cinque troviamo ascolto attivo, capacità di parlare, pensiero critico, comprensione della lettura e percezione sociale. «Anche qui risulta evidente come sia centrale comprendere le esigenze dei cliente, oltre che comportarsi e interfacciarsi in modo coerente con il contesto in cui ci si trova», spiega Maggioni.

Non è un caso che la professione più ricercata nel 2022 sia quella del “venditore”, inteso anche come commesso e banconista, che deve dunque interagire con i clienti, ma anche saper fare di conto. A seguire, nella top ten dei profili più ricercati, ci sono magazziniere, baby-sitter, operaio di produzione, addetto alle pulizie, impiegato commerciale, operatore negli hotel e nella ristorazione, operatore customer care telefonico, animatore e aiuto cuoco.

«Se consideriamo i numeri assoluti», spiega Maggioni, «è evidente che si cercano soprattutto professioni con un livello di qualifica medio-basso. La prevalenza della ricerca di queste figure ci dice anche molto della composizione del tessuto produttivo italiano». Ma dall’altra parte «non possiamo non considerare che c’è un aumento della richiesta di profili specializzati, in particolare sviluppatori di software e data scientist».

Certo, alcuni di questi profili sono più complicati da trovare rispetto ad altri, spiega Maggioni. «I profili commerciali, ad esempio, sono più facili da reperire, mentre sulla ristorazione è più complicato matchare domanda e offerta anche perché ci sono diverse criticità rispetto ai contratti offerti».

E poi c’è un gap di competenze. «Le professioni tecniche tendono a essere sempre più preziose», spiega Maggioni. «Il disegnatore meccanico, ad esempio, oggi è uno dei profili più contesi dai datori di lavoro, insieme ad artigiani, idraulici ed elettricisti. Sono professionalità che ci si contende sul mercato: ce ne sono veramente poche. Per far fronte a questa situazione, molto spesso le aziende assumono i ragazzi in apprendistato duale così da formarli».

Davanti agli shock del mercato, l’utilizzo dei dati può aiutare anche a riallocare i lavoratori nei settori dove si sposta la domanda di lavoro. «Si chiama analisi di prossimità», spiega Maggioni. «Una volta individuate le skill similari tra i profili professionali, si cerca di capire come riqualificare determinati profili meno richiesti e trasformarli in altri più ricercati. Chiaramente ci sono profili per cui queste operazioni risultano più semplici, altri per cui diventa molto più complesso. È un metodo che abbiamo usato nelle fasi più acute della pandemia per ricollocare i lavoratori rimasti a casa. Ad esempio, i camerieri che non avevano più un lavoro sono stati trasformati più facilmente in addetti alla misurazione della temperatura negli esercizi pubblici, addetti alla sicurezza o alla logistica. È un sistema che continueremo a usare, perché la domanda di mercato sui profili si evolve costantemente».

Analizzando gli annunci, è possibile mappare anche quali sono le aree di Italia dove più si concentra la domanda di lavoro. Sul podio delle città italiane, ci sono Milano, Roma e Torino. Tra le dieci in cui la domanda è più bassa, troviamo tre città calabresi (Vibo Valentia, Crotone e Reggio Calabria), due siciliane (Enna e Caltanissetta) e due sarde (Nuoro e Oristano). Tra le regioni, invece, in vetta troviamo Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. «Roma, da sola, non basta a coprire la carenza di annunci che si registra nel resto del Lazio», spiega Maggioni. «La Lombardia, invece, oltre a Milano ha anche altri centri produttivi. Anche in Veneto ci sono diverse province che offrono molte opportunità di lavoro, nonostante non rientrino nella top ten».

Non sempre negli annunci viene pubblicato il tipo di inquadramento contrattuale offerto. Ma «nei due terzi dei casi si tratta di contratti a tempo indeterminato», spiega Maggioni. «Il tempo determinato si trova nel 22,4% dei casi, meno del 5% riguarda offerte di stage». E tra questi annunci, cresce anche la possibilità di svolgere il lavoro in modalità agile o ibrida. «Lo smart working è presente nel 90% degli annunci delle grandi imprese. Eravamo all’80-81% nel 2021», dice Maggioni. «La media è di 9,5 giorni di lavoro da remoto al mese a persona».

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