Bollicine e taoismo Cosa c’entrano le cantine italiane con l’importazione di Champagne

Gli italiani vanno matti per le celebri bollicine francesi e questo non spaventa affatto i produttori nazionali che, anzi, le importano, nel segno di una non-competizione che non disturba affatto i vini italiani, tanto meno il Prosecco. Ecco le ultime performance dello Champagne viste con gli occhi di alcune delle cantine che lo distribuiscono

Photo Credits Comité du Champagne

Da un po’ lo si intuiva e la conferma non si è fatta attendere. Lo Champagne in Italia va forte e a fine marzo i dati del Comité du Champagne (che riunisce tutti i viticoltori e le Maison del territorio) hanno decretato un 2022 da “doppio record storico” nelle esportazioni verso il nostro paese. Il risultato riguarda tanto i volumi, arrivati a 10,6 milioni di bottiglie (+11,5% rispetto al 2021) quanto i valori, che indicano un giro d’affari di 247,9 milioni di euro, in crescita del 19,1%. Per avere un’idea, nella classifica mondiale dei mercati target per le bollicine francesi, stiamo al quinto posto per volumi e al quarto per valore delle esportazioni.

Quello tra l’Italia e lo Champagne più che un flirt è una storia seria e anche piuttosto lunga, che ha diramato le proprie vie di diffusione su tutto il territorio nazionale e nelle modalità più disparate. Si va dalle grandi aziende di importazione e distribuzione che coprono tutto lo Stivale a quelle più piccole, concentrate solo su alcune province o città, dagli operatori iper-specializzati a chi importa direttamente per vendere nella propria enoteca. Gli esempi sono moltissimi, per un mercato che in termini distributivi si presenta piuttosto frastagliato, e tra questi ci sono anche gli stessi produttori di vino.
Non sono poche, infatti, le aziende vitivinicole italiane che importano e distribuiscono Champagne accanto ai vini che producono. Alcune lo fanno da decenni, altre hanno iniziato negli ultimi anni, in qualche caso sotto la spinta del lockdown che ha rimescolato molte carte in gioco.
Vista con gli occhi dei produttori e al di là dei paragoni facili tra bollicina nostrana e d’Oltralpe, la passione degli italiani per lo Champagne è tutt’altro che una chimera.

Reims, Photo Credits Comité du Champagne

Nessuna concorrenza, anzi
Tra i sodalizi di più lunga data con la celebre bollicina c’è quello di Antinori, che importa Champagne dal 1982, prima Krug e poi, dal 2010, Perrier-Jouët. «Lo champagne è probabilmente l’unico vino oltre a quelli prodotti che ha una dimensione internazionale, ma non entra in concorrenza con la produzione classica» dice Leo Damiani, direttore di Perrier-Jouët Italia. «Non ultimo, quando genera un fatturato importante contribuisce in modo sensibile alle provvigioni della forza vendita». E i problemi di integrazione con gli altri vini aziendali non si pongono: «Lo Champagne non ha competitor di genere, essendo una produzione unica al mondo», afferma.

Come diceva Laozi sull’attitudine del saggio, «poiché non compete, nessuno può competere con lui». Ora, non sappiamo se lo Champagne sia saggio, ma parrebbe ispirarsi al pensiero taoista, dato che la parola “competizione” c’entra molto poco tra questo e il resto dei vini in circolazione. A dirlo è anche chi si occupa di bollicine. «Siamo produttori storici di Prosecco e facciamo anche del metodo classico, ma non c’è competizione diretta. Sono due modi di vivere la bolla in maniera assolutamente diversa», afferma Antonella Imborgia, direttore marketing di Tenute del Leone Alato. L’azienda ha presentato all’ultimo Vinitaly le nuove etichette di Maison Burtin (brand del gruppo Lanson-BCC) e aggiunge per la prima volta al portfolio un’azienda straniera. «Si potrebbe pensare a un conflitto con le produzioni interne. In realtà lo Champagne si posiziona in maniera molto diversa rispetto a tutte le altre categorie e anche rispetto alle bollicine che vendiamo», prosegue.

E non sono i soli “prosecchisti” a pensarla così. Ca’ di Rajo, che produce in Veneto e Friuli-Venezia Giulia, ha iniziato con un primo brand circa un anno fa, per poi ampliare a due, Damien Hugot e Paul Déthune. «Creare un’importazione e una distribuzione di prodotti di qualità aumenta il valore percepito di tutta l’azienda», dice Alessio Cecchetto, alla guida dell’azienda assieme ai fratelli, che sottolinea come lo Champagne aiuti talvolta a veicolare alcune referenze che in certi canali non sarebbero considerate con la stessa immediatezza, come ad esempio certi vini da vitigni autoctoni. Una funzione di “ariete” in cui il produttore rileva una certa analogia con la bollicina italiana per eccellenza. «È un po’ quello che all’estero fa il Prosecco. Ci apre il dialogo con tantissimi importatori in Paesi diversi. Una sorta di passe-partout per far scoprire anche le altre perle del nostro territorio». Diffidare quindi – viene da dire – dai paragoni altisonanti tra Prosecco e Champagne, perché è una gara che proprio non esiste.

Photo Credits Comité du Champagne

Complementari e affini
«È una win-win situation», dice da Verona Marilisa Allegrini. La produttrice della Valpolicella aveva in realtà iniziato a importare vini della Borgogna, ma si è aperta un’altra possibilità. «Olivier Leflaive aveva appena iniziato con il suo progetto, Valentin Leflaive, in Champagne, quindi per noi è stata una conseguenza naturale e anche un naturale completamento della nostra gamma di prodotti». E aggiunge: «Non è che gli uni trainino gli altri, è come se assieme facessero squadra».

Sì, perché il ruolo di “apriporta” dello Champagne non è a senso unico, come spiega anche Francesco Ricasoli, alla guida dell’azienda di famiglia che, con alle spalle una lunga storia di importazione di Champagne, oggi distribuisce Maison Henriot. «Oggi in Italia le vendite di vino sono molto regionalizzate, quindi diventa sempre più difficile vendere un piemontese in Sicilia o un toscano in Piemonte. Avere una marca di Champagne nel proprio portafoglio è una buona scusa per presentarsi». Gli fa eco la direttrice vendite Europa, Maria Bettelli. «Potremmo in alcuni casi dire che il Chianti Classico abbia fatto da apriporta allo Champagne, mentre in altri casi è il contrario. Pensiamo ad esempio alle piazze importanti come il Nord Italia o a una città di bollicine per eccellenza, come Milano. Qui ci permette veramente di intercettare i clienti per avviare un discorso a 360 gradi anche sulla nostra azienda».

Se la sinergia di prodotto è probabilmente una delle motivazioni principali, dall’altro lato ci sono i rapporti personali che si creano tra i produttori italiani e quelli francesi e che pongono le basi per floride collaborazioni anche sul piano del mercato (un bell’esempio di affiatamento tra i vignaioli dei due Paesi è raccontato in questo articolo). In particolare poi, c’è l’affinità nell’approccio produttivo, che porta spesso a orientarsi verso aziende con caratteristiche comuni. «Nella selezione siamo stati molto attenti a scegliere delle aziende simili a noi» sottolinea Chiara Lungarotti, alla guida dell’azienda di famiglia in Umbria. «Si tratta di famiglie storiche, come nel caso di Guy Charbaut, o di piccole aziende, come anche noi siamo in termini di approccio artigianale. Il vignaiolo artigiano è colui che segue il proprio prodotto dalla vigna fino alla distribuzione. Su questa base abbiamo selezionato le aziende che distribuiamo in Italia». La storica cantina di Torgiano ha puntato a coprire le zone più importanti della Champagne, aggiungendo alle referenze anche Alain Bailly, A. Viot & Fils e, più recentemente, Minard.

Il consumatore italiano
Ma cos’ha di tanto speciale il mercato italiano per lo Champagne? Sicuramente la tipologia di consumatori. Conoscitori esperti e curiosi, che amano scegliere e che sanno come muoversi attraverso le tante tipologie di prodotto offerte dai marchi. Sono proprio millesimati, cuvée speciali e rosé a rappresentare la fetta più significativa del mercato italiano, raggiungendo – secondo i dati del Comité du Champagne – quasi un terzo delle bottiglie esportate in Italia nel 2022 (il 31% a valore). Performance che le stesse categorie non realizzano neanche nel Regno Unito o in Germania.
«Dal punto di vista delle tipologie di Champagne importati, soprattutto nella fascia medio-alta, il mercato italiano è uno dei più interessanti» afferma Enrico Viglierchio, amministratore delegato di Banfi Società Agricola, che importa Joseph Perrier. «Siamo probabilmente uno dei Paesi che in rapporto al volume importano una delle maggiori quantità di millesimati o di cru di Champagne. È lo stesso approccio al consumo che abbiamo per i territori di produzione metodo classico in Italia», aggiunge.
«In Italia ci sono ormai tantissimi esperti di Champagne e ci sono anche tanti curiosi» dice Miriam Lee Masciarelli, alla guida della cantina di famiglia. L’azienda abruzzese importa e distribuisce i vini di André Jacquart, piccola produttrice di una famiglia storica. «Non si punta più solo ai brand conosciuti, ma anche ai piccoli vigneron», aggiunge, sottolineando come il consumo di status sia ormai marginale, rispetto alle conoscenze e alla curiosità della maggior parte dei consumatori di Champagne.

Photo Credits Comité du Champagne


Pas dosé, Meunier e Champagne 3.0
Tra le preferenze degli italiani si fa largo quella per i pas dosé, che crescono rapidamente sul mercato, pur costituendo ancora solo il 5,1% a valore delle importazioni. «L’Italia è l’unico mercato al mondo che ha una tendenza a una bevuta molto secca, quindi riduzione dei dosaggi», conferma Luca Baccarelli, alla guida di Roccafiore. La cantina umbra di Todi aveva iniziato a importare i vini di alcuni produttori amici, poi durante il lockdown ha deciso di ampliare l’offerta, fino ad arrivare a 60 etichette da 15 produttori, anche molto piccoli. «Un’altra tendenza riguarda il Pinot Meunier, che sta riscuotendo molto successo, tanto che c’è chi chiede prodotti con Meunier in purezza», rileva Baccarelli. «Si possono trovare piccoli produttori in zone che non sono classificate Premier Cru o Grand Cru con prezzi molto interessanti». Uno dei focus principali per Roccafiore sono le aziende che riflettono quella che Baccarelli chiama la “Champagne 3.0”, ovvero le aziende interessate dal più recente cambiamento generazionale, che spinge sperimentazione sia in cantina che in vigna, con una selezione molto specifica delle uve e lavorazioni particolari con i legni. Un fenomeno che secondo Baccarelli allontana certi produttori dallo stile delle grandi Maison, e che viene intercettato anche dal consumatore più sofisticato. «Alla base di tutto c’è un meccanismo di sperimentazione che crea una curiosità. Una volta – spiega – per noi la massima espressione di una Maison era il millesimato. Oggi c’è il parcellare, che può essere anche millesimato, ma è soprattutto espressione di quello specifico appezzamento caratterizzato da determinati suoli ed esposizioni».

Controtendenza: dalla distribuzione alla cantina
Rispetto ai produttori di vino che si occupano di distribuzione, c’è anche un percorso che viaggia a ritroso e che è quello dei distributori che diventano produttori di Champagne. È il caso di Alberto Massucco, che era partito, appunto, come distributore e che poi, grazie a una profonda amicizia, ha cambiato il corso della propria attività. L’incontro con il vigneron Erick De Sousa lo ha portato dapprima alla creazione di un’etichetta e poi, nel 2018, a diventare la prima azienda italiana proprietaria di vigneti e registrata come “produttore” di Champagne. All’attività di distribuzione si aggiungono quindi quarantamila bottiglie l’anno prodotte direttamente e, dallo stretto rapporto con alcuni ristoratori, è nato il progetto delle Cuvée Privée. «Creiamo delle referenze su misura, in base ai suggerimenti del ristoratore» spiega Massucco. «Curiamo tutto, dall’assemblaggio al dosaggio, fino a etichetta e design, poi la sottoponiamo al cliente». Un impegno importante, reso possibile dallo speciale ruolo ricoperto dall’azienda e che va a incrociare quella richiesta di etichette ricercate ed esclusive propria di un mercato sofisticato.

Photo Credits Comité du Champagne

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