Lo spavento delle paroleRicky Gervais si occupa troppo dei social, ma è ancora il migliore a parlare di dio e pedofilia

Nello spettacolo che diventerà il suo prossimo monologo di Netflix, “Armageddon”, il comico inglese indugia su quel che gli sconosciuti scrivono di lui. Poi però se ne esce con storie per cui non riesci a smettere di ridere

AP/Lapresse

La battuta che fa più ridere in “Armageddon” è: «Un labrador?!». Lo so, vi serve il contesto: detta così non fa ridere, e non solo perché io non sono Ricky Gervais.

“Armageddon”, lo spettacolo che sta portando in giro adesso e che diventerà il suo prossimo monologo di Netflix (nonostante i continui, vezzosi «questa parte poi per Netflix la taglio»), ha il difetto che hanno sempre le cose di Gervais: si occupa troppo di Vongola75. Cioè: di come i social reagiscono a Gervais stesso.

A volte dice esattamente le cose che diciamo noialtri irrilevanti, persino: che i peggio scemi si scrivono «antifa» in bio posso bullarmi di dirlo da molto prima di Gervais. Lui lo dice meglio, ovviamente: «È come se entrassi in una scuola annunciando: non sono pedofilo» (e anche: fascista una volta era uno che ci voleva privare della libertà con un’oppressione militare, adesso è chi mette like a Joe Rogan).

Però ci sono due temi ritornanti, nella sua fine del mondo, due temi che per fortuna occupano lo spazio che in “Humanity” avevano i noiosissimi tweet di quelli che si offendono. Dio, e – appunto – i pedofili. (A un certo punto Gervais dice che Michael Jackson lo perdoniamo non per minore gravità dei reati ma per maggiore qualità delle canzoni, che è la stessa cosa che dice Chris Rock, ed è impossibile che non sappiano uno dell’altro, ed è interessante che nessuno dei due abbia deciso di tagliare quel passaggio).

Dio torna con una interessante frequenza, considerato che Gervais ha costruito molto della sua persona pubblica sull’essere ateo. E infatti gira ancora intorno a quello che da anni è il nucleo della sua filosofia – con tutti gli dèi che ci sono, come fai a sapere che stai pregando quello giusto – questa volta chiedendosi come decida. Se è una decisione democratica, se risponde al maggior numero di preghiere, siamo fottuti, dice al pubblico inglese: siamo un paese piccolo, i cinesi sono di più, salverà sempre loro e mai noi, da due disgrazie contemporanee.

E poi c’è la parte sui pakistani che possono scoparsi una bambina se ha avuto le prime mestruazioni, questa su Netflix la tagliamo perché mi cago sotto, dico che prendo in giro il cristianesimo perché è la cultura in cui sono cresciuto, ma non è vero: smetterò di sfottere Gesù quando comincerà a decapitare la gente.

E quella in cui un dio convivente spiega a qualche sparring partner cosa sta facendo, sto plasmando l’uomo, può pungere e avvelenare, no, ha un guscio, no, gli artigli, no, ma come si difende, ha il più gran cervello tra tutti gli esseri viventi, in grado di attraversare carestie, guerre mondiali – certo, a un certo punto comincerà a spaventarsi delle parole.

Lo spavento delle parole è l’altro tema ritornante, d’altra parte il grande tema filosofico di questo secolo non può che essere l’argomento di cui si occupano gli ultimi intellettuali, cioè i comici. C’è il bambino lasciato affogare perché la mamma dice il mio bambino handicappato, e il bagnino invece di salvarlo le spiega che si dice disabile.

E la legge inglese che punisce chi accusi qualcuno di essere gay. Una legge omofoba, osserva Gervais: mica viene considerato reato dare a qualcuno dell’etero. Neanche adesso che gli etero moderni si dicono tutti queer, che una volta era una parola offensiva per indicare gli omosessuali, e ora non si capisce bene cosa sia. Sì, non sono un uomo etero, sono queer. Ma hai una ragazza. Anche lei è queer. Ma un cazzo l’hai mai ciucciato? No, non sono quel genere di queer. E che genere di queer sei? Quello che si tinge i capelli di viola. Beh, quello anche mia nonna, ma ciucciava pure i cazzi. (Poi deve precisare che in realtà la nonna è morta che lui era piccolo, mica lo sa se si dilettava: persino a Gervais tocca dire, a gente che ha pagato duecento sterline per sentire delle battute, che sono battute).

C’è pure, mi piace credere che l’abbia trovato facendosi tradurre “L’era della suscettibilità”, “Does the dog die”, il sito su cui puoi scoprire se in un film ci siano scene che possono infastidire la tua sensibilità. Qui torna il Gervais pigro che in “Humanity” leggeva i tweet, qui legge le domande che la gente fa sotto i titoli di film. “Schindler’s list”. Qualcuno sbaglia i pronomi a qualcun altro? Si fanno battute sui grassi? C’è dell’antisemitismo? Uh, la shoah quanto ad antisemitismo sta dalle parti di Kanye West.

La paura delle parole non nasce oggi. La madre di Gervais per qualcosa di simile alla paura delle parole gli disse che non doveva più andare nei bagni pubblici del parco perché c’è un uomo che taglia il pisello ai bambini. Girava un pedofilo, ma se lei gliel’avesse detto il piccolo Ricky avrebbe chiesto cosa fosse un pedofilo. «Uno che ti regala cuccioli e caramelle? A sette anni avrei fatto una sega a chiunque, in cambio».

Segue un minuto di quelli che ridi e ti vergogni e non riesci a smettere di ridere, in cui Gervais imita il sé stesso bambino che, tenendo le braccia in alto giacché è piccolo, fa due seghe in contemporanea, si presume a due pedofili che promettono molto e non vengono mai (il piccolo Ricky se ne lamenta, gli viene male alle braccia).

Finché, settenne ma già con un solido senso della trattativa, il piccolo Ricky chiede che cucciolo sia quello che avrà in cambio. Un labrador. Da quel momento in poi ci mette molta più energia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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