Tre indizi, un declinoMeloni in formato Garbatella, Schlein piace a tutto il Pd, Conte non esiste

Dal question time a Montecitorio sono emersi alcuni elementi di novità: la premier sembra aver indossato di nuovo le vesti della pasionaria dopo un periodo con un profilo più istituzionale, e la neosegretaria del Pd ha rubato la scena all’avvocato del populismo (almeno per adesso). Ma non c’è da stare sereni

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Gli elementi di novità emersi dal question time di ieri a Montecitorio, al di là del merito dei temi sollevati, ci sembrano tre. Il primo e più importante riguarda Giorgia Meloni, la sua postura, il suo tono. È probabile che la premier abbia voluto cogliere un’occasione istituzionale (in diretta tv, come tutti i question time) per rilanciare la sua presenza a tutto campo, volendo cioè dimostrare di essere ben salda sulla tolda di comando e per nulla intimorita dalla vicenda di Cutro, che a nostro avviso ha segnato un turning point nel rapporto con l’opinione pubblica.

Una grande rentrée dunque, anche approfittando dell’esordio in Aula di Elly Schlein, così da poter imbastire una sorta di duello al sole in una Camera dei deputati stavolta mezzo gremita (ai question time partecipano di norma una decina di persone, cioè gli interroganti e il rappresentante del governo).

Sono intervenuti tutti i gruppi, ciascuno con la sua domanda. Anche Augusta Montaruli, l’ex sottosegretaria dimessasi dopo la condanna per peculato, è intervenuta con grande passione (per Meloni). La premier ha risposto molto comiziando e seguendo qualche appunto preparato dagli uffici, dando l’impressione di essere tornata, dopo una fase più istituzionale, la pasionaria capo-partito venuta da Garbatella: un ritorno regressivo non si sa dovuto a cosa, forse ad un accumulo nervoso in una fase complicata, dopo soli cinque mesi, della vita del suo governo. Ha risposto male – nel senso di un tono inutilmente polemico – a Riccardo Magi sulle recenti tragedie degli immigrati; ha replicato ancora polemicamente a Schlein sul salario minimo; non ha praticamente risposto alla questione posta da Luigi Marattin sulla ratifica della riforma del Trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità, che lei ha un po’ confuso col Mes sanitario.

Chiaro che il suo obiettivo era ribadire che su Cutro non si sente in colpa e che sulle varie questioni la responsabilità è della sinistra che ha governato in questi anni, il solito mantra un tanto al chilo che politici e giornalisti di destra sparacchiano in tutti i talk show. Per esempio, quando la segretaria del Partito democratico ha detto una cosa assolutamente non polemica – e cioè che in questi anni i salari e gli stipendi hanno perso valore – Meloni non è venuto in mente che c’è stata una recessione mondiale legata alla pandemia ma ha bellamente rinfacciato «alla sinistra» di aver impoverito il popolo «e ora questo governo deve fare quello che può per invertite la rotta».

Ma quant’è debole prendersela con chi c’era prima? È persino più debole che scagliarsi contro la presunta sfortuna, come ha fatto l’altro giorno esibendo un atteggiamento vittimistico più da Paperino che da presidente del Consiglio.

Montecitorio come Tagadà, insomma, l’Aula come una piazza di Paese: Giorgia Meloni è tornata a fare la “vecchia” Giorgia Meloni, buona a infiammare la sua curva sud.

Il secondo elemento riguarda Elly Schlein, intervenuta sulla questione del salario minimo (respinta dalla premier con una motivazione inverificabile: se metti un tetto minimo, le aziende abbasseranno gli stipendi più alti), e si è calata nella parte di leader dell’opposizione, molto netta, molto chiara: è piaciuta persino a tutti i deputati del Partito democratico, il che è tutto dire.

E quindi rubando la scena – ecco il terzo elemento – a un Giuseppe Conte arrivato al suo banco un po’ trafelato e che chissà perché ha voluto perdere l’occasione politico-mediatica di provare a fare l’anti-Meloni, lasciando il ruolo, come detto, alla nuova leader del Partito democratico.

In effetti è ormai parecchio tempo che l’ex avvocato del popolo appare molto sullo sfondo della scena politica, stretto tra il governo che gli massacra il reddito di cittadinanza e un Partito democratico che pare uscito dal lungo letargo lettiano. Se da una seduta parlamentare si possono ricavare segnali generali, verrebbe da dire che per i contiani lo spazio è sempre più stretto. Per forza poi si parla solo del duello al femminile tra Giorgia Meloni e Elly Schlein, le due donne per il momento al comando della legislatura.

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