La strada di SchleinIl Pd di Elly si ispira all’Ulivo di Prodi per accomodare la sinistra con Conte (auguri!)

La neosegretaria è il riferimento di un’area vasta che va dal Movimento 5 stelle alla Cgil. Sommare l’anima riformista a quelle populiste è un’operazione complicata, ma necessaria

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Ne “La strada di Swann”, il primo volume della “Recherche”, Marcel Proust descrive un mondo, almeno esteriormente, consuetudinario, ripetitivo, piatto come la pianura di Combray, il luogo della prima parte del romanzo.

Restando nell’assonanza, la strada di Elly Schlein suggerisce invece il contrario: con la nuova leader del Partito democratico siamo proprio fuori da ogni consuetudine, il suo futuro è destinato a inoltrarsi per una terra incognita, qui non si parla di socialismo comunque declinato (neppure di massimalismo in senso classico), e nemmeno di liberalismo democratico.

Diciamo che il Partito democratico, mollati gli ormeggi di famiglia, non sa dove andare, eppure ci va appresso a questa laica-femminista-pacifista-ambientalista estranea ai dettami classici della sinistra italiana (ed è una bizzarria della storia che gli ultimi epigoni di quella storia, alla Pier Luigi Bersani, escano dal gorgo issati da una come lei) e ancor più a quelli del cattolicesimo democratico (ulteriore bizzarria per gli eredi di quella scuola, alla Dario Franceschini).

Il radicalismo “prodigano” di Schlein si è fatto largo tra i guai combinati dai “vecchi” e oggi sembra avere il vento a favore, così che lei non ha bisogno di chiedere permesso a nessuno dei big che l’hanno sostenuta, ai quali verosimilmente concederà poco o nulla. E secondo indiscrezioni ci sarebbe già chi, a meno di una settimana dalla sua elezione, si lamenterebbe esattamente del fatto che la neosegretaria si è subito svincolata da certi abbracci: qualche portatore di voti alle primarie che non sente la “riconoscenza” della nuova segretaria del partito.

Lei semmai ha un problema diverso, che è quello di non preoccupare nessuno, tantomeno gli sconfitti, ed è con questo spirito che ieri a Bologna ha visto per oltre un’ora Stefano Bonaccini. C’è un’intesa sul fatto che il partito resterà unito, un patto con il governatore emiliano che allontana del tutto il rischio di uscite (non parliamo neppure di scissioni organizzate): si vedrà se questo comporterà non diciamo una gestione unitaria (ha vinto lei, la segreteria spetta ai suoi) ma un appeasement tra maggioranza e minoranza.

La leader non ha offerto a Bonaccini la presidenza del Partito democratico, si vedrà tra qualche giorno se magari il capogruppo alla Camera andrà alla minoranza.

L’afflato unitario si spiega prima di tutto con il fatto che Elly Schlein non può non tenere conto del fatto che il quaranta per cento della direzione non è con lei, che nell’Assemblea nazionale ha poco più della metà e che nei gruppi parlamentari è tutto da vedere. E poi il clima unitario fa gola a tutti perché Schlein già sta andando bene – lo segnalano i primi sondaggi – sfruttando la coincidenza di una improvvisa e molto seria difficoltà del governo Meloni dopo l’ecatombe di Cutro, una vicenda che ha scosso il Paese e messo l’esecutivo all’angolo per colpa delle scempiaggini di Matteo Piantedosi e delle responsabilità dello Stato nel non aver saputo salvare decine di innocenti: la richiesta di dimissioni formulata da Schlein le ha portato consenso.

Lei è diventata in pochi giorni il riferimento di tutta un’area di sinistra – in senso lato – che va dagli elettori del Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte, che ora ha il problema di distinguersi dal Partito democratico schleiniano, al mondo della Cgil di Maurizio Landini, fino ai sostenitori dell’estrema sinistra.

La “radicale” Schlein vivrà una sua luna di miele con tutti questi mondi, in sé minoritari, e poi dovrà cercare una qualche sintesi con una concretezza programmatica che sulla carta non appare il suo forte. Il richiamo politico e culturale per Elly Schlein è dunque l’Ulivo di Romano Prodi nel suo momento più convincente, quello della primissima fase, nel quale il Professore cercò di coniugare idealità radicali con ricette riformiste. Che ce la faccia, la giovane neosegretaria, è tutto da vedere: la zavorra ideologica pesa. Per il momento nel Partito democratico ci si aggrappa a lei come all’ultima zattera, ma in quel partito, si sa, non si può mai stare tranquilli, c’è sempre qualcuno che rema contro.