L’allarme in KenyaIl programma di compensazione delle emissioni che minaccia le popolazioni indigene

I crediti di carbonio generati dal progetto (uno dei più importanti di sempre in questo ambito) sono stati venduti principalmente a Netflix e Meta. Uno studio ne evidenzia le lacune, le ambiguità e l’impatto sulle piccole comunità pastorali del Nord del Paese, non ancora pronte a reggere l’allevamento commerciale

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Gli indigeni Samburu, Masai, Borana e Rendille – insieme ad altre comunità più piccole, per un totale di circa centomila individui – vivono nella parte settentrionale del Kenya, una Nazione dell’Africa orientale con cinquantatré milioni di abitanti, nota per la sua estesa savana. I popoli che abitano le sue terre del Nord sono principalmente pastorali: la loro sussistenza è legata al bestiame, costituito principalmente da bovini – oltre a cammelli, pecore e capre. Generalmente il pascolo si muove seguendo le precipitazioni, tant’è che a volte le rotte migratorie possono estendersi per centinaia di chilometri. 

Il Northern Kenya Grassland Carbon Project (Nkcp), un progetto voluto dall’organizzazione Northern Rangelands Trust (Nrt) che l’ha definito «il più grande piano al mondo di rimozione del carbonio dal suolo», è nato nel 2013 con l’intento di mutare le tradizioni popolari indigene per scopi ben precisi. Secondo quanto previsto dal Nkcp, la sostituzione della pratica del pascolo tradizionale (non pianificato) con un pascolo a rotazione calendarizzato consentirebbe alla vegetazione dell’area di (ri)crescere in modo più prolifico. 

Tale rinvigorimento garantirebbe un maggiore assorbimento di carbonio – le piante riescono a catturare dall’ambiente molta CO2 – nei terreni indigeni. Secondo i calcoli, in questo modo, si riuscirebbero a stoccare circa 1,5 milioni di tonnellate di carbonio extra in più all’anno, vendute poi in crediti alle società inquinanti. Che significa? 

Acquistare un credito di carbonio significa accaparrarsi l’autorizzazione a emettere una tonnellata di anidride carbonica o la quantità equivalente di un diverso gas serra. Come spiega Irpimedia, «una tonnellata di anidride carbonica (CO2) sprigionata da un giacimento petrolifero in Congo viene pareggiata dalla rimozione della stessa quantità di gas inquinanti grazie, per esempio, all’energia prodotta da un parco solare in India». L’Nrt dice che nei suoi primi trent’anni di vita il progetto in Kenya produrrà circa quarantuno milioni di tonnellate nette di crediti di carbonio vendibili, con un valore lordo economico attorno ai trecento-cinquecento milioni di dollari. 

Tuttavia, secondo uno studio condotto da Simon Counsell, ex direttore della Rainforest Foundation UK e Survival International, un movimento mondiale nato negli anni Sessanta in difesa dei diritti dei popoli indigeni, il progetto risulterebbe poco credibile e pieno di lacune, con un potenziale impatto su diritti e mezzi di sussistenza dei popoli che abitano il territorio non del tutto chiaro. 

Se da una parte per il Northern Rangelands Trust si tratta di «soluzioni “nature based” che permettono ai programmi di conservazione di finanziarsi attraverso la vendita di crediti di carbonio ad aziende inquinatrici», dall’altra il rischio di greenwashing è dietro l’angolo. «Frammentato e senza un’autorità di controllo, il mercato dei crediti di carbonio è come un e-commerce del deep web, dove si trova un po’ di tutto», scrive Irpi. 

Nel suo primo periodo lancio (2013-2016), il Northern Kenya Grassland Carbon Project ha generato 3,2 milioni di crediti di carbonio, venduti tutti nel giro dei quattro anni successivi. Il valore lordo totale degli affari non è noto, ma è probabile che si sia aggirato tra i ventuno e i quarantacinque milioni di dollari. La maggior parte dei crediti è stata venduta in grandi blocchi, di cui centottantamila a Netflix e novantamila a Meta Platforms (ex Facebook). E così anche per il periodo 2017-2020, che ha generato 3,5 milioni di crediti messi in vendita nel dicembre 2022 prima ancora di essere verificati. 

Fondi che, stando a quanto dichiarato nell’Nkcp, per il trenta per cento sono destinati a finanziare obiettivi di conservazione scelti dalle comunità stesse. Tuttavia, oltre al fatto che è stato dimostrato che le cose non vanno così nella maggior parte dei casi, non è chiaro dove finisca il restante settanta per cento degli introiti. 

In aggiunta alla poca chiarezza di tali operazioni – che non soddisfano quasi nessuno dei requisiti fondamentali per i programmi di compensazione di carbonio – lo studio di Counsell ha rilevato che prima del suo avvio, il progetto non ha previsto alcuna fase di approfondimento sull’impatto che avrebbe generato sulle comunità locali. Il piano infatti è totalmente incentrato sulle modificazioni delle tecniche di pascolo antiche e tradizionali utilizzate dai popoli pastorali della zona, sostituite con un modello collettivizzato e controllato a livello centrale, più simile all’allevamento commerciale. 

Oltre a essere culturalmente devastante, tale cambio potrebbe anche mettere a rischio i mezzi di sussistenza e la sicurezza alimentare dei popoli pastorali: il bestiame sarebbe infatti costretto a rimanere all’interno dell’area del progetto, senza poter più migrare per seguire le piogge durante i periodi di siccità stagionali. In ogni caso, non ci sono argomentazioni credibili né prove empiriche sull’effettiva scarsa efficienza del pascolo tradizionale. 

Anzi, si dà praticamente per certo che quest’ultimo degradi il suolo, e che solo la nuova proposta possa porvi rimedio. In altre parole, «non esistono né prove che dimostrino che il nuovo sistema sia effettivamente migliore quanto a stoccaggio di carbonio nel suolo rispetto al modello tradizionale, né certificazioni che alla fine il presunto “pascolo a rotazione pianificato” stia effettivamente avvenendo nella maggior parte dell’area del progetto», spiega il rapporto. 

Nello studio di Counsell si legge infatti che lo scenario di riferimento è tratto dalla presunzione che le forme tradizionali di pascolo porterebbero al degrado del suolo e che continuerebbero a farlo: «È invece dimostrato che il pascolo tradizionale non è correlato né a variazioni di vegetazione né a variazioni di livelli di carbonio nel suolo».

Tutti elementi che spingono a pensare che, fossero state adeguatamente informate, le comunità indigene non avrebbero mai permesso la messa in atto di un progetto del genere. Anzi, è molto probabile che la Nrt «non abbia neppure ricevuto il loro consenso previo, libero e informato. La fornitura di informazioni è stata limitata a un numero molto ristretto di persone, e per lo più solo molto tempo dopo l’inizio. Motivo per cui la base giuridica del progetto solleva problemi e interrogativi molto seri, in particolare sul diritto della Nrt di “possedere” e commerciare carbonio proveniente dai terreni interessati».

In generale quella della vendita di crediti di carbonio dalle aree protette è un business di cui Survival International discute ormai da tempo. Nella sua ultima campagna-denuncia dal titolo “Carbonio insanguinato”, segnala come tale operazione potrebbe aumentare enormemente il finanziamento delle violazioni dei diritti umani dei popoli indigeni, senza peraltro fare nulla per combattere i cambiamenti climatici. 

Dicendolo con le parole di Fiore Longo, antropologa culturale e ricercatrice per Survival International, «stanno rubando la terra degli indigeni nel nome della mitigazione del clima. Il progetto della Nrt si fonda sullo stesso pregiudizio coloniale e razzista che pervade molti grandi progetti di conservazione, ovvero che i popoli indigeni siano responsabili della distruzione dell’ambiente». Ma le prove dimostrano esattamente il contrario: i popoli indigeni proteggono l’ottanta per cento della biodiversità sul pianeta nonostante rappresentino il cinque per cento dell’umanità. Sono loro i migliori conservazionisti, e la Terra è sopravvissuta fino ai giorni nostri anche per merito di queste comunità.

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