Radicale discontinuitàPer un partito nuovo, libero da spocchie e presunte superiorità

Un patto fondativo, non per una terza opzione di assoluta equidistanza, ma oltre l’irrigidimento schematico di una destra e una sinistra accomunate dallo statalismo. Va definito quello che in termini manageriali si chiama «purpose», cioè la sua stessa ragione di esistere

Foto di Waldemar su Unsplash

Stando alle dichiarazioni dei leader, sembra proprio che si proceda, e piuttosto speditamente, verso il cosiddetto partito unico del terzo polo. Nelle intenzioni di Matteo Renzi e Carlo Calenda, i soggetti promotori dovrebbero estendersi oltre i confini di Italia Viva e Azione e coinvolgere anche Lde, l’associazione libdem fondata da Giuseppe Benedetto, Alessandro De Nicola, Oscar Giannino e Sandro Gozi, e anche a Più Europa che però quasi certamente declinerà l’invito.

L’idea è di mettersi subito al lavoro, alla stesura del manifesto costitutivo. Il mio auspicio è che il manifesto racconti un’idea di partito con un linguaggio comprensibile, inequivocabile, semplice, lontano dalle etichette e dagli stereotipi novecenteschi. Penso infatti che questo partito unico, prima che unico debba essere soprattutto nuovo.

Cosa intendo per nuovo? Innanzitutto, esso deve poggiare sulla consapevolezza che l’epoca 4.0 ha portato con sé nuovi paradigmi che ci chiamano a leggere la realtà con nuovi “occhiali” e che anche la realtà politica ha bisogno di nuove forme interpretative. Grazie a nuovi occhiali possiamo osservare come la contraddizione destra/sinistra sia divenuta ampiamente secondaria e sostanzialmente insita nel fronte bi-populista. Le manifestazioni anti-Macron di questi giorni che chiamano a raccolta indistintamente gli elettori di Marine Le Pen e di Jean-Luc Mélenchon, lo dimostrano in modo lampante.

Questo obbliga a una profondissima riflessione sul tema del posizionamento. Il partito nuovo deve porsi in modo trasversale rispetto allo schema destra/sinistra, assumendo una posizione di assoluta e sostanziale equidistanza da destra e sinistra. Ciò non in omaggio a una vocazione centrista, ma in quanto “oltre” lo schema destra/sinistra. Cedere alla tentazione di occupare le presunte praterie della «sinistra moderna e riformista» lasciate libere dal Pd di Elly Schlein, si rivelerebbe una trappola mortale.

Ma c’è un’altra questione da smarcare. Troppo spesso chi si pone in antitesi con la narrazione populista, lo fa con la spocchia di una nuova presunta “superiorità”, questa volta non più “morale” quindi fondata sull’adesione a valori pretesi come esclusivi, ma “intellettuale” quindi fondata sulla rivendicazione dell’esclusività della propria competenza.

No, il successo del partito nuovo non potrà certo derivare dalla rivendicazione della propria presunta competenza né della più o meno certa ragionevolezza delle proposte programmatiche. Le persone, e quindi gli elettori, hanno infatti bisogni pre-politici ed esistenziali che possono trovare risposte solo in una narrazione della realtà e una visione del futuro che sappiano scaldare i cuori. Occorre definire quello che in termini manageriali viene definito “purpose”.

Con il termine purpose non si intende semplicemente lo “scopo” di un’organizzazione, si intende la sua stessa ragione di esistere. Naturalmente il purpose concorre in modo decisivo alla definizione dell’identità di un’organizzazione, la differenzia rispetto ai competitor e ne orienta il posizionamento.

A cosa serve il partito nuovo? A quali domande esistenziali risponde? Quale visione di futuro persegue? Perché è importante che si realizzi? Le risposte a queste domande impongono un pensiero alto, fortemente strategico e sganciato da aspetti tattici, di breve respiro, legati al consenso del momento contingente. Questo è l’atteggiamento con il quale si deve mettere mano al manifesto del partito nuovo.

E allora? Quale può essere il pensiero alto che muove i redattori del manifesto? Ci vogliono coraggio, ambizione e sfacciataggine. Bisogna spostare lo sguardo dal dito che indica la luna, verso la luce che la luna ispira. Il partito nuovo deve fin dalla sua nascita rappresentare un momento di radicale discontinuità. È la società italiana, non la politica, ad averne bisogno.

La Repubblica Italiana ha preso vita sulla scorta di un accordo, in quel tempo e contesto inevitabile, fra mondo cattolico e mondo comunista. Ciò ha influito nella redazione della Costituzione e nella struttura culturale che essa promuove e ha determinato un atteggiamento dirigista, paternalistico e a tratti pedagogico da parte dello Stato nei confronti del cittadino.

Quell’impostazione ha non solo fatto il suo tempo, ma giorno dopo giorno dimostra la sua attuale, assoluta insostenibilità. Siamo dunque chiamati a una svolta, siamo chiamati a promuovere, questa volta per davvero, la “seconda repubblica”, una seconda repubblica che favorisca il talento delle persone e premi il valore della responsabilità individuale, una seconda repubblica ispirata a valori umanistici e principi liberali.

Un nuovo patto fondativo promosso e guidato dal “secondo polo”, sì perché il partito nuovo, se vorrà avere successo, ma soprattutto se vorrà testimoniare un senso profondo, non dovrà rappresentare una terza opzione, ma semmai l’alternativa al bi-populismo statalista della destra e della sinistra.

Insomma, il partito nuovo non deve porsi come nuovo artefice della sinistra riformista né come nuovo interprete della destra moderata né come l’integratore di entrambe. Deve invece proporsi come una forza immoderatamente innovatrice: un partito nuovo per una nuova Italia.

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